LE AREE DI INDUSTRIALIZZAZIONE DIFFUSA PLURISPECIALIZZATE: IL CASO DI IMOLA - di Silvio Casucci e Antonio Ranieri
07/06/2004 -- Il filone interpretativo dello sviluppo locale incentrato sull’analisi dei distretti industriali si va arricchendo di nuove prospettive di indagine che evidenziano la varietà dei localismi produttivi. L’articolo - prodotto nell’ambito degli studi per la Conferenza economica del Circondario di Imola e svolti dal CLES - contribuisce al dibattito attraverso l’analisi di un caso concreto che presenta caratteri di discontinuita' rispetto al modello tradizionale di distretto industriale.
Come è noto il dibattito sullo sviluppo locale, sviluppatosi nel nostro Paese a partire dalla seconda metà degli anni ’70, si è concentrato prevalentemente sull’analisi dei distretti industriali, anche alla luce del peculiare modello che ha contraddistinto lo sviluppo di molte realtà territoriali italiane collocate prevalentemente nelle regioni del NEC (Nord-Est e Centro). Da qualche tempo, tuttavia, il filone interpretativo “tradizionale” del fenomeno si va arricchendo di nuove prospettive di indagine in sintonia, da un lato, con il rilancio degli approcci spaziali all’interno degli schemi teorici tipici dell’economia regionale, che hanno messo in evidenza la varietà dei localismi produttivi italiani; e, dall’altro, dei processi di transizione o vera e propria trasformazione che ormai da molti anni caratterizzano le stesse realtà distrettuali. In questo quadro, può essere utile contribuire al dibattito attraverso l’analisi(1) di un caso concreto che, come si vedrà, presenta al tempo stesso caratteri di omogeneità, ma anche chiare differenziazioni rispetto al modello canonico di distretto industriale.
1. Distretti industriali e sistemi produttivi locali plurispecializzati: due modelli a confronto
In effetti, l’intera fase dello sviluppo industriale italiano che va dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, difficilmente può essere compresa senza ricorrere allo schema interpretativo fondato sulla nozione di distretto industriale. Formulata originariamente da Marshall (2), ma rielaborata in modo originale in primo luogo da Becattini (3), questa categoria concettuale può essere efficacemente utilizzata per spiegare la formazione, in numerose realtà del territorio nazionale, di sistemi di piccola impresa fortemente radicati sul territorio, in grado di competere sistematicamente con il modello della grande impresa integrata di tipo fordista e le sue successive evoluzioni.
In linea con l’interpretazione di Becattini (4), per distretto industriale di tipo marshalliano si intende un ambito territoriale circoscritto, naturalmente e storicamente determinato, caratterizzato da un'elevata presenza di piccole imprese e una forte specializzazione produttiva, all'interno del quale tende a determinarsi un ispessimento di relazioni, non solo fra le unità produttive ivi operanti, ma anche fra queste ed i lavoratori, le istituzioni e l'ambiente locale in senso lato, favorendo una rapida diffusione delle informazioni e dei processi innovativi. L’esistenza di un sistema produttivo di tipo distrettuale presuppone pertanto la presenza di ben definite peculiarità che riguardano sia le caratteristiche e l’organizzazione del processo produttivo, sia elementi riconducibili, più in generale, al contesto socio-culturale locale. Ci si riferisce in particolare:
· alla presenza di una pluralità di imprese indipendenti di piccole dimensioni, concentrate sul territorio e specializzate nelle stesse produzioni, o in attività ad esse complementari;
· all’elevata scomposizione in fasi del ciclo produttivo, frequentemente associata ad una pronunciata specializzazione tecnica delle imprese;
· alla forte rivalità fra le imprese che operano nella stessa fase del ciclo produttivo, contribuendo ad innalzare la produttività del sistema;
· alla diffusa cooperazione, più o meno esplicita, alimentata dall’esistenza di rapporti di tipo fiduciario, ma anche dall’appartenenza delle aziende ad un ambiente socio-culturale caratterizzato da un sistema omogeneo di valori e reso coeso da una fitta rete di relazioni di tipo comunitario;
· alla presenza di economie di localizzazione e urbanizzazione, esterne alle singole imprese ma interne al sistema produttivo locale, legate: alla forte specializzazione della manodopera, alla veloce circolazione delle informazioni e delle innovazioni, alla diminuzione dei costi di transazione e così via;
· alla forte mobilità sociale – almeno in termini relativi - fra posizioni lavorative dipendenti ed autonome (spesso attraverso meccanismi di spin off), che si associa a sua volta ad un’elevata nati-mortalità imprenditoriale;
· all’esistenza, infine, di un know how produttivo diffuso e specialistico incorporato nella stessa manodopera locale, che tende a diffondersi all’interno del sistema anche grazie all’elevata mobilità intersettoriale e intrasettoriale della forza lavoro.
Non c’è dubbio che i distretti industriali rappresentino un caso di successo dell’economia italiana, come testimonia d’altra parte il crescente interesse, anche a livello internazionale, nei confronti di questo peculiare modello di industrializzazione basato sulla presenza diffusa e al tempo stesso localizzata di PMI. E questo spiega perché la rinnovata attenzione assegnata al ruolo dei fattori ambientali, territoriali ed istituzionali nell’interpretazione dei processi di sviluppo, trovi tutt’ora nel nostro Paese un costante riferimento alla forma distrettuale, in gran parte alla base del “localismo” che caratterizza la struttura industriale italiana (peraltro riflesso nell’altrettanto pronunciato localismo bancario).
Senza voler diminuire l’importanza che tutt’oggi riveste tale approccio, sono tuttavia generalmente riconosciute le trasformazioni che hanno interessato le realtà distrettuali italiane negli ultimi anni e al tempo stesso la crescente affermazione di sistemi produttivi locali solo in parte assimilabili ai distretti industriali - almeno nella sua accezione tradizionale - pur presentandone il caratteristico radicamento territoriale. E’ possibile ravvisare in queste realtà un modello di sviluppo locale almeno in parte “alternativo” a quello canonico dei distretti industriali? In che misura tale modello è in grado di assicurare livelli comparabili di efficienza e competitività? E’ possibile che la maggiore capacità relazionale e innovativa - che la crescente apertura dei mercati internazionali oggi richiede - possa svilupparsi più favorevolmente in contesti molto diversi da quelli del distretto “tradizionale” caratterizzato dalla forte specializzazione merceologica?
Se la stessa eterogeneità delle traiettorie di sviluppo che caratterizzano i sistemi produttivi locali italiani rende difficile offrire risposte “generali” ai quesiti appena posti, è forse possibile introdurre alcuni parziali elementi interpretativi attraverso l’analisi di un caso concreto, quello del sistema locale imolese, che sembra racchiudere molti dei punti di forza tipici delle realtà distrettuali, senza presentare quella “coerenza merceologica” considerata in molti casi essenziale.
2. Un caso emblematico: il sistema locale imolese
Il caso sottoposto ad analisi è quello del sistema locale di Imola (5), che costituisce uno dei 784 Sistemi Locali del Lavoro identificati a suo tempo dall’ISTAT, aggregando gli oltre 8.000 comuni italiani sulla base di un criterio legato al grado di autocontenimento (6) del mercato del lavoro. L’area in questione comprende, oltre ad Imola che rappresenta il centro di più grande dimensione, anche i comuni di: Borgo Tossignano, Castelfiumanese, Castel del Rio, Castel Guelfo di Bologna, Castel San Pietro Terme, Dozza, Fontanelice, Mordano e Ozzano dell’Emilia, tutti situati in Provincia di Bologna.
1. Il primo aspetto da sottolineare è che l’imolese rappresenta a tutti gli effetti un sistema locale di tipo manifatturiero. I dati più recenti, desumibili dal Censimento Intermedio del ’96, mostrano infatti come:
· nel sistema locale si contano ben 173 addetti al manifatturiero ogni 1.000 residenti, un valore che, oltre a risultare nettamente superiore al dato nazionale (85), sopravanza di gran lunga anche il dato medio regionale, pari a 130;
· il rapporto fra le unità locali manifatturiere e la popolazione residente è pari a 13,3 nel caso di Imola, un livello superiore quasi del 30% al dato medio nazionale (10,3), a testimonianza di un’elevata densità di imprese manifatturiere sul territorio locale.
Fra l’altro, nonostante non siano ancora disponibili i dati dell’ultimo Censimento del 2001 con un sufficiente livello di disaggregazione settoriale, tutto lascia supporre che la vocazione manifatturiera dell’area sia andata ulteriormente consolidandosi nella seconda metà degli anni ’90, almeno in confronto a quanto accaduto nel resto del Paese. I dati provvisori diffusi dall’ISTAT con riferimento al settore industriale preso nel suo complesso, indicano come le distanze dalla media nazionale si siano ulteriormente ampliate. In base ai primi dati relativi al 2001, nel sistema locale di Imola sono infatti presenti 25,7 unità locali industriali ogni 1.000 abitanti, a fronte di un valore medio nazionale pari a 17,6 (inferiore quindi del 46%); analoghe differenze sono riscontrabili in relazione al tasso di industrializzazione (addetti al settore industriale su popolazione residente): in questo caso la “forbice” è ancora più evidente, registrandosi ad Imola 204,1 addetti all’industria ogni 1.000 residenti, a fronte di un valore medio su scala nazionale pari a 110 unità. In sostanza esce pienamente confermato come il sistema locale di Imola sia da considerarsi un’area a fortissima vocazione industriale.
