MODELLO DISTRETTUALE E SVILUPPO RURALE ENDOGENO: IL CASO DEL CHIANTI SENESE - di Silvio Casucci e Antonio Ranieri
01/06/2004 -- In che misura la categoria del distretto industriale di tipo marshalliano è adattabile alle caratteristiche tipiche dei sistemi produttivi agricoli? Il caso del Chianti Senese - dalla Rivista Credito Popolare dell’Associazione Nazionale Banche Popolari, Anno IX, n°4/2002.
Nell’ampia letteratura sviluppatasi intorno alla natura e al ruolo svolto nel nostro Paese dai sistemi produttivi locali basati sulla presenza diffusa e al tempo stesso localizzata di piccole e medie imprese, un’attenzione crescente è da diversi anni ormai rivolta verso l’applicazione della categoria distrettuale al caso delle aree in cui le attività agricole assumono un peso significativo dal punto di vista economico e produttivo. Le ragioni di tale interesse risiedono, oltre che nella rinnovata centralità della variabile territoriale nell’analisi dei processi di sviluppo economico, anche nelle profonde trasformazioni che stanno interessando la struttura socio-economica dei sistemi agricoli territoriali, le cui caratteristiche sembrano portare all’individuazione di nuovi modelli di sviluppo endogeno variamente definiti come rurali, agricoli, agro-alimentari o agro-industriali. Dopo una breve ricostruzione del dibattito intervenuto nell’ultimo decennio sulla definizione dei modelli di sviluppo locale nei contesti agricoli, attraverso l’analisi del caso del Chianti Senese si cercherà di verificare in che misura la categoria del distretto industriale di tipo marshalliano sia effettivamente adattabile alle caratteristiche tipiche dei sistemi produttivi in cui il sistema agricolo tende a conservare un ruolo preminente nel contesto socio-economico locale.
1. Applicabilità dell’approccio distrettuale in un contesto rurale
Com’è noto, le considerazioni svolte da Alfred Marshall già nei primi decenni del secolo scorso(1), hanno ricevuto largo impiego nel nostro Paese, dando luogo ad un progressivo e originale adattamento del modello distrettuale alle caratteristiche del sistema produttivo italiano(2). Rinviando all’ampia letteratura esistente in materia per eventuali approfondimenti, nel riquadro 1 sono sinteticamente descritti i principali requisiti del modello a cui si farà successivamente riferimento al fine di verificarne l’applicabilità al caso oggetto di studio. Pur senza ripercorre, inoltre, il dibattito circa le caratteristiche e i limiti di applicabilità delle categorie distrettuali nei contesti di tipo agricolo e/o rurale, è tuttavia opportuno riassumerne preliminarmente gli aspetti salienti.
Riquadro 1
Principali requisiti del distretto marshalliano
· Presenza di una pluralità di imprese indipendenti di piccole dimensioni, concentrate sul territorio e specializzate nelle stesse produzioni o in attività ad esse complementari;
· Elevata scomposizione in fasi del ciclo produttivo, frequentemente associata ad una pronunciata specializzazione tecnica e settoriale delle imprese;
· Forte rivalità fra le imprese che operano nella stessa fase del ciclo produttivo e al tempo stesso diffusa cooperazione alimentata dall’esistenza di rapporti di tipo fiduciario e soprattutto dall’appartenenza delle aziende ad un ambiente socio-culturale omogeneo dal punto di vista valoriale e reso coeso da una fitta rete di relazioni di tipo comunitario;
· Presenza di economie di localizzazione e urbanizzazione, esterne alle singole imprese ma interne al sistema produttivo locale, legate: alla forte specializzazione della manodopera; alla veloce circolazione delle informazioni e delle innovazioni; alla diminuzione dei costi di transazione e così via;
· Forte mobilità sociale – almeno in termini relativi - fra posizioni lavorative dipendenti ed autonome (spesso attraverso meccanismi di spin off), che si associa a sua volta ad un’elevata dinamicità imprenditoriale;
· Presenza di know how produttivo diffuso e specialistico, incorporato nella manodopera locale, che tende a diffondersi all’interno del sistema anche grazie all’elevata mobilità intersettoriale e intrasettoriale della forza lavoro.
· Esistenza di rapporti comunitari storicamente fondati su un sistema di valori relativamente omogeneo in grado di favorire una forte interazione tra il sistema delle imprese e il sistema delle istituzioni sociali, economiche e finanziarie presenti sul territorio.
Fondamentale a tale scopo è riprendere brevemente i concetti di filiera e di agrobusiness, generalmente alla base delle diverse classificazioni formulate, tendenti a verificare il grado di autonomia/integrazione delle aziende agricole, nonché la presenza o meno, in un determinato contesto territoriale, delle principali fasi del processo produttivo e distributivo schematicamente rappresentate(3):
· dalla fase di produzione e distribuzione dei mezzi tecnici (farm supplies);
· dalla produzione agricola in senso stretto (farming);
· dalle fasi successive rappresentate dall’immagazzinaggio, trasformazione e commercializzazione (processing and distribution) dei prodotti;
Su questa base, non senza assumersi il rischio di una temeraria generalizzazione e qualche “forzatura”, è possibile schematizzare il dibattito intervenuto negli ultimi quindici anni con riferimento ai seguenti tre modelli principali elaborati nel tempo dagli economisti agrari nel nostro Paese(4):
· quello di distretto agricolo, essenzialmente nel senso proposto da Iacoponi già agli inizi dello scorso decennio, inteso come un modello di produzione che realizza a livello territoriale (ovvero di sistema locale di imprese) l’integrazione tra la fase farming e la fase farm supplies, in cui quest’ultima costituisce evidentemente l’elemento trainante;
· quello di distretto agro-alimentare, caratterizzato dalla centralità della produzione agricola (farming), a cui si affianca tuttavia la presenza predominante delle attività di trasformazione (processing and distribution) pur se prevalentemente orientate alla produzione locale;
· quello, infine, di distretto agro-industriale identificabile quando, accanto ad un’attività agricola relativamente fiorente, è presente anche in questo caso un’attività rilevante di trasformazione industriale, che riguarda tuttavia – seguendo l’impostazione di Cecchi - prevalentemente prodotti agricoli extra-locali al distretto.
Per meglio comprendere tali definizioni, è bene ricordare come il processo produttivo che caratterizza l’attività agricola presenti alcune peculiarità che non consentono una sua piena assimilazione al processo produttivo di tipo manifatturiero, ed in particolare:
· i processi di produzione agricola “sono caratterizzati dalla continua presenza di un fondo produttivo dominante, la terra, intrasferibile e incomprimibile” (5), che richiede un tipo di organizzazione oggettivamente diverso da quella che può essere generalmente realizzata nei settori manifatturieri;
· più precisamente le produzioni agricole richiedono una “sequenza obbligata del processo, consentendo esclusivamente l’introduzione di modelli organizzativi in grado di assicurare una più intensa e continua utilizzazione dei fattori di fondo e/o un risparmio nei tempi di produzione” (6).
Ne segue che, laddove si volesse fare riferimento ad un sistema produttivo locale in cui si realizzi esclusivamente la fase agricola in senso stretto, sarebbe difficile verificare l’esistenza del requisito della scomponibilità del processo (cfr. Riquadro 1) viceversa essenziale ai fini dell’identificazione dei distretti industriali di tipo marshalliano(7). Sarà quindi necessario tornare successivamente su questo aspetto, essenziale ai fini del presente contributo, nel momento in cui si analizzerà il caso specifico del Chianti Senese, ed in particolare del suo principale prodotto di specializzazione: il Chianti Classico.
Ai nostri scopi è sufficiente a questo punto ricordare come il dibattito circa l’applicabilità del modello distrettuale alle attività tipicamente presenti in un contesto rurale, pur se tuttora aperto, ha trovato nel D.L. 228/2001(8) un primo sbocco di tipo normativo. Il provvedimento, oltre ad aver ridefinito la nozione giuridica dell’impresa agraria, assimilandola alle altre imprese e distinguendola dalle attività di natura ricreativa o finalizzate all’autoconsumo prive del carattere di impresa, introduce due importanti novità:
· in primo luogo ampliando l’ambito di azione dell’impresa agraria (art.1) fino a includere l’insieme delle attività connesse dirette alla “manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dell’allevamento, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata (...);
· in secondo luogo accogliendo, per la prima volta anche dal punto di vista normativo, la nozione di distretti rurali e agroalimentari (art.13), intesi rispettivamente come sistemi produttivi locali caratterizzati: a) nel primo caso, “da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione tra attività agricole a altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali; b) nel secondo caso “da significativa presenza economica e interrelazione e interdipendenza produttiva delle imprese agricole e agroalimentari, nonché da una o più produzioni certificate e tutelate (...) oppure da produzioni tradizionali o tipiche”.
2. Le principali caratteristiche di un modello di distretto rurale o agro-alimentare
Se dal punto di vista teorico il dibattito non può certo ritenersi concluso, ai fini della presente analisi si concorda con Iacoponi sul fatto che la definizione legislativa di distretto nel settore agricolo possa ritenersi soddisfacente(9). Su questa base, è possibile a questo punto riassumere le caratteristiche distintive attribuibili ad un sistema produttivo locale che assume le caratteristiche del distretto rurale o alternativamente quelle del distretto agro-alimentare, tenendo ovviamente conto del fatto che – sia pure in diversa misura – molti dei criteri utilizzati sono pienamente applicabili ad entrambi i modelli.
Per ciò che riguarda il distretto rurale gli aspetti maggiormente connotanti questo peculiare modello di sviluppo possono essere così riassunti.
1. In primo luogo tale modello deve essere ovviamente applicato con riferimento a quei sistemi locali che presentano caratteristiche di ruralità più o meno accentuate(10), ovvero ai sistemi caratterizzati da bassa densità demografico/produttiva dove l’attività agricola conserva un ruolo rilevante - sia pure in forte integrazione con le altre attività - pur non essendo generalmente in grado di offrire un contributo diretto prevalente nella formazione del valore aggiunto o nell’impiego della forza lavoro locale. La centralità dell’agricoltura si sostanzia nel fatto che questo settore, pur rappresentando soltanto una componente del sistema produttivo locale, svolge un ruolo fondamentale o comunque connotante nel contesto territoriale considerato.
2. In secondo luogo è legittimo attendersi un tessuto produttivo caratterizzato dalla presenza di aziende agricole di piccole e piccolissime dimensioni, dotate tuttavia di una forte capacità relazionale. Un sistema, dunque, di imprese in grado di favorire condizioni “ambientali” ricche di economie esterne di localizzazione (in termini di velocità di circolazione delle informazioni, diffusione delle innovazioni, capacità di adattamento al mercato, ecc.).