2. Il secondo aspetto da rimarcare riguarda la forte concentrazione dell’occupazione manifatturiera in imprese di piccola e media dimensione. Sempre con riferimento ai dati del Censimento Intermedio Industria e Servizi del ’96, risulta infatti che l’80,3% degli addetti censiti nel manifatturiero lavora in imprese con meno di 250 addetti, un valore che risulta sostanzialmente allineato al dato medio nazionale (81,7%), pur risultando di alcuni punti inferiore al dato regionale (85,8%). Il ruolo trainante che svolgono le PMI nel contesto imolese appare tuttavia evidente, in sostanziale analogia con quanto si riscontra nei sistemi produttivi locali che assumono una connotazione tipicamente distrettuale; l’aspetto peculiare è semmai costituito dal fatto che, nel caso di Imola, anche la presenza di imprese di media dimensione appare relativamente consistente. Un fenomeno che appare evidente considerando la distribuzione dell’occupazione manifatturiera per classi di addetti, dalla quale emerge infatti che ad Imola:
· “solo” il 51,2% degli addetti manifatturieri risulta occupato in imprese di piccola e piccolissima dimensione (meno di 50 addetti), a fronte di una percentuale che, sia a livello regionale (59,8%), sia a livello nazionale (59,4%), risulta decisamente più elevata; più in particolare sono soprattutto le micro imprese (0-9 addetti) a svolgere nel caso di Imola un ruolo molto più ridotto da un punto di vista occupazionale, come si evince dal peso relativamente scarso che assume questa tipologia di impresa (18,4%) rispetto a quanto si rileva su scala sia regionale, che nazionale (rispettivamente il 25,6% ed il 26,5%);
· di conseguenza ben il 29,1% degli addetti risulta impiegato in unità locali di media dimensione (con un numero di addetti compreso fra 50 e 249), a fronte di percentuali più ridotte che si registrano sia a livello regionale (26,0%), sia soprattutto a livello nazionale (22,4%). Proprio la presenza di un rilevante gruppo di imprese di media dimensione, in grado di svolgere una funzione trainante per lo sviluppo locale, costituisce una delle principali caratteristiche “distintive” del modello produttivo imolese che meritano in questa sede di essere sottolineate.
3. Il terzo elemento da considerare è il ruolo attivo che svolge in questa realtà il “territorio”, da intendersi come luogo di sedimentazione storica di tradizioni produttive e conoscenze tecniche oggi incorporate nella forza lavoro locale. Imola d’altra parte è una città con una storia molto ricca e complessa, dove la tradizione socialista da un lato e quella cattolica dall’altro hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità locale, riuscendo a fondersi e ad integrarsi per dar luogo ad un modello di società solidale, molto coesa al suo interno e caratterizzata da un sistema di valori fortemente condiviso da tutta la comunità degli attori locali (7).
Questo aspetto – come osservato da Baglioni e Catino (8) - è stato sicuramente rafforzato dalla tradizionale omogeneità politica, dal ruolo svolto dalle Istituzioni Locali e dalla peculiarità di un modello imprenditoriale caratterizzato da un’elevatissima presenza di imprese e strutture di tipo cooperativo. L’impresa cooperativa include una varietà di forme organizzative che possono essere distinte dall’impresa tradizionale per il fatto che gli stessi cooperatori sono al contempo lavoratori e imprenditori, controllando – sia pure entro certi limiti - la gestione dell’impresa e partecipando al suo successo. In via generale, dunque, l’impresa cooperativa – a differenza dell’impresa di tipo capitalistico – deve saper soddisfare congiuntamente il duplice vincolo della solidarietà e dell’efficienza gestionale. Mentre nel passato, il vincolo della solidarietà ha rappresentato “il valore più elevato” rispetto a quello dell’efficienza, costituendo la ragione necessaria e sufficiente per l’esistenza della cooperativa stessa, oggi tale vincolo tende a coniugarsi maggiormente con l’efficienza. E' indubbio, in ogni caso, che la forma organizzativa - oltrechè giuridica - dell'impresa cooperativa garantisca maggiormente l’esistenza di legami con il tessuto sociale, economico e istituzionale, contribuendo ad alimentare quel clima di fiducia e capacità relazionale che costituisce uno dei principali punti di forza del sistema produttivo imolese.
Se gli elementi fin qui considerati porterebbero a considerare il caso di Imola come uno dei tanti esempi di sistema produttivo locale con una tipica connotazione distrettuale, altri aspetti, di seguito brevemente richiamati, tendono ad escludere questa possibilità.
4. Il primo elemento contraddittorio rispetto al modello distrettuale, è rappresentato dalla sostanziale assenza di una ben definita specializzazione merceologica, pur evidenziandosi da un punto di vista strettamente statistico, una prevalente concentrazione dell’occupazione manifatturiera nei comparti della meccanica (24,9%) e delle lavorazioni metalliche (20,0%) ed, in misura inferiore, nella lavorazione dei minerali non metalliferi (ceramica). Come osservato (9), una delle caratteristiche del tessuto produttivo imolese è proprio quella di essere costituito da una miriade di imprese di piccole e medie dimensioni specializzate nella realizzazione di prodotti molto differenziati fra di loro, che operano di conseguenza su mercati in gran parte diversificati.
Questo aspetto appare particolarmente evidente nella filiera metalmeccanica dove prevale nettamente il modello di produzione a specializzazione flessibile (cfr. par. 3). La gran parte delle imprese locali risulta infatti specializzata in attività (macchinari per impiego industriale, macchine utensili, macchine agricole, ecc.) generalmente caratterizzate da una forte differenziazione del prodotto e da un elevato livello di “personalizzazione” (ogni prodotto è diverso dal precedente e dal successivo). La scarsa specializzazione merceologica ha due importanti implicazioni: da un lato riduce la competizione fra le imprese locali operanti negli stessi segmenti di mercato, ovvero nella stessa fase del ciclo produttivo (come avviene viceversa nei distretti industriali); dall’altro tuttavia tende anche a ridurre la spinta verso l’instaurazione di forme relazionali molto strette fra le imprese, considerato anche lo scarso livello di complementarietà che caratterizza, in genere, le produzioni locali.
5. In ogni caso non è soltanto la mancanza di una specializzazione settoriale a rendere il caso di Imola difficilmente assimilabile al distretto industriale, almeno per come questo modello è stato tradizionalmente stilizzato in letteratura, ma anche alcune delle caratteristiche fondamentali del tessuto imprenditoriale che opera nel settore di specializzazione prevalente, cioè il comparto della fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici, dove si concentra circa un quarto degli addetti manifatturieri. Com’è noto, infatti, uno dei criteri generalmente utilizzati ai fini dell’identificazione dei distretti industriali è rappresentato dalla presenza prevalente di PMI nel principale settore di specializzazione dell’area. Questo requisito, nel caso di Imola, non viene in effetti soddisfatto, considerato come il comparto di maggiore specializzazione veda, accanto alle imprese di più piccola dimensione, anche una consistente presenza di imprese più strutturate, in grado di assumere una posizione dominante nel contesto produttivo locale. E’ infatti possibile riscontrare come:
· ben il 51,1% degli addetti censiti nel comparto di specializzazione nel ’96 lavora in unità locali con 250 addetti ed oltre, a fronte di valori decisamente più ridotti sia a livello regionale (23,2%), sia a livello medio nazionale (24,%);
· solo il 32,8% è impiegato in imprese di piccole dimensioni (meno di 50 addetti), contro percentuali che, sia a livello regionale (43,9%), che nazionale (46,5%), risultano assai più elevate.
Il fatto che il comparto della fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici non sia costituito principalmente da PMI porta pertanto ad escludere la possibilità che il sistema produttivo di Imola possa essere considerato un distretto industriale (10), anche se si deve osservare come la progressiva affermazione di imprese guida abbia caratterizzato nelle fasi più recenti l’evoluzione di molti distretti “tradizionali” (11), portando ad identificare nella gerarchizzazione del sistema uno degli sbocchi dominanti della forma distrettuale.
Proprio la presenza di imprese di maggiori dimensioni, infatti, portando il sistema produttivo locale ad assumere una configurazione di tipo più gerarchico, può consentire una maggiore rapidità di pianificazione e controllo strategico di fronte ai cambiamenti (tecnologici, di mercato, ecc.) che con sempre maggiore rapidità si manifestano nel contesto esterno. Queste imprese, oltre a detenere spesso posizioni di leadership sui mercati nazionali ed internazionali, sono al centro di una rete molto ampia di rapporti (produttivi e di mercato, ma anche informativi e tecnologici) che travalica i confini locali. Ad esempio molte di queste aziende hanno una presenza diretta all’estero, grazie alle iniziative intraprese di internazionalizzazione allargata (stipula di joint venture ed accordi commerciali, acquisizioni di aziende estere, creazione di stabilimenti o di uffici commerciali), anche allo scopo di seguire più da vicino le esigenze della propria clientela e favorire in questo modo una continua crescita del proprio know how.