3. In terzo luogo, se ci si allontana da un concetto di ruralità inteso come marginalità socioeconomica, è allora evidente che un distretto rurale pienamente compiuto può essere considerato tale laddove si realizza un circolo virtuoso in cui, sia pure attorno a determinate produzioni tipiche connotanti, si sviluppa un complesso di attività tra loro fortemente integrate e sinergiche che coinvolgono l’insieme del sistema locale: non si tratta semplicemente del realizzarsi sul territorio dell’integrazione tra la fase farmimg e la fase farm supplies, ma anche all’insieme delle attività tipicamente legate allo sviluppo turistico, o quelle, altrettanto importati, in grado di garantire un corretto equilibrio con l’ambiente, natura e paesaggio ben conservati, poiché è l’immagine di qualità del territorio considerato nel suo insieme che rappresenta un fattore di successo delle stesse produzioni locali. Il prodotto offerto tende in sostanza ad assumere le caratteristiche di un prodotto congiunto costituito dalle produzioni agricole, dall’artigianato tipico, dalla tutela e conservazione ambientale, dall’offerta culturale, turistico-ricreativa o residenziale e così via. E’ il loro sviluppo integrato ed equilibrato, espressione di quella “conoscenza contestuale” fondata sulle molteplici attività di sfruttamento-valorizzazione delle risorse esistenti sottolineata da molti autori(11),che assicura a ciascuna attività una qualità elevata (e soprattutto la sua percezione da parte del mercato finale) e di conseguenza il posizionamento su livelli più elevati di valore aggiunto e redditività.
4. Altra caratteristica distintiva, richiamata dalla normativa e fortemente coerente con l’impostazione becattiniana, è rappresentata dalla presenza di una comunità di persone che “incorporano un sistema abbastanza omogeneo di valori che si esprime in termini di etica del lavoro e dell’attività, della famiglia, della reciprocità, del cambiamento”; un sistema di valori che, coinvolgendo l’insieme delle istituzioni sociali ed economiche, concorre alla formazione di un’atmosfera – fatta anche di cultura e di sapere locale – che permette la riproduzione e l’innalzamento delle competenze direttamente o indirettamente necessarie allo sviluppo del distretto. Un requisito che, nel caso del distretto rurale, rappresenta d’altro canto una precondizione anche per il realizzarsi di quell’azione sinergica necessaria per un’efficace valorizzazione integrata del territorio che richiede il contributo – in forma tacita o esplicita – dell’insieme degli attori (istituzionali, economici e sociali) presenti sulla scena locale.
5. L’applicazione della categoria distrettuale, infine, richiede il riferimento ad uno specifico ambito territoriale caratterizzato da una relativa concentrazione sul territorio delle imprese e delle famiglie in cui, l’esistenza di un tessuto socio-economico e produttivo compatto, consenta l’emergere di un mercato comunitario e più in generale di un complesso di condizioni “ambientali” in grado di favorire lo sviluppo di economie esterne assimilabili a quell’industrial atmosphere indicata da Marshall con riferimento al caso dei distretti di tipo manifatturiero. Anche al fine di giungere ad una precisa identificazione geografica dell’area, il riferimento alla natura di “sistema” si ritiene possa essere risolto in sostanziale analogia al caso dei distretti industriali, ovvero assumendo a tale scopo un criterio di autocontenimento da tempo utilizzato per l’identificazione dei “sistemi locali del lavoro” (12).
Resta da capire a questo punto quali siano i caratteri di omogeneità, ma anche gli elementi di differenziazione riscontrabili in un sistema produttivo che assume viceversa le caratteristiche del distretto agro-alimentare. I requisiti che accomunano i due modelli sono sicuramente rappresentati:
· dalla bassa densità demografica e l’elevata dispersione della popolazione sul territorio, anche se i distretti agro-alimentari possono registrare in alcuni casi forme più accentrate di insediamento;
· dall’elevata densità imprenditoriale accompagnata da una forte capacità relazione tra le imprese e dallo sviluppo di forti economie di localizzazione;
· dalla compattezza del tessuto sociale, economico ed istituzionale e la forte coesione all’interno dell’area;
· dalla contiguità spaziale delle attività economiche e sociali, cioè l’esistenza di un mercato del lavoro relativamente autocontenuto.
Gli elementi di differenziazione più significativi possono essere viceversa ricondotti:
· da un lato al maggiore grado di integrazione orizzontale e verticale (laddove esistono ovviamente le condizioni di scomponibilità in fasi del processo) riscontrabile fra le imprese operanti nel settore agricolo ed in quello della trasformazione alimentare, nonché al maggior peso che il settore assume nel sistema locale sia a livello economico che occupazionale;
· dall’altro al minor grado di interdipendenza e complementarietà che tende a stabilirsi fra le diverse attività economiche presenti sul territorio, rispetto alle quali l’agricoltura non presenta quelle sinergie riscontrabili viceversa in un sistema distrettuale di tipo rurale. Ad esempio, mentre è evidente in un distretto rurale lo stretto legame esistente fra i prodotti tipici locali e il loro territorio, tanto da stimolare nel consumatore il desiderio di conoscerne personalmente i luoghi di origine, altrettanto non avviene con riferimento ai prodotti di un distretto agro-alimentare che vengono appezzati in quanto tali e non tanto per la capacità “evocativa” dell’area di provenienza.
Accanto a questi, possono essere individuati ulteriori elementi di differenziazione che, seppure in parte comuni ai due modelli, sembrano assumere un valore più decisivo nel caso dell’agro-alimentare:
· proprio per le ragioni appena ricordate, un primo elemento è sicuramente rappresentato dalla forte specializzazione in colture agricole a più alto valore aggiunto, caratterizzate da elementi di elevata tipicità, sovente accompagnate dalla presenza diffusa di “marchi di qualità” e altre forme di tutela che ne garantisco standard qualitativi e riconoscibilità al momento del consumo finale;
· un’altra caratteristica, generalmente più evidente nel caso dei distretti agro-alimentari, è costituita da una maggiore presenza di servizi pubblico/privati in grado di stimolare e diffondere l’innovazione all’interno del contesto locale e supportare gli imprenditori nelle scelte colturali più adatte in relazione alle caratteristiche morfologiche dei terreni ed alle tendenze del mercato;
· da ultimo, come spesso accade nel settore agricolo, più sviluppata sembra essere anche l’organizzazione del sistema delle imprese attraverso strutture associative di livello sovra-aziendale (consorzi, cooperative di conferimento dei prodotti, cantine sociali, ecc.), in grado di assicurare una maggiore capacità di penetrazione sui mercati di sbocco (nei confronti dell’industria alimentare, della grande distribuzione organizzata, dei grossisti, ecc.), ma anche su quelli di approvvigionamento.
3. Il profilo socio-economico del Chianti Senese
Prima di affrontare la questione riguardante in che misura il sistema locale del Chianti Senese risulti assimilabile ad un distretto marshalliano, è opportuno ricostruire in via preliminare alcune delle caratteristiche generali del tessuto socio-economico locale. Quello offerto in questa sede costituisce, ovviamente, un quadro sintetico e inevitabilmente parziale, finalizzato soprattutto ad evidenziare le caratteristiche e il ruolo svolto dalle attività agricole nell’area e dai settori ad esse collegabili in un quadro integrato tipico dei sistemi rurali.
In base alla zonizzazione adottata a livello regionale(13), l’area in questione identifica innanzi tutto un sistema economico locale (SEL 23) con caratteristiche di spiccata omogeneità al suo interno. La struttura socio-economica del Chianti Senese presenta infatti alcuni connotati tipici dei sistemi residenziali, a cui si sovrappongono elementi propri di quelle aree che conservano una forte e ben definita identità rurale, che si sposa ad una crescente vocazione turistica fortemente legata a quella agricola. Nel corso degli ultimi dieci/quindici anni il settore turistico ha conosciuto, infatti, uno sviluppo davvero imponente, fungendo da traino per le altre attività più direttamente favorite dal crescente afflusso turistico (ci si riferisce al settore del commercio e dei pubblici esercizi, all’interno del quale risultano compresi sia gli alberghi che i ristoranti, ma anche ad altri servizi alla persona il cui sviluppo risulta almeno in parte legato alle presenze turistiche). Al contrario l’industria manifatturiera appare nel complesso sottodimensionata, fatta eccezione per alcuni comparti la cui attività risulta in gran parte riconducibile alla trasformazione delle produzioni agricole locali (prevalentemente industria alimentare e delle bevande; in misura inferiore quella del legno e del mobilio).
3.1 Caratteristiche generali e livello di sviluppo.
In termini generali l’area del Chianti Senese si colloca su livelli di sviluppo abbastanza elevati, che d’altra parte caratterizzano l’intero sistema provinciale. Secondo le stime disponibili(14) nel 1997 il valore aggiunto pro-capite si attestava su 23,6 milioni di lire, un valore sostanzialmente corrispondente alla media provinciale, diversamente da quanto si verificava in passato, a dimostrazione dei notevoli progressi compiuti dall’area del Chianti nel corso dell’ultimo ventennio (si veda la tavola seguente).
Fonte: elaborazione su dati IRPET
In questo quadro, un ruolo trainante sulla dinamica del valore aggiunto è stato svolto dal complesso delle attività terziarie, come dimostra l’importanza raggiunta sia dal comparto del commercio e dei pubblici esercizi (23,3% del V.A. totale) che dei servizi privati (20,3%). Assai inferiore risulta essere viceversa la quota imputabile all’industria manifatturiera nel suo complesso (21,9%), al settore delle costruzioni (6,9%), ma anche dallo stesso comparto agricolo (12,6%), che assume tuttavia un’incidenza quasi sei volte superiore a quella rilevabile, in media, a livello regionale.
Se si ragiona inoltre in termini occupazionali, il ruolo dell’agricoltura torna ad essere estremamente rilevante, dal momento che circa il 32,8% delle unità di lavoro(15) – sempre al 1997 - risulta ascrivibile direttamente a questo comparto, (senza contare quindi il contributo indirettamente offerto allo sviluppo degli altri settori ad esso collegati), a fronte di un valori medi regionali e nazionali pari rispettivamente al 3,6% ed al 6,4%. Nel Chianti Senese il peso assunto dal complesso delle attività terziarie resta naturalmente elevato, assorbendo quasi il 45% delle unità di lavoro totali, un valore che appare tuttavia inferiore al dato medio sia regionale, che nazionale. Scarsa infine risulta essere la quota di occupazione imputabile all’industria, soprattutto per ciò che riguarda le attività manifatturiere (14,8%).
Incidenza del Valore aggiunto e delle Unità di lavoro del settore agricolo sul totale al 1997
Fonte: elaborazione su dati IRPET
In ogni caso l’elevato livello di sviluppo riscontrabile nel Chianti Senese si abbina anche ad un reddito e ad una ricchezza pro-capite superiore a quella mediamente rilevabile in altri contesti territoriali(16). I dati disponibili al riguardo indicano in particolare che:
· la ricchezza pro-capite(17) degli abitanti del Chianti Senese nel ’99 ammontava a 82 milioni di lire, un valore superiore del 28% circa al dato medio regionale;
· il reddito pro-capite in base ai dati relativi al ’95 sopravanzava del 2,9% la media regionale.
3.2. Aspetti demografici e caratteri di ruralità
I dati provvisori del Censimento Istat 2001, che confermano in linea generale quelli di fonte anagrafica, indicano nei quattro comuni del Chianti Senese una popolazione residente complessiva pari a 14.084 unità. Si tratta di una popolazione piuttosto anziana, anche se i livelli di invecchiamento restano significativamente più bassi di quelli medi provinciali e regionali (del resto la Toscana è una delle regioni più anziane d’Italia). Per inciso è interessante osservare come la popolazione residente risulti pari al 61% circa di quella censita nell’area nel 1951 prima che la mezzadria entrasse in profonda crisi, avviando intensi processi di trasformazione e ridimensionamento delle attività agricole, solo recentemente arrestatisi.
E’ tuttavia significativo sottolineare come proprio la ripresa del ruolo dell’agricoltura nell’area sia stata accompagnata dalle positive performance demografiche sperimentate nell’ultimo decennio. Fra i censimenti del 1991 e del 2001(18) la popolazione residente è aumentata complessivamente del +10,3% (in termini assoluti, oltre 1.300 nuovi residenti), con una dinamica molto pronunciata, soprattutto se confrontata con quella riscontrata a livello provinciale e regionale (rispettivamente –1,3 e –2,0%). La crescita demografica sperimentata nel corso degli ultimi 10/15 anni non ha tuttavia modificato le caratteristiche del modello insediativo, come testimonia il dato relativo alla densità: nel Chianti senese questa si attesta, infatti, su di un valore pari a 29 abitanti per Kmq, a fronte dei 150 e dei 187 abitanti che si registrano in media a livello regionale e nazionale.
3.3. L’articolazione della struttura produttiva extra-agricola
L’analisi della struttura produttiva extra-agricola può essere condotta con riferimento al Censimento Intermedio predisposto dall’Istat nel 1996 (cfr. tabella n°1).
Tabella n° 1: Chianti Senese - Unità locali e addetti per settori di attività al 1996
Fonte: elaborazioni su dati Istat, Censimento intermedio 1996
In linea con la forte capacità attrattiva determinata dagli alti livelli di qualità della vita e la prossimità al capoluogo provinciale, la distribuzione degli addetti per principali comparti di attività evidenzia innanzi tutto come il Chianti Senese sia un’area con spiccate caratteristiche residenziali, in cui la presenza di attività produttive risulta nel complesso alquanto rarefatta e comunque circoscritta ad alcuni particolari settori (il turismo, il commercio e le industrie di trasformazione alimentare) che presentano evidenti interconnessioni con l’attività agricola locale.
Soprattutto il settore manifatturiero appare nel complesso piuttosto sottodimensionato, fatta eccezione per quei comparti più direttamente collegati alle produzioni agricole locali; ci si riferisce in particolare:
· da un lato all’industria alimentare e delle bevande dove risultavano occupati circa il 15,5% degli addetti extra-agricoli censiti nel 1996;
· dall’altro al mobilio ed all’industria del legno, settore nel quale risultavano concentrati circa il 12,2% degli addetti extra-agricoli.
In generale le imprese operanti nel settore manifatturiero assumono dimensioni medie piuttosto contenute (7,3 addetti), anche se superiori a quelle che si rilevano, in media, sia a livello provinciale (7,1), che regionale (6,8). In ogni caso il settore manifatturiero non sembra certo caratterizzarsi come un punto di forza dell’area: escludendo alcune isolate realtà industriali operanti nel comparto alimentare (vinicolo) ed in quello del mobilio, il settore appare molto frammentato e caratterizzato dalla presenza di imprese di piccole e piccolissime dimensioni scarsamente integrate fra di loro (ad eccezione delle produzioni alimentari legate al vino ed all’olio non esistono infatti filiere produttive vere e proprie). In coerenza con la vocazione residenziale dell’area, il settore delle costruzioni continua viceversa a svolgere un ruolo relativamente sostenuto (pari al 15,1% del totale extra-agricolo), anche se nel corso della prima metà degli anni ’90 ha subito un significativo ridimensionamento perdendo oltre un quarto degli addetti complessivamente impiegati.
Quando si parla del settore manifatturiero locale non si può tuttavia ignorare il ruolo crescente dell’artigianato tipico. In particolare l’artigianato tradizionale artistico ha conosciuto un fiorente sviluppo nel corso degli ultimi anni, con un ventaglio di mestieri che comprende la lavorazione del cotto, il ferro forgiato, il mobilio d’arte, la ceramica e la maiolica, il ricamo, l’argenteria e l’oreficeria, la tessitura. Tra i produttori attuali si distinguono svariati casi di produzione d’eccellenza e molti manufatti hanno ormai mercati di sbocco che travalicano anche i confini nazionali. Un recente studio promosso dalla CNA di Siena (CNA, 2000) ha messo in evidenza come nei sette comuni del Chianti Classico esistano oltre cinquanta imprese di artigianato artistico, di cui il 90% circa avviate dopo il 1960 anche se in molti casi la nascita dell’attività imprenditoriale è stata facilitata da un trasferimento di tradizioni familiari e conoscenze locali con radici storiche profonde. Oltre a queste micro-imprese si aggiungono oggi alcune realtà che sono classificabili come “piccole industrie” che sono oggi imprese artigiane cresciute di dimensione, ma che mantengono gli stessi metodi e standard di produzione.
Se si sposta l’attenzione sul settore terziario, emerge infine il ruolo preminente svolto sia dagli alberghi e ristoranti (pari al 14,7% del totale), sia dal commercio al dettaglio (pari al 10,0%), a conferma della forte vocazione turistica dell’area. Entrambi i comparti hanno tuttavia registrato una perdita occupazionale fra il ’91 ed il ’96 di entità pari rispettivamente al – 16,1% ed al -4,6%. Anche per questi settori la mancanza di dati censuari riferibili alla seconda metà degli anni ’90 non consente di avere indicazioni precise sugli andamenti occupazionali più recenti. I segnali raccolti lasciano tuttavia immaginare una inversione di tendenza nella seconda metà degli anni ’90, per effetto della forte espansione dei flussi turistici rilevata negli anni più recenti.
3.4. Il ruolo dell’agricoltura nel contesto economico locale
Malgrado la relativa diversificazione dell’apparato produttivo locale, il settore agricolo conserva tutt’oggi un ruolo preminente nel sistema economico dell’area. Il processo di specializzazione in atto da diversi anni ha valorizzato le produzioni locali di maggiore pregio e a più elevata redditività (vino DOC e DOCG ed olio), mentre lo sviluppo tecnologico ha originato elevati tassi di crescita della produttività aziendale.
Dai dati provvisori dell’ultimo Censimento dell’agricoltura (2000) emerge innanzi tutto come la superficie agricola totale delle aziende agricole si attesti su di un valore pari a 42.460 ettari (l’87% circa della superficie territoriale complessiva), mentre il numero di aziende agricole supera di poco le 1.100 unità (ciò significa un’azienda agricola ogni 12,7 abitanti a fronte di valori che a livello regionale e nazionale risultano pari a 24,7 e 21,7 abitanti). Se si focalizza l’analisi sulle trasformazioni intervenute nel corso dell’ultimo decennio, colpisce sia la crescita del numero delle aziende agricole (+7,2%), sia della loro superficie (+1,5% della SAT). Si tratta di valori eccellenti se paragonati al dato nazionale o regionale (dove le aziende calano rispettivamente del –14,3% e del -6.6% mentre la SAT si contrae del –13,6% e del -8,4%), ma anche allo stesso dato medio provinciale (-0.4% in termini di aziende e -4,4% in termini di superficie).
All’aumento delle aziende e della superficie aziendale totale, si associa tuttavia un significativo calo della SAU (-8,2%), inferiore in ogni caso alla riduzione che ha interessato l’intero territorio nazionale (-12,1%). Nel caso del Chianti Senese il calo della SAU è dipeso principalmente della riduzione della superficie investita a seminativi (-9,0%), pur avendo interessato anche le coltivazioni legnose agrarie (-6,5%). In ogni caso, nell’area in questione si registra un aumento delle aziende e dell’imprenditorialità (segnale di fiducia nel settore e di una sua dinamica non involutiva), ma diminuisce la dimensione aziendale media (segnale di mutamento dei processi produttivi).
Se si passa ad analizzare le caratteristiche strutturali del settore agricolo chiantigiano, dal confronto con le altre aree emerge chiaramente come questo sia caratterizzato da una relativa maggiore presenza di imprese di più grandi dimensioni, pur registrandosi in ogni caso una netta prevalenza di aziende a conduzione diretta del coltivatore, condotte con manodopera esclusivamente o comunque prevalentemente familiare. La relativa maggiore dimensione delle aziende agricole localizzate nel Chianti Senese appare evidente considerando innanzi tutto i dati sulle superfici medie: queste si attestano, infatti, su di un valore pari a 14,7 ettari di SAU per azienda, a fronte dei 6,1 ettari e dei 5,1 ettari rilevabili, in media, a livello regionale e nazionale. La distribuzione delle aziende per classi di superficie agricola utilizzata conferma la relativa anomalia del Chianti, pur evidenziando come anche in quest’area il settore agricolo risulti comunque caratterizzato da una massiccia presenza di aziende agricole di piccola dimensione. Ciò appare evidente considerando che:
· le micro aziende con meno di un ettaro di superficie sono nel Chianti senese il 27,6% del totale, a fronte del 45,4% e del 44,9% rilevabile su scala regionale e nazionale;
· l’incidenza delle aziende con meno di 5 ettari di SAU raggiunge nell’area in questione il 56,9% del totale, contro valori medi in Toscana ed in Italia pari rispettivamente al 76,9% e all’80,5%;
· all’opposto il peso delle aziende di più grande dimensione (oltre i 20 ettari di SAU) risulta nel Chianti senese del 14,8% un valore pari ad oltre il doppio di quello riscontrabile a livello regionale (6,1%) e di oltre tre volte superiore al dato medio nazionale (4,6%).