In effetti, malgrado l’elevato grado di apertura verso l’esterno, anche i gruppi imprenditoriali di più grandi dimensioni presentano nel caso imolese un forte radicamento nel territorio locale, potendo contare sulla presenza nell’area - e più in generale nel contesto emiliano-romagnolo - di un una fitta rete di imprese contoterziste in grado di svolgere produzioni e/o lavorazioni molto specialistiche, garantendo elevati standard sia qualitativi che tecnologici. Questo aspetto, oltre a garantire elevate "esternalità" al sistema locale, consente alle imprese leader di conservare una struttura organizzativa relativamente "snella" e quindi una flessibilità produttiva che una diversa localizzazione non potrebbe viceversa assicurare. D’altra parte, in alcune attività quali quelle concernenti la produzione di impianti o macchinari per l'industria, la difficoltà di realizzare un’efficace standardizzazione dei processi produttivi (presupposto indispensabile per consentire la realizzazione di economie di scala all’interno dell'azienda), rende più efficiente in molti casi il ricorso alla sub fornitura esterna per la fabbricazione di parti e componenti più o meno specialistiche. Come spesso accade nei settori a specializzazione flessibile, il fatto di operare in contesti territoriali caratterizzati da elevate "esternalità", sia settoriali che di contesto, fa premio rispetto alla capacità delle singole imprese di realizzare economie interne di scala.
3. Un approfondimento sulle caratteristiche del principale comparto di specializzazione produttiva: il metalmeccanico
Poiché nel sistema locale di Imola oltre il 50% degli addetti risulta occupato in imprese che operano nella filiera metalmeccanica (12), appare utile a questo punto soffermare brevemente l’attenzione sulle caratteristiche strutturali e le dinamiche evolutive che hanno caratterizzato questo comparto.
Come è noto il metalmeccanico include al suo interno un insieme molto diversificato di attività, la cui identificazione e analisi non sempre risulta di agevole interpretazione. L’indistinto insieme che va dalle macchine utensili, alle macchine ed apparecchi elettrici e non elettrici, fino ad includere per estensione gli apparecchi per telecomunicazione, i mezzi di trasporto ed i prodotti ed utensili in metallo, comprende infatti prodotti – e quindi mercati - tra loro molto eterogenei cui corrispondono, soprattutto, tipologie di imprese e modelli di produzione/organizzazione del lavoro differenziati. E' dunque necessario introdurre uno schema interpretativo più adeguato al fine di comprendere le caratteristiche distintive delle attività metalmeccaniche imolesi.
L'approccio seguito in questa sede porta a riclassificare le diverse produzioni metalmeccaniche, in tre gruppi (13):
· la cosiddetta meccanica tradizionale, che riguarda sostanzialmente la produzione dei mezzi di trasporto (autoveicoli, cantieristica, materiale rotabile), dove prevalgono le grandi dimensioni di impresa e modelli di produzione di tipo fordista-taylorista (produzione in grandi serie senza particolari varianti), o comunque il più recente modello della lean production (produzione in grandi serie con molte varianti);
· l’industria meccanica specializzata, che comprende un'ampia gamma di produzioni (utensili e componenti meccaniche per l’industria e per la casa; trattamento dei metalli; macchine agricole, macchine utensili, meccanica generale elettrica e non elettrica; elettrodomestici ed apparecchi meccanici per la casa; ma anche alcuni mezzi di trasporto come cicli, motocicli e componentistica specializzata per autoveicoli) in cui tende a predominare il modello di produzione a specializzazione flessibile (produzioni fortemente differenziate e personalizzate sulla base delle esigenze del cliente) diffusamente radicato nella cultura industriale del nostro Paese;
· infine l’industria metallurgica di base comprendente: la produzione di ferro e acciaio, la fabbricazione di tubi, la produzione di metalli di base e la loro fusione, ecc; in queste attività industriali non sembra emergere una tipologia di impresa dominante, né tanto meno un modello di produzione/organizzazione caratterizzante.
Applicando tale schema interpretativo al caso imolese, emerge chiaramente l’importanza delle attività legate alla cosiddetta meccanica specializzata: in termini di addetti il peso di questo comparto è pari, infatti, al 43% della manodopera totale manifatturiera, a fronte di valori che in Emilia Romagna sono del 38%, mentre a livello nazionale appena del 29%. L'indice di specializzazione produttiva conferma in modo più evidente il fenomeno: nell'area imolese il peso relativo della meccanica specializzata è di 1,5 volte la media italiana e sale ad un valore di 1,7 se si fa riferimento al solo territorio del Comune di Imola; si tratta di valori superiori sia alla media regionale (1,3), che delle sole regioni centro-settentrionali (1,1). La specializzazione del sistema locale risulta inoltre particolarmente elevata in alcune specifiche branche di attività: le macchine utensili (indice di specializzazione pari a 3,0); la meccanica generale elettrica (1,7) e non elettrica (1,4); gli utensili e le componenti meccaniche per l’industria e la casa (1,5).
Le dinamiche intercensuarie disponibili (’91-’96) segnalano peraltro come l’aggregato della meccanica specializzata preso nel suo complesso si sia ulteriormente rafforzato nel corso della prima metà degli anni '90: il numero di addetti è cresciuto, infatti, del +4%, passando dalle 6.312 unità del 1991, alle 6.564 del 1996; l'aumento dell’occupazione è stato accompagnato da una leggera flessione nel numero delle unità locali (-2,5%), traducendosi in un incremento delle dimensioni medie delle aziende.
Molto più contenuto risulta viceversa il ruolo che assume l'industria metallurgica di base: in termini di addetti le attività legate alla produzione dei metalli e alla fabbricazione dei prodotti in metallo incide per il 9% sul totale dell'industria manifatturiera, un valore comunque superiore a quanto evidenziato sia in ambito provinciale (5%), che nazionale (7%). Tra il 1991 ed il 1996, anche l'andamento di questo comparto è risultato molto positivo, considerando che la crescita degli addetti è stata pari al +17,5% (circa 200 nuovi posti di lavoro), a fronte di una variazione di segno negativo registrata a livello a livello provinciale, dove gli addetti all'industria metallurgica si riducono del -2,7%. Così come accaduto per il comparto della meccanica specializzata, la crescita occupazionale si è accompagnata - anche in questo caso - ad una riduzione del numero delle unità locali operanti in questo settore di attività (-2,4% rispetto al 1991), con una conseguente crescita delle dimensioni medie delle imprese.
Appare evidente, infine, lo scarsissimo peso che rivestono nel caso di Imola le attività legate alla meccanica tradizionale. Secondo gli ultimi dati censuari relativi al ‘96, nel comparto relativo alla fabbricazione dei mezzi di trasporto (autoveicoli, locomotive e materiale rotabile ferro-tranviario, aeromobili) operavano solamente quattro unità locali, per un totale di 32 addetti, peraltro concentrati tutti nel Comune di Imola. Si può dunque parlare di un settore residuale nell’ambito del metalmeccanico imolese, che registra un’incidenza in termini di addetti significativamente inferiore anche alla stessa media nazionale (0,2%, contro il 3,7% rilevabile su scala nazionale).
Emerge chiaramente, in sostanza, come il sistema locale di Imola risulti fortemente specializzato in alcune particolari tipologie di produzioni metalmeccaniche dove tende generalmente a prevalere il modello della specializzazione flessibile. Questo modello, non solo è tipico delle imprese di più piccole dimensioni, ma tende a caratterizzare il modo stesso di operare dei gruppi imprenditoriali più forti presenti sulla scena locale (SACMI, Cefla, Irce, ecc.) (14). Come è noto non si tratta di una peculiarità esclusiva del contesto produttivo imolese, ma di un modello produttivo ed organizzativo riscontrabile in moltissime aree dell’Emilia-Romagna, dove esiste un fortissima tradizione nelle produzioni e lavorazioni metalmeccaniche, spesso legata alla presenza di scuole tecniche di elevato livello qualitativo che hanno avuto un ruolo fondamentale nel formare la manodopera locale e nel diffondere un patrimonio di conoscenze tecniche e di abilità professionali che si è profondamente radicato nel contesto locale, finendo per rappresentare una delle principali economie esterne di tipo ambientale che caratterizzano il sistema.
4. Alcune conclusioni
In definitiva, laddove fosse possibile generalizzare gli elementi emersi dall’analisi del caso “imolese” al fine di identificare un possibile modello in parte alternativo al distretto industriale “tradizionale”, i principali elementi caratterizzanti potrebbero essere così sintetizzati.