Come già anticipato in precedenza anche nel Chianti senese il settore agricolo è tuttavia imperniato sulle aziende tipicamente familiari a conduzione diretta del coltivatore: nel complesso l’incidenza di questa tipologia di aziende raggiunge l’85,1% del totale, a fronte tuttavia del 96,4% e del 94,8% rilevabile su scala regionale e nazionale. Fra queste si registra una nettissima prevalenza di quelle condotte con manodopera esclusivamente (70,5%) o prevalentemente familiare (7,9%). Dal confronto con le altre ripartizioni territoriale emerge in ogni caso il relativo maggiore peso che assumono le aziende condotte “in economia”, cioè con salariati (14,7% a fronte del 3,5% e del 5,1% rilevabile a livello regionale e nazionale).
Da un punto di vista colturale la specializzazione produttiva dell’area, caratterizzata da terreni collinari poco adatti allo sfruttamento intensivo, riguarda le coltivazioni permanenti (che occupano infatti circa il 51% della SAU) e in particolare i vigneti e gli uliveti. In ogni caso la viticoltura costituisce l’attività produttiva principale tanto che il vino Chianti, oltre ad essere il prodotto a più alto valore aggiunto dell’agricoltura locale, costituisce senza dubbio anche un insostituibile veicolo di promozione dell’immagine del paesaggio, dello stile di vita e delle tradizioni del territorio locale.
Secondo i risultati provvisori resi noti dall’ISTAT la vite viene coltivata da circa il 58,1% delle aziende agricole censite nel 2000 nel territorio del Chianti senese, interessando ben il 31,7% della SAU totale. Per avere un utile termine di paragone occorre considerare come la SAU investita a vite risulti in Provincia di Siena ed in Toscana pari rispettivamente al 9,8% ed al 6,8% del totale, mentre a livello nazionale tale quota si riduce al 5,4%. Rispetto al 1990 nell’area del Chianti Senese il numero di aziende coltivatrici si è tuttavia ridotto del -11,3%, mentre estremamente contenuta è risultata la diminuzione della superficie investita a vite (-1,1%), il che si è tradotto in questo caso in un significativo aumento delle dimensioni medie aziendali. Osservando la tabella n° 2 di seguito riportata colpisce in ogni caso come il valore medio della superficie investita a vite per azienda coltivatrice sia nel Chianti senese di gran lunga superiore a quanto si rileva nelle altre ripartizioni territoriali.
Tabella 2 - Aziende con vite e relativa superficie - Anno 2000
Fonte: Istat, Censimento dell'Agricoltura 2000
La lieve flessione della superficie vitata registrata nel Chianti senese non ha peraltro riguardato le produzioni vitivinicole di qualità che risultano viceversa in sensibile espansione: la vite per la produzione di vini DOC e DOCG è passata, infatti, dai 4.272,96 ettari del 1990, ai 4.633,26 ettari del 2000, segnando un incremento pari al +8,4%. Oggi nell’area del Chianti senese circa l’89,5% dei terreni investiti a vite producono uve impiegate per la produzione di vini a denominazione di origine controllata (vini DOC) e controllata e garantita (vini DOCG), mentre a livello regionale e nazionale tale quota si attesta su valori molto più ridotti (rispettivamente il 59,5% ed il 32,6% del totale).
Per quanto riguarda viceversa la coltivazione dell’olivo, questa è praticata dal 78,4% delle aziende agricole ed interessa poco più del 18% della SAU totale, un valore anche in questo caso ben al di sopra della media sia regionale (11,3%) che nazionale (8,2%). Rispetto al 1990 si registra una lieve crescita del numero di aziende dedite a quest’attività (+5,3%), a fronte tuttavia di una sensibile riduzione delle superfici investite ad olivo (-13,7%), in chiara controtendenza rispetto all’andamento regionale (+9,1%) e nazionale (+4,6%).
3.5. La crescente vocazione turistica.
Il turismo rappresenta oggi, con l’agricoltura, la risorsa principale per lo sviluppo sociale ed economico del Chianti Senese. La straordinaria bellezza del paesaggio, unita alle peculiarità tradizionalmente legate al soggiorno in Toscana (in termini di qualità della vita, di varietà di servizi, di attenzione per l’enogastronomia, ecc.), rendono il territorio del Chianti una meta particolarmente ambita per il turista di ogni provenienza e di ogni tipologia: tale capacità di attrazione dell’area è testimoniata – tra l’altro – dall’elevato numero di persone italiane e straniere che decidono di trasferirvi la propria residenza.
Negli anni più recenti la crescita del settore turistico nell’area è stata costante e sostenuta. Dal lato dell’offerta, rispetto al 1992 il numero complessivo delle strutture ricettive è aumentato del +134%, quello dei posti letto disponibili è cresciuto del +130%. La crescita ha riguardato tutte le tipologie di offerta: gli alberghi sono passati da 19 a 30, gli esercizi extralberghieri (campeggi, affittacamere, case per ferie, residence, ecc.) da 70 a 201, le strutture per agriturismo – che nel contesto locale trovano la loro collocazione ideale – da 57 a 110. In termini qualitativi, circa l’86% dei posti letto alberghieri del Chianti Senese è oggi concentrato in strutture di categoria medio-alta (3 e 4 stelle); tra i posti letto extralberghieri, oltre il 52% sono relativi ad agriturismi, mentre i restanti si distribuiscono tra affittacamere, residences e campeggi.
Dinamiche di sviluppo sostanzialmente analoghe si riscontrano dal lato della domanda. Nell’anno 2000 nei quattro comuni del Chianti si sono registrate complessivamente 476.613 presenze turistiche ufficiali (10% del totale provinciale), di cui il 34,6% in esercizi alberghieri, il 21,2% in agriturismi e il restante 44,3% in altre strutture extralberghiere; quasi 85 presenze su 100 sono imputabili a turisti stranieri: si tratta di una quota davvero rilevante che non trova riscontro in quasi nessuna località turistica del nostro Paese. Solo nel corso dell’ultimo triennio(19) l’incremento della domanda turistica ha raggiunto il +40% (quasi il doppio rispetto alla crescita media registrata a livello provinciale). Rispetto invece al 1992, le presenze alberghiere registrate nel 2000 sono quasi triplicate (+193%), quelle extralberghiere, senza considerare le strutture per agriturismo, addirittura quadruplicate (+277%). La crescita della domanda è stata dunque fortissima e ha interessato tutte le tipologie di strutture ricettive e tutti i segmenti di domanda, registrando peraltro anche un allungamento della permanenza media.
La rilevanza del fenomeno turistico risulterebbe ancora maggiore se si tenesse conto della componente “sommersa” o comunque non rilevata, legata all’utilizzo diretto o all’affitto delle numerose abitazioni non utilizzate a fini residenziali (le cosiddette “seconde case”). Secondo stime attendibili le presenze turistiche ufficiali nel Chianti Senese rappresenterebbero solo il 38% circa di quelle effettivamente esistenti. Con riferimento ad esempio all’anno 2000, questo significherebbe un flusso turistico superiore al milione di presenze. Senza contare che al turismo “ufficiale” e a quello “sommerso” si aggiunge il cosiddetto “escursionismo”, costituito da coloro che in una sola giornata, senza pernottamento, si recano nel Chianti, consumando e utilizzando l’offerta locale non meno dei turisti stanziali.
4. Il Chianti Senese: distretto rurale o distretto agro-alimentare?
La breve ricostruzione delle caratteristiche socio-economiche del Chianti Senese consente di formulare alcune prime considerazioni circa la natura distrettuale dell’area.
1. Il Chianti Senese rappresenta innanzi tutto un sistema locale di sviluppo, cioè un ambito territoriale relativamente autocontenuto dove una comunità di persone svolge prevalentemente la propria attività quotidiana di lavoro, tempo libero e relazione sociale, e dove l’agricoltura - pur integrandosi proficuamente con altre attività - rappresenta senza dubbio il motore dello sviluppo locale e, più in generale, l’attività storicamente dominante che qualifica tutt’oggi il carattere economico, sociale ed ambientale del territorio.
2. Il secondo elemento da sottolineare riguarda il carattere marcatamente rurale del Chianti Senese, come dimostrano:
1) le caratteristiche insediative della popolazione, con una forte dispersione della popolazione sul territorio e una bassa densità demografica (29 abitanti/Kmq);
2) la presenza, accanto ad un’agricoltura fiorente, di attività e funzioni diversificate che assumono tuttavia carattere di forte integrazione e/o complementarietà con l’agricoltura (turismo, artigianato tipico, piccola industria prevalentemente connessa alle produzioni agricole locali, servizi ambientali, ecc.) e che beneficiano, più in generale, dell’immagine positiva svolta dal paesaggio rurale del Chianti in cui la presenza di vigneti e di oliveti assume un ruolo fortemente connotante;
3) l’esistenza, infine, di una conoscenza contestuale fondata sull’agricoltura, ma anche sull’insieme delle attività di sfruttamento e di valorizzazione delle risorse naturali che si è sedimentata nel corso del tempo e che risulta facilmente accessibile soltanto a chi vive e lavora nell’area.
3. In terzo luogo se si analizzano le dinamiche di crescita economica sperimentate negli ultimi 10/15 anni, risulta piuttosto evidente come il sistema locale del Chianti Senese sia stato capace di autosostenere il proprio sviluppo, dando vita a dei processi di crescita di tipo virtuoso basati sulla valorizzazione delle risorse endogene locali (le produzioni tipiche locali, ma anche il “bel paesaggio”, le tradizioni enogastronomiche, la storia e la cultura locale, ecc.).
Se pertanto appare difficile dubitare del fatto che il Chianti Senese rappresenti un sistema locale di sviluppo con una forte caratterizzazione rurale, ci si può concentrare sul tema più specifico a cui è rivolta l’attenzione del presente caso di studio e cioè: in che misura il Chianti Senese può essere assimilato anche ad un sistema di tipo distrettuale in senso marshalliano e, se del caso, con quali limitazioni e/o specificità?
Per compiere questa verifica è necessario focalizzare l’attenzione sul settore agricolo ed in particolare sulle caratteristiche produttive del principale prodotto di specializzazione dell’area: il vino. Se guardiamo a questo specifico prodotto è facile constatare come la gran parte dei requisiti tipici del distretto richiamati nei paragrafi iniziali siano riscontrabili anche nell’area del Chianti Senese. Ci si riferisce in particolare:
4) all’elevata densità imprenditoriale che caratterizza l’area, con un numero di imprese agricole in rapporto alla popolazione residente(20) pari a circa 8 aziende ogni 100 abitanti, a fronte di valori medi regionali e nazionali pari rispettivamente a 4 e 4,6; tali imprese, pur evidenziando dimensioni superiori a quelle mediamente riscontrabili in altre realtà agricole del nostro Paese, risultano tuttavia generalmente condotte direttamente dal coltivatore, quasi sempre con l’aiuto esclusivo o comunque prevalente dei propri familiari; elementi che ne confermano l’effettivo radicamento sul territorio;
5) all’esistenza di un’agricoltura fortemente specializzata (vite ed olivo occupano infatti circa il 50% della SAU) e soprattutto di un prodotto tipico di elevato pregio (il vino Chianti) che, anche grazie alle forti tutele di cui beneficia, garantisce agli agricoltori locali delle rendite di localizzazione, stimolando al contempo la ricerca di sempre più elevati standard qualitativi di prodotto e/o di processo;
6) alla presenza di un tessuto sociale fortemente coeso, che ha storicamente garantito l’esistenza di una particolare atmosfera informativa capace di favorire, fra l’altro, la riproduzione e l’innalzamento delle conoscenze e delle competenze connesse alle tecniche di produzione vitivinicola. Come ad esempio sottolineato da Polidori e Romano(21), mentre nel passato i processi di apprendimento collettivo avvenivano prevalentemente attraverso la fitta rete di relazioni che legava fra di loro gli operatori locali, negli anni più recenti questi sono stati promossi anche dal Consorzio del Chianti Classico, sia attraverso la ricerca di nuove tecniche agronomiche in grado di ottenere una produzione di uve idonee a fornire vini di maggiore pregio(22), sia mediante la periodica pubblicazione di informazioni sui mercati, le tecnologie, i costi di produzione, ecc..
Quest’ultimo aspetto rimanda inevitabilmente al ruolo cruciale svolto dal sistema delle istituzioni locale, sia nel salvaguardare e valorizzare il vino locale sia, più in generale, nel rafforzare la coesione fra i produttori vitivinicoli della zona; è già dall’inizio del secolo scorso, infatti, che questi ultimi hanno promosso iniziative per proteggere il nome della zona geografica dove era nato e si era affermato il Chianti, in modo da collegarla istituzionalmente al vino prodotto esclusivamente in quell’area(23).
Più complessa resta la verifica di uno dei requisiti essenziali di un distretto industriale di tipo marshalliano, ovvero la scomponibilità in fasi del processo produttivo e la specializzazione tecnica delle imprese. A ben vedere, almeno nel caso della produzione vinicola, il processo produttivo può essere schematicamente distinto in tre fasi principali a cui possono corrispondere tre diverse tipologie di impresa: la produzione della materia prima, che caratterizza generalmente le aziende agricole; la vinificazione e invecchiamento, che tipicamente rappresentano l’attività delle cantine sociali; infine l’imbottigliamento e commercializzazione, che costituiscono la principale attività delle case vinicole.
Se analizziamo la situazione riscontrabile nel Chianti non c’è dubbio che tutte e tre le fasi del processo produttivo precedentemente richiamate siano svolte in ambito locale, considerato oltretutto come lo stesso disciplinare di produzione attualmente in vigore vincoli alla zona storica del Chianti (il “Chianti Classico”) sia la fase agricola vera e propria, sia quelle della trasformazione, dell’imbottigliamento, dell’affinamento e dell’invecchiamento del vino. In parte diverso è il discorso sulla “divisione dei compiti” tra imprese, visto che le diverse tipologie di aziende presenti nel territorio del Chianti Senese svolgono spesso almeno due delle fasi del processo produttivo, sia pure in misura differenziata(24):
7) esistono infatti aziende agricole che gestiscono direttamente l’intero processo o che comunque provvedono – in tutto o in parte – alla trasformazione dell’uva;
8) le cantine sociali, il cui ruolo consiste nella vinificazione dell’uva prodotta dai soci, in alcuni casi provvedono anche alla fase di imbottigliamento e commercializzazione:
9) le case vinicole, infine, pur assumendo un peso determinante nella fase finale del processo acquistando a tale scopo il vino prodotto dalle cantine sociali o direttamente dalle aziende agricole, dispongono generalmente anche di proprie aziende vitivinicole che ne rappresentano storicamente l’origine o comunque ne garantiscono l’immagine.
In questo quadro, se si tiene conto delle considerazioni svolte nei primi paragrafi, è possibile concludere individuando una duplice natura - nient’affatto contraddittoria – del Chianti Senese: il Chianti Classico, da un lato, assume le caratteristiche di un distretto agro-alimentare, che tuttavia deve parte del successo raggiunto all’essere una componente costitutiva di un sistema più ampio e complesso di tipo rurale; il Chianti Senese, a sua volta, pur rappresentando una realtà distrettuale integrata che non si esaurisce nella produzione vinicola, appare nondimeno strettamente legata a quest’ultima anche e soprattutto nei confronti del mercato finale. Se infatti guardiamo al rapporto con i consumatori, non v’è alcun dubbio come le strategie di posizionamento del Chianti Classico siano storicamente orientate ad un approccio di tipo sistemico che tende a far leva sulla chiara percezione del legame esistente tra il prodotto e il suo territorio, non limitandosi pertanto a garantire determinati standard qualitativi (come nel caso dei vini di qualità non territoriale) o semplicemente su politiche di offerta aggressive in cui il prezzo assume un ruolo discriminante (come nel caso dei vini di massa) (25). Nel nostro caso è proprio il rapporto qualità/territorio a giocare un ruolo decisivo, favorito dall’affermarsi di un modello di sviluppo turistico integrato il quale, coinvolgendo una varietà di fattori (paesaggistici, naturalistici, storico-culturali, gastronomici e così via), assume un ruolo di medium per l’intero sistema locale.
Note
1) Già nei Principles of Economics (Marshall, 1919) il noto economista identifica i criteri generali in base ai quali un’area ad elevata concentrazione di piccole imprese tenda tende ad assumere una configurazione di tipo distrettuale.
2) Non può mancare anche in questa sede un riferimento al contributo di Giacomo Beccattini (G. Becattini “Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale”. Rivista di Economia e Politica Industriale, n° 1, 1979; G. Becattini “Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico” in Pike F, Becattini G. e Sengenberg W. (a cura di), Firenze, Banca Toscana, 1991).
3) L’approccio classico dell’agrobusiness è quello di Davis e Goldberg (Davis, J. & Goldberg, R. “A concept of agribusiness”, Boston, Harvard University, 1957.
4) Ci si riferisce in particolare ai contributi decisivi offerti in questo senso soprattutto da Iacoponi (L. Iacoponi, “Distretto industriale marshalliano e forme di organizzazione delle imprese in agricoltura”, Rivista di Economia Agraria, 4, 1990) e Cecchi (C. Cecchi, “Per una definizione di distretto agricolo e distretto industriale, La Questione Agraria, 46, 1992).
5) E. Montresor, “I sistemi locali di sviluppo rurale”, in CNEL, “L’agricoltura tra locale e globale”, Roma, 1999.
6) Romagnoli (a cura di) “Teoria dei processi produttivi”, Giappichelli, Torino, 1996, citato in E. Montresor, op. cit., pg.12.
7) Con ciò non si intende trascurare il fatto che anche l’agricoltura sia interessata da una tendenza alla frammentazione del processo, soprattutto attraverso la crescente esternalizzazione di servizi e la diffusione del contoterzismo. Si ritiene tuttavia che permanga un salto di scala rispetto all’intensità del fenomeno rispetto al caso delle attività manifatturiere.
8) D.L. 18.05.2001 n. 228, orientamento e modernizzazione del settore agricolo a norma della L. 5.03.2001 n. 57.
9) Cfr. Iacoponi, “Impressa agraria ed ipotesi distrettuale: dai sistemi produttivi agro-alimentari ai sistemi territoriali”, Università di Pisa, 2001.
10) Secondo i criteri individuati ad esempio dal Regolamento (CE) 1260/99, sono da considerasi rurali quelle aree che presentano una densità di popolazione inferiore ai 100 abitanti per Km/q o, in alternativa, un’incidenza percentuale dell’occupazione agricola sull’occupazione totale, uguale o superiore al doppio della media comunitaria. Al di là del giudizio circa la validità dei parametri prescelti, quello che interessa sottolineare è che la natura rurale di un sistema locale non individua necessariamente una situazione di ritardo socio-economico, quanto un modello di sviluppo il cui principale elemento distintivo è rappresentato dall’integrazione fra l’attività agricola e le altre attività economiche (artigianato, turismo, piccola impresa manifatturiera, ecc.).
11) R. Polidori e D. Romano, “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico”, Rivista di Economia Agraria, 4, 1997.
12) In Italia questo approccio, introdotto originariamente da Sforzi e dall’IRPET, è stato utilizzato dall’Istat per classificare i sistemi locali del lavoro a partire dai dati sul pendolarismo di fonte censuaria. Cfr. ISTAT-IRPET, “I mercati locali del lavoro in Italia”, Milano, F. Angeli, 1989.
13) Ci si riferisce alla zonizzazione in SEL riconosciuta ed approvata dal Consiglio Regionale della Toscana con Deliberazione Consigliare n° 219 del 26 luglio 1999.
14) Cfr. IRPET Il mosaico territoriale dello sviluppo socio-economico della Toscana, Schede di sintesi dei sistemi Economici Locali della Toscana, Quaderni della Programmazione n° 7, 2001.
15) Le Unità di Lavoro (ULA) costituiscono la misura più esaustiva del lavoro attivato dalla struttura produttiva locale e ciascuna di esse rappresenta la quantità standard di lavoro (dove lo standard è definito a seconda del settore) effettuata da un lavoratore occupato a tempo pieno.
16) Polidori R. e Romano D. “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico” in Rivista di Economia Agraria anno LII, n° 4, dicembre 1997. Come sottolineato dagli autori quest’aspetto riveste un’importanza non secondaria nello sviluppo di un sistema rurale endogeno, visto che un reddito pr-capite (ed un livello culturale) elevato costituisce molto spesso una precondizione necessaria affinché la popolazione locale possa essa stessa apprezzare i prodotti di qualità tipici del proprio territorio.