1. Il primo – e più rilevante - è da ricercarsi nell’assenza del requisito della specializzazione settoriale o merceologica. A differenza di quanto accade nei distretti industriali “tradizionali”, caratterizzati da un’elevatissima presenza di PMI specializzate nelle stesse produzioni o in attività ad esse complementari, queste aree non si identificano con una sola famiglia di prodotti, ma con una gamma diversificata di produzioni, caratterizzate in genere da uno scarso livello di complementarietà; la mancanza di una specializzazione merceologica tende a ridimensionare la spinta concorrenziale interna al sistema, riducendo al tempo stesso – almeno sotto questo profilo - la possibilità di stabilire intense relazioni produttive e di mercato con le altre imprese operanti all’interno del proprio contesto territoriale.
2. Il secondo elemento di differenziazione è rappresentato dalla relativa maggiore presenza - accanto alle imprese di più piccola dimensione - di medie e grandi strutture aziendali in grado di assumere una posizione di leadership nel contesto produttivo locale (e in alcuni casi si tratta, infatti, di imprese leader sul mercato nazionale e/o internazionale). Tale presenza conferisce al sistema una struttura molto più gerarchica rispetto a quella che si rileva generalmente nei distretti industriali “tradizionali”, caratterizzati da un’elevata presenza di soggetti imprenditoriali di piccole dimensioni, destinati a svolgere ruoli sostanzialmente equivalenti all’interno del sistema.
3. Il terzo elemento di disomogeneità riguarda il maggior grado di apertura verso i mercati esterni, non tanto per la vendita dei prodotti (come è noto la propensione all’export anche nei distretti industriali risulta tradizionalmente molto elevata), quanto nell’acquisizione degli input produttivi, informazioni strategiche e beni strumentali innovativi. Anche questo aspetto è da ricollegare evidentemente alla presenza nel contesto produttivo locale di aziende di maggiori dimensioni, capaci di intessere relazioni sempre più complesse e articolate anche con attori (altre aziende, centri di ricerca e laboratori pubblico/privati, società di consulenza, ecc.) che si trovano al di fuori del contesto locale, pur riuscendo a conservare tutti i vantaggi derivanti dall’appartenenza ad un ambiente caratterizzato da rilevanti esternalità (analogamente a quanto accade nei distretti industriali “tradizionali”).
4. Il quarto elemento di differenziazione si riferisce alle caratteristiche dei processi innovativi che, in queste aree, sembrerebbero spesso assumere natura più radicale rispetto a quanto si registra nei sistemi distrettuali “tradizionali”, dove lo sviluppo dell’innovazione è generalmente di natura essenzialmente incrementale e si manifesta tramite processi di learning by doing e learning by using. Nei sistemi locali “di tipo imolese”, le innovazioni non vengono evidentemente agevolate dalla suddivisione in fasi del ciclo produttivo e dalla forte specializzazione tecnica delle imprese, ma sono essenzialmente frutto di un processo di apprendimento alimentato:
a. sia dall’appartenenza delle imprese ad uno stesso ambiente capace di generare nuove conoscenze (spesso sedimentate in maniera tacita nel contesto locale) e di diffonderle rapidamente nel contesto locale (si parla in questo caso di apprendimento collettivo secondo la logica del milieu innovateur (15));
b. sia dalla capacità dei singoli soggetti imprenditoriali di interconnettersi e relazionarsi con altri attori esterni al sistema locale, utilizzando conoscenze e ritrovati tecnologici (il cosiddetto sapere scientifico codificato) sviluppati in ambiti diversi da quello in cui opera l’impresa stessa (si parla in questo caso di apprendimento da interazione secondo la logica dell’approccio relazionale).
In sintesi, rispetto ai punti di forza tipici del distretto industriale “tradizionale”, su cui la letteratura e gli stessi strumenti di policy si sono prevalentemente concentrati, i sistemi manifatturieri di PMI a specializzazione plurisettoriale presentano alcuni elementi distintivi che sembrerebbero contribuire al rafforzamento della propria capacità competitiva, soprattutto nell’attuale prospettiva di sviluppo dei mercati. Ci si riferisce in particolare:
· alla maggiore capacità di generare innovazioni non solo per adattamenti incrementali, ma anche per “salti” tecnologici, grazie alla presenza di un cospicuo numero di soggetti imprenditoriali, con elevate capacità relazionali, in grado di apprendere attraverso una forte interazione con l’esterno oltre che l’interno del sistema locale;
· alla minore dipendenza del contesto produttivo locale dagli shock temporanei che si manifestano sia a livello settoriale che di singola azienda (16) o, più in generale, dall’andamento ciclico che inevitabilmente caratterizza la domanda di un unico comparto industriale.
Diversificazione produttiva e dimensione aziendale appaiono in sostanza i due fattori distintivi che, innestati all’interno di un sistema in grado di garantire tutti i vantaggi di contesto tipici dei distretti industriali, sembrano alla base del successo indubbiamente registrato dal sistema imolese. Elementi di differenziazione rispetto ai distretti “tradizionali” che a ben guardare ci riportano tuttavia al nucleo originario dell’impostazione marshalliana, sia pure reinterpretati nel nuovo contesto determinato dal principale motore della cosiddetta globalizzazione: le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Se le economie di rete e i legami orizzontali tra le imprese possono oggi svilupparsi in una nuova dimensione del concetto stesso di prossimità, grazie all’allargamento delle coordinate spazio-temporali dei sistemi locali favorito dalle nuove tecnologie, il vantaggio dei sistemi di industrializzazione diffusa tende allora a spostarsi ulteriormente verso tutti quei fattori (mercato del lavoro congiunto, qualità delle risorse umane, ruolo delle istituzioni, grado di coesione sociale, ecc.) più di carattere “ambientale” e meno legati alle caratteristiche specifiche del singolo settore produttivo. La possibilità di affiancare a questi vantaggi la presenza di un tessuto di imprese più strutturato e una maggiore diversificazione produttiva, sembra allora consentire al sistema locale di affrontare in modo più adeguato le sfide poste dalla nuova economia, sia attraverso una maggiore capacità relazionale e di gestione dell’innovazione da parte delle aziende leader, sia per la riduzione dinamica dell’incertezza assicurata a livello di sistema dalla maggiore diversificazione produttiva.
1) CLES (Centro di ricerche e studi sui problemi del lavoro, dell’economia e dello sviluppo). In questo articolo, accanto ad elaborazioni del tutto originali, vengono ripresi parte dei risultati ottenuti dagli autori nell’ambito degli studi per la Conferenza economica del Circondario di Imola svolti dal CLES su incarico del Circondario stesso. Il presente articolo è stato pubblicato sulla Rivista Credito Popolare dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari anno IX, n° 2, 2002.
2) Marshall “Industry and trade”, London, McMillan, 1919.
3) G. Becattini “Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale”. Rivista di Economia e Politica Industriale, n° 1, 1979.
4) G. Becattini “Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico” in Pike F, Becattini G. e Sengenberg W. (a cura di), Firenze, Banca Toscana, 1991.
5) Quasi tutte le metodologie utilizzate per l’individuazione dei distretti industriali assumono come unità territoriale di analisi il sistema locale del lavoro, considerando l’autocontenimento del mercato del lavoro come condizione essenziale affinché un’area si possa configurare come una comunità di imprese e di persone.
6) Il concetto chiave utilizzato per l’identificazione dei SLL è in sostanza quello di mercato funzionale, inteso come area territoriale all’interno della quale le residenze, le produzioni di beni o servizi ed i trasporti interagiscono attraverso rilevanti flussi giornalieri di pendolarismo.
7) Per maggiori approfondimenti si rimanda a V. Capecchi “Un bilancio dell’innovazione tecnologica nel Circondario di Imola” in M Cavallo (a cura di) “Per una globalizzazione responsabile”, F. Angeli, 2001.
8) G. Baglioni e M. Catino, “Operai ed ingegneri. Cooperazione e partecipazione nel distretto industriale di Imola”, Il Mulino, Bologna, 1999.
9) Cfr. V. Capecchi, Op. cit.
10) Cfr. Moussanet M., Paolazzi L. “Gioielli, bambole, coltelli”, Il Sole 24 Ore Libri, 1992. ISTAT “Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 1995”, Roma, 1996. CNEL/CERIS-CNR 3° Rapporto “Innovazione, piccole imprese e distretti industriali”, CNEL, Roma, 1997.
11) Cfr. C. Carminucci e S. Casacci “Il ciclo di vita dei distretti industriali: ipotesi teoriche ed evidenze empiriche”, in L’industria, n° 2, 1997.
12) Con questo termine si intendono tutte quelle attività che risultano classificate in base all’ATECO 91 nei seguenti settori: produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo; fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici; fabbricazione macchine elettriche e apparecchiature elettriche ed ottiche; fabbricazione di mezzi di trasporto.