17) La ricchezza pro-capite è stata ottenuta sommando i dati sui depositi bancari e sui depositi postali a quelli sui titoli di proprietà dei residenti.
18) Si fa riferimento ai dati provvisori di fonte censuaria anziché a quelli anagrafici poiché in genere questi ultimi tendono a sovrastimare il numero effettivo di cittadini residenti.
19) I dati disponibili sull’agriturismo consentono di analizzare le serie storiche solo a partire dal 1998.
20) E’ evidente che in agricoltura il requisito dell’elevata densità imprenditoriale tipico dei distretti industriali richiede, per essere applicato, una diversa interpretazione. E’ infatti la stessa natura della produzione agricola che non consente di riscontrare i medesimi livelli di concentrazione territoriale delle imprese, sia perché condizionata dall’estensione della terra come fattore di produzione, sia perché inevitabilmente inserite in un equilibrio territoriale più ampio il cui rapporto con le imprese agricole è più di integrazione che di competizione diversamente da quanto accade nel caso delle attività industriali.
21) Polidori R. Romano D. (opera citata ). “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico” in Rivista di Economia Agraria anno LII, n° 4, dicembre 1997.
22) Si fa riferimento in particolare alla ricerca “Chianti Classico 2000” avviata nell’annata agraria 1988/89 realizzata con il diretto coinvolgimento di molti agricoltori locali ed in collaborazione con alcuni ricercatori della Facoltà di Agraria di Firenze e di Pisa.
23) Per una ricostruzione storica delle iniziative messe in atto si rimanda anche in questo caso a Polidori-Romano (op. cit.).
24) Cfr. A. Carbone, “Differenziazione di un prodotto protetto di denominazione di origine: il caso del Chianti Classico”, Rivista di Politica Agraria, n.2, 1995.
25) Per una sintetica analisi del modello decisionale del consumatore e della conseguente segmentazione del mercato vinicolo cfr. F. Donati, “Viticoltura ed enologia: vite, vino e sistema territoriale”, Notiziario ERSA, n. 3, 2000.
1. Applicabilità dell’approccio distrettuale in un contesto rurale
Com’è noto, le considerazioni svolte da Alfred Marshall già nei primi decenni del secolo scorso(1), hanno ricevuto largo impiego nel nostro Paese, dando luogo ad un progressivo e originale adattamento del modello distrettuale alle caratteristiche del sistema produttivo italiano(2). Rinviando all’ampia letteratura esistente in materia per eventuali approfondimenti, nel riquadro 1 sono sinteticamente descritti i principali requisiti del modello a cui si farà successivamente riferimento al fine di verificarne l’applicabilità al caso oggetto di studio. Pur senza ripercorre, inoltre, il dibattito circa le caratteristiche e i limiti di applicabilità delle categorie distrettuali nei contesti di tipo agricolo e/o rurale, è tuttavia opportuno riassumerne preliminarmente gli aspetti salienti. Riquadro 1
Principali requisiti del distretto marshalliano
· Presenza di una pluralità di imprese indipendenti di piccole dimensioni, concentrate sul territorio e specializzate nelle stesse produzioni o in attività ad esse complementari; · Elevata scomposizione in fasi del ciclo produttivo, frequentemente associata ad una pronunciata specializzazione tecnica e settoriale delle imprese;
· Forte rivalità fra le imprese che operano nella stessa fase del ciclo produttivo e al tempo stesso diffusa cooperazione alimentata dall’esistenza di rapporti di tipo fiduciario e soprattutto dall’appartenenza delle aziende ad un ambiente socio-culturale omogeneo dal punto di vista valoriale e reso coeso da una fitta rete di relazioni di tipo comunitario;
· Presenza di economie di localizzazione e urbanizzazione, esterne alle singole imprese ma interne al sistema produttivo locale, legate: alla forte specializzazione della manodopera; alla veloce circolazione delle informazioni e delle innovazioni; alla diminuzione dei costi di transazione e così via;
· Forte mobilità sociale – almeno in termini relativi - fra posizioni lavorative dipendenti ed autonome (spesso attraverso meccanismi di spin off), che si associa a sua volta ad un’elevata dinamicità imprenditoriale;
· Presenza di know how produttivo diffuso e specialistico, incorporato nella manodopera locale, che tende a diffondersi all’interno del sistema anche grazie all’elevata mobilità intersettoriale e intrasettoriale della forza lavoro.
· Esistenza di rapporti comunitari storicamente fondati su un sistema di valori relativamente omogeneo in grado di favorire una forte interazione tra il sistema delle imprese e il sistema delle istituzioni sociali, economiche e finanziarie presenti sul territorio.
· dalla fase di produzione e distribuzione dei mezzi tecnici (farm supplies);
· dalla produzione agricola in senso stretto (farming);
· dalle fasi successive rappresentate dall’immagazzinaggio, trasformazione e commercializzazione (processing and distribution) dei prodotti;
Su questa base, non senza assumersi il rischio di una temeraria generalizzazione e qualche “forzatura”, è possibile schematizzare il dibattito intervenuto negli ultimi quindici anni con riferimento ai seguenti tre modelli principali elaborati nel tempo dagli economisti agrari nel nostro Paese(4):
· quello di distretto agricolo, essenzialmente nel senso proposto da Iacoponi già agli inizi dello scorso decennio, inteso come un modello di produzione che realizza a livello territoriale (ovvero di sistema locale di imprese) l’integrazione tra la fase farming e la fase farm supplies, in cui quest’ultima costituisce evidentemente l’elemento trainante;
· quello di distretto agro-alimentare, caratterizzato dalla centralità della produzione agricola (farming), a cui si affianca tuttavia la presenza predominante delle attività di trasformazione (processing and distribution) pur se prevalentemente orientate alla produzione locale;
· quello, infine, di distretto agro-industriale identificabile quando, accanto ad un’attività agricola relativamente fiorente, è presente anche in questo caso un’attività rilevante di trasformazione industriale, che riguarda tuttavia – seguendo l’impostazione di Cecchi - prevalentemente prodotti agricoli extra-locali al distretto.
Per meglio comprendere tali definizioni, è bene ricordare come il processo produttivo che caratterizza l’attività agricola presenti alcune peculiarità che non consentono una sua piena assimilazione al processo produttivo di tipo manifatturiero, ed in particolare:
· i processi di produzione agricola “sono caratterizzati dalla continua presenza di un fondo produttivo dominante, la terra, intrasferibile e incomprimibile” (5), che richiede un tipo di organizzazione oggettivamente diverso da quella che può essere generalmente realizzata nei settori manifatturieri;
· più precisamente le produzioni agricole richiedono una “sequenza obbligata del processo, consentendo esclusivamente l’introduzione di modelli organizzativi in grado di assicurare una più intensa e continua utilizzazione dei fattori di fondo e/o un risparmio nei tempi di produzione” (6).
Ne segue che, laddove si volesse fare riferimento ad un sistema produttivo locale in cui si realizzi esclusivamente la fase agricola in senso stretto, sarebbe difficile verificare l’esistenza del requisito della scomponibilità del processo (cfr. Riquadro 1) viceversa essenziale ai fini dell’identificazione dei distretti industriali di tipo marshalliano(7). Sarà quindi necessario tornare successivamente su questo aspetto, essenziale ai fini del presente contributo, nel momento in cui si analizzerà il caso specifico del Chianti Senese, ed in particolare del suo principale prodotto di specializzazione: il Chianti Classico.
Ai nostri scopi è sufficiente a questo punto ricordare come il dibattito circa l’applicabilità del modello distrettuale alle attività tipicamente presenti in un contesto rurale, pur se tuttora aperto, ha trovato nel D.L. 228/2001(8) un primo sbocco di tipo normativo. Il provvedimento, oltre ad aver ridefinito la nozione giuridica dell’impresa agraria, assimilandola alle altre imprese e distinguendola dalle attività di natura ricreativa o finalizzate all’autoconsumo prive del carattere di impresa, introduce due importanti novità:
· in primo luogo ampliando l’ambito di azione dell’impresa agraria (art.1) fino a includere l’insieme delle attività connesse dirette alla “manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dell’allevamento, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata (...);
· in secondo luogo accogliendo, per la prima volta anche dal punto di vista normativo, la nozione di distretti rurali e agroalimentari (art.13), intesi rispettivamente come sistemi produttivi locali caratterizzati: a) nel primo caso, “da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione tra attività agricole a altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali; b) nel secondo caso “da significativa presenza economica e interrelazione e interdipendenza produttiva delle imprese agricole e agroalimentari, nonché da una o più produzioni certificate e tutelate (...) oppure da produzioni tradizionali o tipiche”.
2. Le principali caratteristiche di un modello di distretto rurale o agro-alimentare
Se dal punto di vista teorico il dibattito non può certo ritenersi concluso, ai fini della presente analisi si concorda con Iacoponi sul fatto che la definizione legislativa di distretto nel settore agricolo possa ritenersi soddisfacente(9). Su questa base, è possibile a questo punto riassumere le caratteristiche distintive attribuibili ad un sistema produttivo locale che assume le caratteristiche del distretto rurale o alternativamente quelle del distretto agro-alimentare, tenendo ovviamente conto del fatto che – sia pure in diversa misura – molti dei criteri utilizzati sono pienamente applicabili ad entrambi i modelli. Per ciò che riguarda il distretto rurale gli aspetti maggiormente connotanti questo peculiare modello di sviluppo possono essere così riassunti.
1. In primo luogo tale modello deve essere ovviamente applicato con riferimento a quei sistemi locali che presentano caratteristiche di ruralità più o meno accentuate(10), ovvero ai sistemi caratterizzati da bassa densità demografico/produttiva dove l’attività agricola conserva un ruolo rilevante - sia pure in forte integrazione con le altre attività - pur non essendo generalmente in grado di offrire un contributo diretto prevalente nella formazione del valore aggiunto o nell’impiego della forza lavoro locale. La centralità dell’agricoltura si sostanzia nel fatto che questo settore, pur rappresentando soltanto una componente del sistema produttivo locale, svolge un ruolo fondamentale o comunque connotante nel contesto territoriale considerato.
2. In secondo luogo è legittimo attendersi un tessuto produttivo caratterizzato dalla presenza di aziende agricole di piccole e piccolissime dimensioni, dotate tuttavia di una forte capacità relazionale. Un sistema, dunque, di imprese in grado di favorire condizioni “ambientali” ricche di economie esterne di localizzazione (in termini di velocità di circolazione delle informazioni, diffusione delle innovazioni, capacità di adattamento al mercato, ecc.).