13) Partendo dalla classificazione delle attività economiche ATECO 91 a tre cifre, si è proceduto ad effettuare una nuova aggregazione che risultasse più significativa di quella tradizionalmente utilizzata dall’ISTAT che, come è noto, considera all’interno dell’industria metalmeccanica i seguenti comparti di attività: produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo (codici 27 e 28); fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici (29); fabbricazione di macchine elettriche e di apparecchiature elettriche ed ottiche (31 e 33); fabbricazione di mezzi di trasporto (34 e 35). Non sono pertanto considerate le produzioni in cui domina la componente elettronica ed elettrotecnica (30 e 32).
14) Cfr. V. Capecchi, Op. cit.
15) Maillat D. “Territorial dynamic, innovative milieus and regional policy”, Entrepreneurship & Regional Development, n° 7, 1995.
16) Cfr. A. Ranieri e S. Scarpetta, “La segmentazione del mercato del lavoro in Italia” in F. Pasquini et al. (a cura di), “Modelli di analisi e d’intervento per un nuovo regionalismo”, F. Angeli, 1994, pg. 195.
1. Distretti industriali e sistemi produttivi locali plurispecializzati: due modelli a confronto
In effetti, l’intera fase dello sviluppo industriale italiano che va dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, difficilmente può essere compresa senza ricorrere allo schema interpretativo fondato sulla nozione di distretto industriale. Formulata originariamente da Marshall (2), ma rielaborata in modo originale in primo luogo da Becattini (3), questa categoria concettuale può essere efficacemente utilizzata per spiegare la formazione, in numerose realtà del territorio nazionale, di sistemi di piccola impresa fortemente radicati sul territorio, in grado di competere sistematicamente con il modello della grande impresa integrata di tipo fordista e le sue successive evoluzioni.
In linea con l’interpretazione di Becattini (4), per distretto industriale di tipo marshalliano si intende un ambito territoriale circoscritto, naturalmente e storicamente determinato, caratterizzato da un'elevata presenza di piccole imprese e una forte specializzazione produttiva, all'interno del quale tende a determinarsi un ispessimento di relazioni, non solo fra le unità produttive ivi operanti, ma anche fra queste ed i lavoratori, le istituzioni e l'ambiente locale in senso lato, favorendo una rapida diffusione delle informazioni e dei processi innovativi. L’esistenza di un sistema produttivo di tipo distrettuale presuppone pertanto la presenza di ben definite peculiarità che riguardano sia le caratteristiche e l’organizzazione del processo produttivo, sia elementi riconducibili, più in generale, al contesto socio-culturale locale. Ci si riferisce in particolare:
· alla presenza di una pluralità di imprese indipendenti di piccole dimensioni, concentrate sul territorio e specializzate nelle stesse produzioni, o in attività ad esse complementari;
· all’elevata scomposizione in fasi del ciclo produttivo, frequentemente associata ad una pronunciata specializzazione tecnica delle imprese;
· alla forte rivalità fra le imprese che operano nella stessa fase del ciclo produttivo, contribuendo ad innalzare la produttività del sistema;
· alla diffusa cooperazione, più o meno esplicita, alimentata dall’esistenza di rapporti di tipo fiduciario, ma anche dall’appartenenza delle aziende ad un ambiente socio-culturale caratterizzato da un sistema omogeneo di valori e reso coeso da una fitta rete di relazioni di tipo comunitario;
· alla presenza di economie di localizzazione e urbanizzazione, esterne alle singole imprese ma interne al sistema produttivo locale, legate: alla forte specializzazione della manodopera, alla veloce circolazione delle informazioni e delle innovazioni, alla diminuzione dei costi di transazione e così via;
· alla forte mobilità sociale – almeno in termini relativi - fra posizioni lavorative dipendenti ed autonome (spesso attraverso meccanismi di spin off), che si associa a sua volta ad un’elevata nati-mortalità imprenditoriale;
· all’esistenza, infine, di un know how produttivo diffuso e specialistico incorporato nella stessa manodopera locale, che tende a diffondersi all’interno del sistema anche grazie all’elevata mobilità intersettoriale e intrasettoriale della forza lavoro.
Non c’è dubbio che i distretti industriali rappresentino un caso di successo dell’economia italiana, come testimonia d’altra parte il crescente interesse, anche a livello internazionale, nei confronti di questo peculiare modello di industrializzazione basato sulla presenza diffusa e al tempo stesso localizzata di PMI. E questo spiega perché la rinnovata attenzione assegnata al ruolo dei fattori ambientali, territoriali ed istituzionali nell’interpretazione dei processi di sviluppo, trovi tutt’ora nel nostro Paese un costante riferimento alla forma distrettuale, in gran parte alla base del “localismo” che caratterizza la struttura industriale italiana (peraltro riflesso nell’altrettanto pronunciato localismo bancario).
Senza voler diminuire l’importanza che tutt’oggi riveste tale approccio, sono tuttavia generalmente riconosciute le trasformazioni che hanno interessato le realtà distrettuali italiane negli ultimi anni e al tempo stesso la crescente affermazione di sistemi produttivi locali solo in parte assimilabili ai distretti industriali - almeno nella sua accezione tradizionale - pur presentandone il caratteristico radicamento territoriale. E’ possibile ravvisare in queste realtà un modello di sviluppo locale almeno in parte “alternativo” a quello canonico dei distretti industriali? In che misura tale modello è in grado di assicurare livelli comparabili di efficienza e competitività? E’ possibile che la maggiore capacità relazionale e innovativa - che la crescente apertura dei mercati internazionali oggi richiede - possa svilupparsi più favorevolmente in contesti molto diversi da quelli del distretto “tradizionale” caratterizzato dalla forte specializzazione merceologica?
Se la stessa eterogeneità delle traiettorie di sviluppo che caratterizzano i sistemi produttivi locali italiani rende difficile offrire risposte “generali” ai quesiti appena posti, è forse possibile introdurre alcuni parziali elementi interpretativi attraverso l’analisi di un caso concreto, quello del sistema locale imolese, che sembra racchiudere molti dei punti di forza tipici delle realtà distrettuali, senza presentare quella “coerenza merceologica” considerata in molti casi essenziale.
2. Un caso emblematico: il sistema locale imolese
Il caso sottoposto ad analisi è quello del sistema locale di Imola (5), che costituisce uno dei 784 Sistemi Locali del Lavoro identificati a suo tempo dall’ISTAT, aggregando gli oltre 8.000 comuni italiani sulla base di un criterio legato al grado di autocontenimento (6) del mercato del lavoro. L’area in questione comprende, oltre ad Imola che rappresenta il centro di più grande dimensione, anche i comuni di: Borgo Tossignano, Castelfiumanese, Castel del Rio, Castel Guelfo di Bologna, Castel San Pietro Terme, Dozza, Fontanelice, Mordano e Ozzano dell’Emilia, tutti situati in Provincia di Bologna.
1. Il primo aspetto da sottolineare è che l’imolese rappresenta a tutti gli effetti un sistema locale di tipo manifatturiero. I dati più recenti, desumibili dal Censimento Intermedio del ’96, mostrano infatti come:
· nel sistema locale si contano ben 173 addetti al manifatturiero ogni 1.000 residenti, un valore che, oltre a risultare nettamente superiore al dato nazionale (85), sopravanza di gran lunga anche il dato medio regionale, pari a 130;
· il rapporto fra le unità locali manifatturiere e la popolazione residente è pari a 13,3 nel caso di Imola, un livello superiore quasi del 30% al dato medio nazionale (10,3), a testimonianza di un’elevata densità di imprese manifatturiere sul territorio locale.
Fra l’altro, nonostante non siano ancora disponibili i dati dell’ultimo Censimento del 2001 con un sufficiente livello di disaggregazione settoriale, tutto lascia supporre che la vocazione manifatturiera dell’area sia andata ulteriormente consolidandosi nella seconda metà degli anni ’90, almeno in confronto a quanto accaduto nel resto del Paese. I dati provvisori diffusi dall’ISTAT con riferimento al settore industriale preso nel suo complesso, indicano come le distanze dalla media nazionale si siano ulteriormente ampliate. In base ai primi dati relativi al 2001, nel sistema locale di Imola sono infatti presenti 25,7 unità locali industriali ogni 1.000 abitanti, a fronte di un valore medio nazionale pari a 17,6 (inferiore quindi del 46%); analoghe differenze sono riscontrabili in relazione al tasso di industrializzazione (addetti al settore industriale su popolazione residente): in questo caso la “forbice” è ancora più evidente, registrandosi ad Imola 204,1 addetti all’industria ogni 1.000 residenti, a fronte di un valore medio su scala nazionale pari a 110 unità. In sostanza esce pienamente confermato come il sistema locale di Imola sia da considerarsi un’area a fortissima vocazione industriale.
2. Il secondo aspetto da rimarcare riguarda la forte concentrazione dell’occupazione manifatturiera in imprese di piccola e media dimensione. Sempre con riferimento ai dati del Censimento Intermedio Industria e Servizi del ’96, risulta infatti che l’80,3% degli addetti censiti nel manifatturiero lavora in imprese con meno di 250 addetti, un valore che risulta sostanzialmente allineato al dato medio nazionale (81,7%), pur risultando di alcuni punti inferiore al dato regionale (85,8%). Il ruolo trainante che svolgono le PMI nel contesto imolese appare tuttavia evidente, in sostanziale analogia con quanto si riscontra nei sistemi produttivi locali che assumono una connotazione tipicamente distrettuale; l’aspetto peculiare è semmai costituito dal fatto che, nel caso di Imola, anche la presenza di imprese di media dimensione appare relativamente consistente. Un fenomeno che appare evidente considerando la distribuzione dell’occupazione manifatturiera per classi di addetti, dalla quale emerge infatti che ad Imola:
· “solo” il 51,2% degli addetti manifatturieri risulta occupato in imprese di piccola e piccolissima dimensione (meno di 50 addetti), a fronte di una percentuale che, sia a livello regionale (59,8%), sia a livello nazionale (59,4%), risulta decisamente più elevata; più in particolare sono soprattutto le micro imprese (0-9 addetti) a svolgere nel caso di Imola un ruolo molto più ridotto da un punto di vista occupazionale, come si evince dal peso relativamente scarso che assume questa tipologia di impresa (18,4%) rispetto a quanto si rileva su scala sia regionale, che nazionale (rispettivamente il 25,6% ed il 26,5%);
· di conseguenza ben il 29,1% degli addetti risulta impiegato in unità locali di media dimensione (con un numero di addetti compreso fra 50 e 249), a fronte di percentuali più ridotte che si registrano sia a livello regionale (26,0%), sia soprattutto a livello nazionale (22,4%). Proprio la presenza di un rilevante gruppo di imprese di media dimensione, in grado di svolgere una funzione trainante per lo sviluppo locale, costituisce una delle principali caratteristiche “distintive” del modello produttivo imolese che meritano in questa sede di essere sottolineate.
3. Il terzo elemento da considerare è il ruolo attivo che svolge in questa realtà il “territorio”, da intendersi come luogo di sedimentazione storica di tradizioni produttive e conoscenze tecniche oggi incorporate nella forza lavoro locale. Imola d’altra parte è una città con una storia molto ricca e complessa, dove la tradizione socialista da un lato e quella cattolica dall’altro hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità locale, riuscendo a fondersi e ad integrarsi per dar luogo ad un modello di società solidale, molto coesa al suo interno e caratterizzata da un sistema di valori fortemente condiviso da tutta la comunità degli attori locali (7).
Questo aspetto – come osservato da Baglioni e Catino (8) - è stato sicuramente rafforzato dalla tradizionale omogeneità politica, dal ruolo svolto dalle Istituzioni Locali e dalla peculiarità di un modello imprenditoriale caratterizzato da un’elevatissima presenza di imprese e strutture di tipo cooperativo. L’impresa cooperativa include una varietà di forme organizzative che possono essere distinte dall’impresa tradizionale per il fatto che gli stessi cooperatori sono al contempo lavoratori e imprenditori, controllando – sia pure entro certi limiti - la gestione dell’impresa e partecipando al suo successo. In via generale, dunque, l’impresa cooperativa – a differenza dell’impresa di tipo capitalistico – deve saper soddisfare congiuntamente il duplice vincolo della solidarietà e dell’efficienza gestionale. Mentre nel passato, il vincolo della solidarietà ha rappresentato “il valore più elevato” rispetto a quello dell’efficienza, costituendo la ragione necessaria e sufficiente per l’esistenza della cooperativa stessa, oggi tale vincolo tende a coniugarsi maggiormente con l’efficienza. E' indubbio, in ogni caso, che la forma organizzativa - oltrechè giuridica - dell'impresa cooperativa garantisca maggiormente l’esistenza di legami con il tessuto sociale, economico e istituzionale, contribuendo ad alimentare quel clima di fiducia e capacità relazionale che costituisce uno dei principali punti di forza del sistema produttivo imolese.
Se gli elementi fin qui considerati porterebbero a considerare il caso di Imola come uno dei tanti esempi di sistema produttivo locale con una tipica connotazione distrettuale, altri aspetti, di seguito brevemente richiamati, tendono ad escludere questa possibilità.
4. Il primo elemento contraddittorio rispetto al modello distrettuale, è rappresentato dalla sostanziale assenza di una ben definita specializzazione merceologica, pur evidenziandosi da un punto di vista strettamente statistico, una prevalente concentrazione dell’occupazione manifatturiera nei comparti della meccanica (24,9%) e delle lavorazioni metalliche (20,0%) ed, in misura inferiore, nella lavorazione dei minerali non metalliferi (ceramica). Come osservato (9), una delle caratteristiche del tessuto produttivo imolese è proprio quella di essere costituito da una miriade di imprese di piccole e medie dimensioni specializzate nella realizzazione di prodotti molto differenziati fra di loro, che operano di conseguenza su mercati in gran parte diversificati.
Questo aspetto appare particolarmente evidente nella filiera metalmeccanica dove prevale nettamente il modello di produzione a specializzazione flessibile (cfr. par. 3). La gran parte delle imprese locali risulta infatti specializzata in attività (macchinari per impiego industriale, macchine utensili, macchine agricole, ecc.) generalmente caratterizzate da una forte differenziazione del prodotto e da un elevato livello di “personalizzazione” (ogni prodotto è diverso dal precedente e dal successivo). La scarsa specializzazione merceologica ha due importanti implicazioni: da un lato riduce la competizione fra le imprese locali operanti negli stessi segmenti di mercato, ovvero nella stessa fase del ciclo produttivo (come avviene viceversa nei distretti industriali); dall’altro tuttavia tende anche a ridurre la spinta verso l’instaurazione di forme relazionali molto strette fra le imprese, considerato anche lo scarso livello di complementarietà che caratterizza, in genere, le produzioni locali.
5. In ogni caso non è soltanto la mancanza di una specializzazione settoriale a rendere il caso di Imola difficilmente assimilabile al distretto industriale, almeno per come questo modello è stato tradizionalmente stilizzato in letteratura, ma anche alcune delle caratteristiche fondamentali del tessuto imprenditoriale che opera nel settore di specializzazione prevalente, cioè il comparto della fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici, dove si concentra circa un quarto degli addetti manifatturieri. Com’è noto, infatti, uno dei criteri generalmente utilizzati ai fini dell’identificazione dei distretti industriali è rappresentato dalla presenza prevalente di PMI nel principale settore di specializzazione dell’area. Questo requisito, nel caso di Imola, non viene in effetti soddisfatto, considerato come il comparto di maggiore specializzazione veda, accanto alle imprese di più piccola dimensione, anche una consistente presenza di imprese più strutturate, in grado di assumere una posizione dominante nel contesto produttivo locale. E’ infatti possibile riscontrare come:
· ben il 51,1% degli addetti censiti nel comparto di specializzazione nel ’96 lavora in unità locali con 250 addetti ed oltre, a fronte di valori decisamente più ridotti sia a livello regionale (23,2%), sia a livello medio nazionale (24,%);
· solo il 32,8% è impiegato in imprese di piccole dimensioni (meno di 50 addetti), contro percentuali che, sia a livello regionale (43,9%), che nazionale (46,5%), risultano assai più elevate.
Il fatto che il comparto della fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici non sia costituito principalmente da PMI porta pertanto ad escludere la possibilità che il sistema produttivo di Imola possa essere considerato un distretto industriale (10), anche se si deve osservare come la progressiva affermazione di imprese guida abbia caratterizzato nelle fasi più recenti l’evoluzione di molti distretti “tradizionali” (11), portando ad identificare nella gerarchizzazione del sistema uno degli sbocchi dominanti della forma distrettuale.
Proprio la presenza di imprese di maggiori dimensioni, infatti, portando il sistema produttivo locale ad assumere una configurazione di tipo più gerarchico, può consentire una maggiore rapidità di pianificazione e controllo strategico di fronte ai cambiamenti (tecnologici, di mercato, ecc.) che con sempre maggiore rapidità si manifestano nel contesto esterno. Queste imprese, oltre a detenere spesso posizioni di leadership sui mercati nazionali ed internazionali, sono al centro di una rete molto ampia di rapporti (produttivi e di mercato, ma anche informativi e tecnologici) che travalica i confini locali. Ad esempio molte di queste aziende hanno una presenza diretta all’estero, grazie alle iniziative intraprese di internazionalizzazione allargata (stipula di joint venture ed accordi commerciali, acquisizioni di aziende estere, creazione di stabilimenti o di uffici commerciali), anche allo scopo di seguire più da vicino le esigenze della propria clientela e favorire in questo modo una continua crescita del proprio know how.