3. In terzo luogo, se ci si allontana da un concetto di ruralità inteso come marginalità socioeconomica, è allora evidente che un distretto rurale pienamente compiuto può essere considerato tale laddove si realizza un circolo virtuoso in cui, sia pure attorno a determinate produzioni tipiche connotanti, si sviluppa un complesso di attività tra loro fortemente integrate e sinergiche che coinvolgono l’insieme del sistema locale: non si tratta semplicemente del realizzarsi sul territorio dell’integrazione tra la fase farmimg e la fase farm supplies, ma anche all’insieme delle attività tipicamente legate allo sviluppo turistico, o quelle, altrettanto importati, in grado di garantire un corretto equilibrio con l’ambiente, natura e paesaggio ben conservati, poiché è l’immagine di qualità del territorio considerato nel suo insieme che rappresenta un fattore di successo delle stesse produzioni locali. Il prodotto offerto tende in sostanza ad assumere le caratteristiche di un prodotto congiunto costituito dalle produzioni agricole, dall’artigianato tipico, dalla tutela e conservazione ambientale, dall’offerta culturale, turistico-ricreativa o residenziale e così via. E’ il loro sviluppo integrato ed equilibrato, espressione di quella “conoscenza contestuale” fondata sulle molteplici attività di sfruttamento-valorizzazione delle risorse esistenti sottolineata da molti autori(11),che assicura a ciascuna attività una qualità elevata (e soprattutto la sua percezione da parte del mercato finale) e di conseguenza il posizionamento su livelli più elevati di valore aggiunto e redditività.
4. Altra caratteristica distintiva, richiamata dalla normativa e fortemente coerente con l’impostazione becattiniana, è rappresentata dalla presenza di una comunità di persone che “incorporano un sistema abbastanza omogeneo di valori che si esprime in termini di etica del lavoro e dell’attività, della famiglia, della reciprocità, del cambiamento”; un sistema di valori che, coinvolgendo l’insieme delle istituzioni sociali ed economiche, concorre alla formazione di un’atmosfera – fatta anche di cultura e di sapere locale – che permette la riproduzione e l’innalzamento delle competenze direttamente o indirettamente necessarie allo sviluppo del distretto. Un requisito che, nel caso del distretto rurale, rappresenta d’altro canto una precondizione anche per il realizzarsi di quell’azione sinergica necessaria per un’efficace valorizzazione integrata del territorio che richiede il contributo – in forma tacita o esplicita – dell’insieme degli attori (istituzionali, economici e sociali) presenti sulla scena locale.
5. L’applicazione della categoria distrettuale, infine, richiede il riferimento ad uno specifico ambito territoriale caratterizzato da una relativa concentrazione sul territorio delle imprese e delle famiglie in cui, l’esistenza di un tessuto socio-economico e produttivo compatto, consenta l’emergere di un mercato comunitario e più in generale di un complesso di condizioni “ambientali” in grado di favorire lo sviluppo di economie esterne assimilabili a quell’industrial atmosphere indicata da Marshall con riferimento al caso dei distretti di tipo manifatturiero. Anche al fine di giungere ad una precisa identificazione geografica dell’area, il riferimento alla natura di “sistema” si ritiene possa essere risolto in sostanziale analogia al caso dei distretti industriali, ovvero assumendo a tale scopo un criterio di autocontenimento da tempo utilizzato per l’identificazione dei “sistemi locali del lavoro” (12).
Resta da capire a questo punto quali siano i caratteri di omogeneità, ma anche gli elementi di differenziazione riscontrabili in un sistema produttivo che assume viceversa le caratteristiche del distretto agro-alimentare. I requisiti che accomunano i due modelli sono sicuramente rappresentati:
· dalla bassa densità demografica e l’elevata dispersione della popolazione sul territorio, anche se i distretti agro-alimentari possono registrare in alcuni casi forme più accentrate di insediamento;
· dall’elevata densità imprenditoriale accompagnata da una forte capacità relazione tra le imprese e dallo sviluppo di forti economie di localizzazione;
· dalla compattezza del tessuto sociale, economico ed istituzionale e la forte coesione all’interno dell’area;
· dalla contiguità spaziale delle attività economiche e sociali, cioè l’esistenza di un mercato del lavoro relativamente autocontenuto.
Gli elementi di differenziazione più significativi possono essere viceversa ricondotti:
· da un lato al maggiore grado di integrazione orizzontale e verticale (laddove esistono ovviamente le condizioni di scomponibilità in fasi del processo) riscontrabile fra le imprese operanti nel settore agricolo ed in quello della trasformazione alimentare, nonché al maggior peso che il settore assume nel sistema locale sia a livello economico che occupazionale;
· dall’altro al minor grado di interdipendenza e complementarietà che tende a stabilirsi fra le diverse attività economiche presenti sul territorio, rispetto alle quali l’agricoltura non presenta quelle sinergie riscontrabili viceversa in un sistema distrettuale di tipo rurale. Ad esempio, mentre è evidente in un distretto rurale lo stretto legame esistente fra i prodotti tipici locali e il loro territorio, tanto da stimolare nel consumatore il desiderio di conoscerne personalmente i luoghi di origine, altrettanto non avviene con riferimento ai prodotti di un distretto agro-alimentare che vengono appezzati in quanto tali e non tanto per la capacità “evocativa” dell’area di provenienza.
Accanto a questi, possono essere individuati ulteriori elementi di differenziazione che, seppure in parte comuni ai due modelli, sembrano assumere un valore più decisivo nel caso dell’agro-alimentare:
· proprio per le ragioni appena ricordate, un primo elemento è sicuramente rappresentato dalla forte specializzazione in colture agricole a più alto valore aggiunto, caratterizzate da elementi di elevata tipicità, sovente accompagnate dalla presenza diffusa di “marchi di qualità” e altre forme di tutela che ne garantisco standard qualitativi e riconoscibilità al momento del consumo finale;
· un’altra caratteristica, generalmente più evidente nel caso dei distretti agro-alimentari, è costituita da una maggiore presenza di servizi pubblico/privati in grado di stimolare e diffondere l’innovazione all’interno del contesto locale e supportare gli imprenditori nelle scelte colturali più adatte in relazione alle caratteristiche morfologiche dei terreni ed alle tendenze del mercato;
· da ultimo, come spesso accade nel settore agricolo, più sviluppata sembra essere anche l’organizzazione del sistema delle imprese attraverso strutture associative di livello sovra-aziendale (consorzi, cooperative di conferimento dei prodotti, cantine sociali, ecc.), in grado di assicurare una maggiore capacità di penetrazione sui mercati di sbocco (nei confronti dell’industria alimentare, della grande distribuzione organizzata, dei grossisti, ecc.), ma anche su quelli di approvvigionamento.
3. Il profilo socio-economico del Chianti Senese
Prima di affrontare la questione riguardante in che misura il sistema locale del Chianti Senese risulti assimilabile ad un distretto marshalliano, è opportuno ricostruire in via preliminare alcune delle caratteristiche generali del tessuto socio-economico locale. Quello offerto in questa sede costituisce, ovviamente, un quadro sintetico e inevitabilmente parziale, finalizzato soprattutto ad evidenziare le caratteristiche e il ruolo svolto dalle attività agricole nell’area e dai settori ad esse collegabili in un quadro integrato tipico dei sistemi rurali.In base alla zonizzazione adottata a livello regionale(13), l’area in questione identifica innanzi tutto un sistema economico locale (SEL 23) con caratteristiche di spiccata omogeneità al suo interno. La struttura socio-economica del Chianti Senese presenta infatti alcuni connotati tipici dei sistemi residenziali, a cui si sovrappongono elementi propri di quelle aree che conservano una forte e ben definita identità rurale, che si sposa ad una crescente vocazione turistica fortemente legata a quella agricola. Nel corso degli ultimi dieci/quindici anni il settore turistico ha conosciuto, infatti, uno sviluppo davvero imponente, fungendo da traino per le altre attività più direttamente favorite dal crescente afflusso turistico (ci si riferisce al settore del commercio e dei pubblici esercizi, all’interno del quale risultano compresi sia gli alberghi che i ristoranti, ma anche ad altri servizi alla persona il cui sviluppo risulta almeno in parte legato alle presenze turistiche). Al contrario l’industria manifatturiera appare nel complesso sottodimensionata, fatta eccezione per alcuni comparti la cui attività risulta in gran parte riconducibile alla trasformazione delle produzioni agricole locali (prevalentemente industria alimentare e delle bevande; in misura inferiore quella del legno e del mobilio).
3.1 Caratteristiche generali e livello di sviluppo.
In termini generali l’area del Chianti Senese si colloca su livelli di sviluppo abbastanza elevati, che d’altra parte caratterizzano l’intero sistema provinciale. Secondo le stime disponibili(14) nel 1997 il valore aggiunto pro-capite si attestava su 23,6 milioni di lire, un valore sostanzialmente corrispondente alla media provinciale, diversamente da quanto si verificava in passato, a dimostrazione dei notevoli progressi compiuti dall’area del Chianti nel corso dell’ultimo ventennio (si veda la tavola seguente). | ANNI | % Valore aggiunto pro-capite del Chianti Senese del rispetto al dato medio provinciale |
| 1981 | 63,8 |
| 1985 | 71,4 |
| 1990 | 92,7 |
| 1997 | 96,2 |
In questo quadro, un ruolo trainante sulla dinamica del valore aggiunto è stato svolto dal complesso delle attività terziarie, come dimostra l’importanza raggiunta sia dal comparto del commercio e dei pubblici esercizi (23,3% del V.A. totale) che dei servizi privati (20,3%). Assai inferiore risulta essere viceversa la quota imputabile all’industria manifatturiera nel suo complesso (21,9%), al settore delle costruzioni (6,9%), ma anche dallo stesso comparto agricolo (12,6%), che assume tuttavia un’incidenza quasi sei volte superiore a quella rilevabile, in media, a livello regionale.
Se si ragiona inoltre in termini occupazionali, il ruolo dell’agricoltura torna ad essere estremamente rilevante, dal momento che circa il 32,8% delle unità di lavoro(15) – sempre al 1997 - risulta ascrivibile direttamente a questo comparto, (senza contare quindi il contributo indirettamente offerto allo sviluppo degli altri settori ad esso collegati), a fronte di un valori medi regionali e nazionali pari rispettivamente al 3,6% ed al 6,4%. Nel Chianti Senese il peso assunto dal complesso delle attività terziarie resta naturalmente elevato, assorbendo quasi il 45% delle unità di lavoro totali, un valore che appare tuttavia inferiore al dato medio sia regionale, che nazionale. Scarsa infine risulta essere la quota di occupazione imputabile all’industria, soprattutto per ciò che riguarda le attività manifatturiere (14,8%).