In effetti, malgrado l’elevato grado di apertura verso l’esterno, anche i gruppi imprenditoriali di più grandi dimensioni presentano nel caso imolese un forte radicamento nel territorio locale, potendo contare sulla presenza nell’area - e più in generale nel contesto emiliano-romagnolo - di un una fitta rete di imprese contoterziste in grado di svolgere produzioni e/o lavorazioni molto specialistiche, garantendo elevati standard sia qualitativi che tecnologici. Questo aspetto, oltre a garantire elevate "esternalità" al sistema locale, consente alle imprese leader di conservare una struttura organizzativa relativamente "snella" e quindi una flessibilità produttiva che una diversa localizzazione non potrebbe viceversa assicurare. D’altra parte, in alcune attività quali quelle concernenti la produzione di impianti o macchinari per l'industria, la difficoltà di realizzare un’efficace standardizzazione dei processi produttivi (presupposto indispensabile per consentire la realizzazione di economie di scala all’interno dell'azienda), rende più efficiente in molti casi il ricorso alla sub fornitura esterna per la fabbricazione di parti e componenti più o meno specialistiche. Come spesso accade nei settori a specializzazione flessibile, il fatto di operare in contesti territoriali caratterizzati da elevate "esternalità", sia settoriali che di contesto, fa premio rispetto alla capacità delle singole imprese di realizzare economie interne di scala.
3. Un approfondimento sulle caratteristiche del principale comparto di specializzazione produttiva: il metalmeccanico
Poiché nel sistema locale di Imola oltre il 50% degli addetti risulta occupato in imprese che operano nella filiera metalmeccanica (12), appare utile a questo punto soffermare brevemente l’attenzione sulle caratteristiche strutturali e le dinamiche evolutive che hanno caratterizzato questo comparto.
Come è noto il metalmeccanico include al suo interno un insieme molto diversificato di attività, la cui identificazione e analisi non sempre risulta di agevole interpretazione. L’indistinto insieme che va dalle macchine utensili, alle macchine ed apparecchi elettrici e non elettrici, fino ad includere per estensione gli apparecchi per telecomunicazione, i mezzi di trasporto ed i prodotti ed utensili in metallo, comprende infatti prodotti – e quindi mercati - tra loro molto eterogenei cui corrispondono, soprattutto, tipologie di imprese e modelli di produzione/organizzazione del lavoro differenziati. E' dunque necessario introdurre uno schema interpretativo più adeguato al fine di comprendere le caratteristiche distintive delle attività metalmeccaniche imolesi.
L'approccio seguito in questa sede porta a riclassificare le diverse produzioni metalmeccaniche, in tre gruppi (13):
· la cosiddetta meccanica tradizionale, che riguarda sostanzialmente la produzione dei mezzi di trasporto (autoveicoli, cantieristica, materiale rotabile), dove prevalgono le grandi dimensioni di impresa e modelli di produzione di tipo fordista-taylorista (produzione in grandi serie senza particolari varianti), o comunque il più recente modello della lean production (produzione in grandi serie con molte varianti);
· l’industria meccanica specializzata, che comprende un'ampia gamma di produzioni (utensili e componenti meccaniche per l’industria e per la casa; trattamento dei metalli; macchine agricole, macchine utensili, meccanica generale elettrica e non elettrica; elettrodomestici ed apparecchi meccanici per la casa; ma anche alcuni mezzi di trasporto come cicli, motocicli e componentistica specializzata per autoveicoli) in cui tende a predominare il modello di produzione a specializzazione flessibile (produzioni fortemente differenziate e personalizzate sulla base delle esigenze del cliente) diffusamente radicato nella cultura industriale del nostro Paese;
· infine l’industria metallurgica di base comprendente: la produzione di ferro e acciaio, la fabbricazione di tubi, la produzione di metalli di base e la loro fusione, ecc; in queste attività industriali non sembra emergere una tipologia di impresa dominante, né tanto meno un modello di produzione/organizzazione caratterizzante.
Applicando tale schema interpretativo al caso imolese, emerge chiaramente l’importanza delle attività legate alla cosiddetta meccanica specializzata: in termini di addetti il peso di questo comparto è pari, infatti, al 43% della manodopera totale manifatturiera, a fronte di valori che in Emilia Romagna sono del 38%, mentre a livello nazionale appena del 29%. L'indice di specializzazione produttiva conferma in modo più evidente il fenomeno: nell'area imolese il peso relativo della meccanica specializzata è di 1,5 volte la media italiana e sale ad un valore di 1,7 se si fa riferimento al solo territorio del Comune di Imola; si tratta di valori superiori sia alla media regionale (1,3), che delle sole regioni centro-settentrionali (1,1). La specializzazione del sistema locale risulta inoltre particolarmente elevata in alcune specifiche branche di attività: le macchine utensili (indice di specializzazione pari a 3,0); la meccanica generale elettrica (1,7) e non elettrica (1,4); gli utensili e le componenti meccaniche per l’industria e la casa (1,5).
Le dinamiche intercensuarie disponibili (’91-’96) segnalano peraltro come l’aggregato della meccanica specializzata preso nel suo complesso si sia ulteriormente rafforzato nel corso della prima metà degli anni '90: il numero di addetti è cresciuto, infatti, del +4%, passando dalle 6.312 unità del 1991, alle 6.564 del 1996; l'aumento dell’occupazione è stato accompagnato da una leggera flessione nel numero delle unità locali (-2,5%), traducendosi in un incremento delle dimensioni medie delle aziende.
Molto più contenuto risulta viceversa il ruolo che assume l'industria metallurgica di base: in termini di addetti le attività legate alla produzione dei metalli e alla fabbricazione dei prodotti in metallo incide per il 9% sul totale dell'industria manifatturiera, un valore comunque superiore a quanto evidenziato sia in ambito provinciale (5%), che nazionale (7%). Tra il 1991 ed il 1996, anche l'andamento di questo comparto è risultato molto positivo, considerando che la crescita degli addetti è stata pari al +17,5% (circa 200 nuovi posti di lavoro), a fronte di una variazione di segno negativo registrata a livello a livello provinciale, dove gli addetti all'industria metallurgica si riducono del -2,7%. Così come accaduto per il comparto della meccanica specializzata, la crescita occupazionale si è accompagnata - anche in questo caso - ad una riduzione del numero delle unità locali operanti in questo settore di attività (-2,4% rispetto al 1991), con una conseguente crescita delle dimensioni medie delle imprese.
Appare evidente, infine, lo scarsissimo peso che rivestono nel caso di Imola le attività legate alla meccanica tradizionale. Secondo gli ultimi dati censuari relativi al ‘96, nel comparto relativo alla fabbricazione dei mezzi di trasporto (autoveicoli, locomotive e materiale rotabile ferro-tranviario, aeromobili) operavano solamente quattro unità locali, per un totale di 32 addetti, peraltro concentrati tutti nel Comune di Imola. Si può dunque parlare di un settore residuale nell’ambito del metalmeccanico imolese, che registra un’incidenza in termini di addetti significativamente inferiore anche alla stessa media nazionale (0,2%, contro il 3,7% rilevabile su scala nazionale).
Emerge chiaramente, in sostanza, come il sistema locale di Imola risulti fortemente specializzato in alcune particolari tipologie di produzioni metalmeccaniche dove tende generalmente a prevalere il modello della specializzazione flessibile. Questo modello, non solo è tipico delle imprese di più piccole dimensioni, ma tende a caratterizzare il modo stesso di operare dei gruppi imprenditoriali più forti presenti sulla scena locale (SACMI, Cefla, Irce, ecc.) (14). Come è noto non si tratta di una peculiarità esclusiva del contesto produttivo imolese, ma di un modello produttivo ed organizzativo riscontrabile in moltissime aree dell’Emilia-Romagna, dove esiste un fortissima tradizione nelle produzioni e lavorazioni metalmeccaniche, spesso legata alla presenza di scuole tecniche di elevato livello qualitativo che hanno avuto un ruolo fondamentale nel formare la manodopera locale e nel diffondere un patrimonio di conoscenze tecniche e di abilità professionali che si è profondamente radicato nel contesto locale, finendo per rappresentare una delle principali economie esterne di tipo ambientale che caratterizzano il sistema.
4. Alcune conclusioni
In definitiva, laddove fosse possibile generalizzare gli elementi emersi dall’analisi del caso “imolese” al fine di identificare un possibile modello in parte alternativo al distretto industriale “tradizionale”, i principali elementi caratterizzanti potrebbero essere così sintetizzati.
1. Il primo – e più rilevante - è da ricercarsi nell’assenza del requisito della specializzazione settoriale o merceologica. A differenza di quanto accade nei distretti industriali “tradizionali”, caratterizzati da un’elevatissima presenza di PMI specializzate nelle stesse produzioni o in attività ad esse complementari, queste aree non si identificano con una sola famiglia di prodotti, ma con una gamma diversificata di produzioni, caratterizzate in genere da uno scarso livello di complementarietà; la mancanza di una specializzazione merceologica tende a ridimensionare la spinta concorrenziale interna al sistema, riducendo al tempo stesso – almeno sotto questo profilo - la possibilità di stabilire intense relazioni produttive e di mercato con le altre imprese operanti all’interno del proprio contesto territoriale.
2. Il secondo elemento di differenziazione è rappresentato dalla relativa maggiore presenza - accanto alle imprese di più piccola dimensione - di medie e grandi strutture aziendali in grado di assumere una posizione di leadership nel contesto produttivo locale (e in alcuni casi si tratta, infatti, di imprese leader sul mercato nazionale e/o internazionale). Tale presenza conferisce al sistema una struttura molto più gerarchica rispetto a quella che si rileva generalmente nei distretti industriali “tradizionali”, caratterizzati da un’elevata presenza di soggetti imprenditoriali di piccole dimensioni, destinati a svolgere ruoli sostanzialmente equivalenti all’interno del sistema.
3. Il terzo elemento di disomogeneità riguarda il maggior grado di apertura verso i mercati esterni, non tanto per la vendita dei prodotti (come è noto la propensione all’export anche nei distretti industriali risulta tradizionalmente molto elevata), quanto nell’acquisizione degli input produttivi, informazioni strategiche e beni strumentali innovativi. Anche questo aspetto è da ricollegare evidentemente alla presenza nel contesto produttivo locale di aziende di maggiori dimensioni, capaci di intessere relazioni sempre più complesse e articolate anche con attori (altre aziende, centri di ricerca e laboratori pubblico/privati, società di consulenza, ecc.) che si trovano al di fuori del contesto locale, pur riuscendo a conservare tutti i vantaggi derivanti dall’appartenenza ad un ambiente caratterizzato da rilevanti esternalità (analogamente a quanto accade nei distretti industriali “tradizionali”).
4. Il quarto elemento di differenziazione si riferisce alle caratteristiche dei processi innovativi che, in queste aree, sembrerebbero spesso assumere natura più radicale rispetto a quanto si registra nei sistemi distrettuali “tradizionali”, dove lo sviluppo dell’innovazione è generalmente di natura essenzialmente incrementale e si manifesta tramite processi di learning by doing e learning by using. Nei sistemi locali “di tipo imolese”, le innovazioni non vengono evidentemente agevolate dalla suddivisione in fasi del ciclo produttivo e dalla forte specializzazione tecnica delle imprese, ma sono essenzialmente frutto di un processo di apprendimento alimentato:
a. sia dall’appartenenza delle imprese ad uno stesso ambiente capace di generare nuove conoscenze (spesso sedimentate in maniera tacita nel contesto locale) e di diffonderle rapidamente nel contesto locale (si parla in questo caso di apprendimento collettivo secondo la logica del milieu innovateur (15));
b. sia dalla capacità dei singoli soggetti imprenditoriali di interconnettersi e relazionarsi con altri attori esterni al sistema locale, utilizzando conoscenze e ritrovati tecnologici (il cosiddetto sapere scientifico codificato) sviluppati in ambiti diversi da quello in cui opera l’impresa stessa (si parla in questo caso di apprendimento da interazione secondo la logica dell’approccio relazionale).
In sintesi, rispetto ai punti di forza tipici del distretto industriale “tradizionale”, su cui la letteratura e gli stessi strumenti di policy si sono prevalentemente concentrati, i sistemi manifatturieri di PMI a specializzazione plurisettoriale presentano alcuni elementi distintivi che sembrerebbero contribuire al rafforzamento della propria capacità competitiva, soprattutto nell’attuale prospettiva di sviluppo dei mercati. Ci si riferisce in particolare:
· alla maggiore capacità di generare innovazioni non solo per adattamenti incrementali, ma anche per “salti” tecnologici, grazie alla presenza di un cospicuo numero di soggetti imprenditoriali, con elevate capacità relazionali, in grado di apprendere attraverso una forte interazione con l’esterno oltre che l’interno del sistema locale;
· alla minore dipendenza del contesto produttivo locale dagli shock temporanei che si manifestano sia a livello settoriale che di singola azienda (16) o, più in generale, dall’andamento ciclico che inevitabilmente caratterizza la domanda di un unico comparto industriale.
Diversificazione produttiva e dimensione aziendale appaiono in sostanza i due fattori distintivi che, innestati all’interno di un sistema in grado di garantire tutti i vantaggi di contesto tipici dei distretti industriali, sembrano alla base del successo indubbiamente registrato dal sistema imolese. Elementi di differenziazione rispetto ai distretti “tradizionali” che a ben guardare ci riportano tuttavia al nucleo originario dell’impostazione marshalliana, sia pure reinterpretati nel nuovo contesto determinato dal principale motore della cosiddetta globalizzazione: le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Se le economie di rete e i legami orizzontali tra le imprese possono oggi svilupparsi in una nuova dimensione del concetto stesso di prossimità, grazie all’allargamento delle coordinate spazio-temporali dei sistemi locali favorito dalle nuove tecnologie, il vantaggio dei sistemi di industrializzazione diffusa tende allora a spostarsi ulteriormente verso tutti quei fattori (mercato del lavoro congiunto, qualità delle risorse umane, ruolo delle istituzioni, grado di coesione sociale, ecc.) più di carattere “ambientale” e meno legati alle caratteristiche specifiche del singolo settore produttivo. La possibilità di affiancare a questi vantaggi la presenza di un tessuto di imprese più strutturato e una maggiore diversificazione produttiva, sembra allora consentire al sistema locale di affrontare in modo più adeguato le sfide poste dalla nuova economia, sia attraverso una maggiore capacità relazionale e di gestione dell’innovazione da parte delle aziende leader, sia per la riduzione dinamica dell’incertezza assicurata a livello di sistema dalla maggiore diversificazione produttiva.
1) CLES (Centro di ricerche e studi sui problemi del lavoro, dell’economia e dello sviluppo). In questo articolo, accanto ad elaborazioni del tutto originali, vengono ripresi parte dei risultati ottenuti dagli autori nell’ambito degli studi per la Conferenza economica del Circondario di Imola svolti dal CLES su incarico del Circondario stesso. Il presente articolo è stato pubblicato sulla Rivista Credito Popolare dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari anno IX, n° 2, 2002.
2) Marshall “Industry and trade”, London, McMillan, 1919.
3) G. Becattini “Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale”. Rivista di Economia e Politica Industriale, n° 1, 1979.
4) G. Becattini “Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico” in Pike F, Becattini G. e Sengenberg W. (a cura di), Firenze, Banca Toscana, 1991.
5) Quasi tutte le metodologie utilizzate per l’individuazione dei distretti industriali assumono come unità territoriale di analisi il sistema locale del lavoro, considerando l’autocontenimento del mercato del lavoro come condizione essenziale affinché un’area si possa configurare come una comunità di imprese e di persone.
6) Il concetto chiave utilizzato per l’identificazione dei SLL è in sostanza quello di mercato funzionale, inteso come area territoriale all’interno della quale le residenze, le produzioni di beni o servizi ed i trasporti interagiscono attraverso rilevanti flussi giornalieri di pendolarismo.
7) Per maggiori approfondimenti si rimanda a V. Capecchi “Un bilancio dell’innovazione tecnologica nel Circondario di Imola” in M Cavallo (a cura di) “Per una globalizzazione responsabile”, F. Angeli, 2001.
8) G. Baglioni e M. Catino, “Operai ed ingegneri. Cooperazione e partecipazione nel distretto industriale di Imola”, Il Mulino, Bologna, 1999.
9) Cfr. V. Capecchi, Op. cit.
10) Cfr. Moussanet M., Paolazzi L. “Gioielli, bambole, coltelli”, Il Sole 24 Ore Libri, 1992. ISTAT “Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 1995”, Roma, 1996. CNEL/CERIS-CNR 3° Rapporto “Innovazione, piccole imprese e distretti industriali”, CNEL, Roma, 1997.
11) Cfr. C. Carminucci e S. Casacci “Il ciclo di vita dei distretti industriali: ipotesi teoriche ed evidenze empiriche”, in L’industria, n° 2, 1997.
12) Con questo termine si intendono tutte quelle attività che risultano classificate in base all’ATECO 91 nei seguenti settori: produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo; fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici; fabbricazione macchine elettriche e apparecchiature elettriche ed ottiche; fabbricazione di mezzi di trasporto.
13) Partendo dalla classificazione delle attività economiche ATECO 91 a tre cifre, si è proceduto ad effettuare una nuova aggregazione che risultasse più significativa di quella tradizionalmente utilizzata dall’ISTAT che, come è noto, considera all’interno dell’industria metalmeccanica i seguenti comparti di attività: produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo (codici 27 e 28); fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici (29); fabbricazione di macchine elettriche e di apparecchiature elettriche ed ottiche (31 e 33); fabbricazione di mezzi di trasporto (34 e 35). Non sono pertanto considerate le produzioni in cui domina la componente elettronica ed elettrotecnica (30 e 32).
14) Cfr. V. Capecchi, Op. cit.
15) Maillat D. “Territorial dynamic, innovative milieus and regional policy”, Entrepreneurship & Regional Development, n° 7, 1995.
16) Cfr. A. Ranieri e S. Scarpetta, “La segmentazione del mercato del lavoro in Italia” in F. Pasquini et al. (a cura di), “Modelli di analisi e d’intervento per un nuovo regionalismo”, F. Angeli, 1994, pg. 195.
La cosa mostrata