Incidenza del Valore aggiunto e delle Unità di lavoro del settore agricolo sul totale al 1997
| ANNI | Valore aggiunto | Unità di lavoro |
| Chianti senese | 12,6 | 32,8 |
| Toscana | 2,2 | 3,6 |
| Italia | 3,1 | 6,7 |
In ogni caso l’elevato livello di sviluppo riscontrabile nel Chianti Senese si abbina anche ad un reddito e ad una ricchezza pro-capite superiore a quella mediamente rilevabile in altri contesti territoriali(16). I dati disponibili al riguardo indicano in particolare che:
· la ricchezza pro-capite(17) degli abitanti del Chianti Senese nel ’99 ammontava a 82 milioni di lire, un valore superiore del 28% circa al dato medio regionale;
· il reddito pro-capite in base ai dati relativi al ’95 sopravanzava del 2,9% la media regionale.
3.2. Aspetti demografici e caratteri di ruralità
I dati provvisori del Censimento Istat 2001, che confermano in linea generale quelli di fonte anagrafica, indicano nei quattro comuni del Chianti Senese una popolazione residente complessiva pari a 14.084 unità. Si tratta di una popolazione piuttosto anziana, anche se i livelli di invecchiamento restano significativamente più bassi di quelli medi provinciali e regionali (del resto la Toscana è una delle regioni più anziane d’Italia). Per inciso è interessante osservare come la popolazione residente risulti pari al 61% circa di quella censita nell’area nel 1951 prima che la mezzadria entrasse in profonda crisi, avviando intensi processi di trasformazione e ridimensionamento delle attività agricole, solo recentemente arrestatisi.E’ tuttavia significativo sottolineare come proprio la ripresa del ruolo dell’agricoltura nell’area sia stata accompagnata dalle positive performance demografiche sperimentate nell’ultimo decennio. Fra i censimenti del 1991 e del 2001(18) la popolazione residente è aumentata complessivamente del +10,3% (in termini assoluti, oltre 1.300 nuovi residenti), con una dinamica molto pronunciata, soprattutto se confrontata con quella riscontrata a livello provinciale e regionale (rispettivamente –1,3 e –2,0%). La crescita demografica sperimentata nel corso degli ultimi 10/15 anni non ha tuttavia modificato le caratteristiche del modello insediativo, come testimonia il dato relativo alla densità: nel Chianti senese questa si attesta, infatti, su di un valore pari a 29 abitanti per Kmq, a fronte dei 150 e dei 187 abitanti che si registrano in media a livello regionale e nazionale.
3.3. L’articolazione della struttura produttiva extra-agricola
L’analisi della struttura produttiva extra-agricola può essere condotta con riferimento al Censimento Intermedio predisposto dall’Istat nel 1996 (cfr. tabella n°1).Tabella n° 1: Chianti Senese - Unità locali e addetti per settori di attività al 1996
| Unità locali | Addetti | ||||
| Numero | % | Numero | .% | ||
| Industrie alimentari e delle bevande | 26 | 3,0 | 386 | 15,5 | |
| Mobilio e industria del legno | 44 | 5,1 | 303 | 12,2 | |
| Altra industria | 56 | 6,5 | 255 | 10,3 | |
| Costruzioni | 164 | 18,9 | 374 | 15,1 | |
| Commercio al dettaglio | 122 | 14,1 | 249 | 10,0 | |
| Alberghi, ristoranti e bar | 117 | 13,5 | 364 | 14,7 | |
| Altri servizi | 338 | 39,0 | 552 | 22,2 | |
| TOTALE | 867 | 100,0 | 2.483 | 100,0 | |
In linea con la forte capacità attrattiva determinata dagli alti livelli di qualità della vita e la prossimità al capoluogo provinciale, la distribuzione degli addetti per principali comparti di attività evidenzia innanzi tutto come il Chianti Senese sia un’area con spiccate caratteristiche residenziali, in cui la presenza di attività produttive risulta nel complesso alquanto rarefatta e comunque circoscritta ad alcuni particolari settori (il turismo, il commercio e le industrie di trasformazione alimentare) che presentano evidenti interconnessioni con l’attività agricola locale.
Soprattutto il settore manifatturiero appare nel complesso piuttosto sottodimensionato, fatta eccezione per quei comparti più direttamente collegati alle produzioni agricole locali; ci si riferisce in particolare:
· da un lato all’industria alimentare e delle bevande dove risultavano occupati circa il 15,5% degli addetti extra-agricoli censiti nel 1996;
· dall’altro al mobilio ed all’industria del legno, settore nel quale risultavano concentrati circa il 12,2% degli addetti extra-agricoli.
In generale le imprese operanti nel settore manifatturiero assumono dimensioni medie piuttosto contenute (7,3 addetti), anche se superiori a quelle che si rilevano, in media, sia a livello provinciale (7,1), che regionale (6,8). In ogni caso il settore manifatturiero non sembra certo caratterizzarsi come un punto di forza dell’area: escludendo alcune isolate realtà industriali operanti nel comparto alimentare (vinicolo) ed in quello del mobilio, il settore appare molto frammentato e caratterizzato dalla presenza di imprese di piccole e piccolissime dimensioni scarsamente integrate fra di loro (ad eccezione delle produzioni alimentari legate al vino ed all’olio non esistono infatti filiere produttive vere e proprie). In coerenza con la vocazione residenziale dell’area, il settore delle costruzioni continua viceversa a svolgere un ruolo relativamente sostenuto (pari al 15,1% del totale extra-agricolo), anche se nel corso della prima metà degli anni ’90 ha subito un significativo ridimensionamento perdendo oltre un quarto degli addetti complessivamente impiegati.
Quando si parla del settore manifatturiero locale non si può tuttavia ignorare il ruolo crescente dell’artigianato tipico. In particolare l’artigianato tradizionale artistico ha conosciuto un fiorente sviluppo nel corso degli ultimi anni, con un ventaglio di mestieri che comprende la lavorazione del cotto, il ferro forgiato, il mobilio d’arte, la ceramica e la maiolica, il ricamo, l’argenteria e l’oreficeria, la tessitura. Tra i produttori attuali si distinguono svariati casi di produzione d’eccellenza e molti manufatti hanno ormai mercati di sbocco che travalicano anche i confini nazionali. Un recente studio promosso dalla CNA di Siena (CNA, 2000) ha messo in evidenza come nei sette comuni del Chianti Classico esistano oltre cinquanta imprese di artigianato artistico, di cui il 90% circa avviate dopo il 1960 anche se in molti casi la nascita dell’attività imprenditoriale è stata facilitata da un trasferimento di tradizioni familiari e conoscenze locali con radici storiche profonde. Oltre a queste micro-imprese si aggiungono oggi alcune realtà che sono classificabili come “piccole industrie” che sono oggi imprese artigiane cresciute di dimensione, ma che mantengono gli stessi metodi e standard di produzione.
Se si sposta l’attenzione sul settore terziario, emerge infine il ruolo preminente svolto sia dagli alberghi e ristoranti (pari al 14,7% del totale), sia dal commercio al dettaglio (pari al 10,0%), a conferma della forte vocazione turistica dell’area. Entrambi i comparti hanno tuttavia registrato una perdita occupazionale fra il ’91 ed il ’96 di entità pari rispettivamente al – 16,1% ed al -4,6%. Anche per questi settori la mancanza di dati censuari riferibili alla seconda metà degli anni ’90 non consente di avere indicazioni precise sugli andamenti occupazionali più recenti. I segnali raccolti lasciano tuttavia immaginare una inversione di tendenza nella seconda metà degli anni ’90, per effetto della forte espansione dei flussi turistici rilevata negli anni più recenti.
3.4. Il ruolo dell’agricoltura nel contesto economico locale
Malgrado la relativa diversificazione dell’apparato produttivo locale, il settore agricolo conserva tutt’oggi un ruolo preminente nel sistema economico dell’area. Il processo di specializzazione in atto da diversi anni ha valorizzato le produzioni locali di maggiore pregio e a più elevata redditività (vino DOC e DOCG ed olio), mentre lo sviluppo tecnologico ha originato elevati tassi di crescita della produttività aziendale. Dai dati provvisori dell’ultimo Censimento dell’agricoltura (2000) emerge innanzi tutto come la superficie agricola totale delle aziende agricole si attesti su di un valore pari a 42.460 ettari (l’87% circa della superficie territoriale complessiva), mentre il numero di aziende agricole supera di poco le 1.100 unità (ciò significa un’azienda agricola ogni 12,7 abitanti a fronte di valori che a livello regionale e nazionale risultano pari a 24,7 e 21,7 abitanti). Se si focalizza l’analisi sulle trasformazioni intervenute nel corso dell’ultimo decennio, colpisce sia la crescita del numero delle aziende agricole (+7,2%), sia della loro superficie (+1,5% della SAT). Si tratta di valori eccellenti se paragonati al dato nazionale o regionale (dove le aziende calano rispettivamente del –14,3% e del -6.6% mentre la SAT si contrae del –13,6% e del -8,4%), ma anche allo stesso dato medio provinciale (-0.4% in termini di aziende e -4,4% in termini di superficie).
All’aumento delle aziende e della superficie aziendale totale, si associa tuttavia un significativo calo della SAU (-8,2%), inferiore in ogni caso alla riduzione che ha interessato l’intero territorio nazionale (-12,1%). Nel caso del Chianti Senese il calo della SAU è dipeso principalmente della riduzione della superficie investita a seminativi (-9,0%), pur avendo interessato anche le coltivazioni legnose agrarie (-6,5%). In ogni caso, nell’area in questione si registra un aumento delle aziende e dell’imprenditorialità (segnale di fiducia nel settore e di una sua dinamica non involutiva), ma diminuisce la dimensione aziendale media (segnale di mutamento dei processi produttivi).
Se si passa ad analizzare le caratteristiche strutturali del settore agricolo chiantigiano, dal confronto con le altre aree emerge chiaramente come questo sia caratterizzato da una relativa maggiore presenza di imprese di più grandi dimensioni, pur registrandosi in ogni caso una netta prevalenza di aziende a conduzione diretta del coltivatore, condotte con manodopera esclusivamente o comunque prevalentemente familiare. La relativa maggiore dimensione delle aziende agricole localizzate nel Chianti Senese appare evidente considerando innanzi tutto i dati sulle superfici medie: queste si attestano, infatti, su di un valore pari a 14,7 ettari di SAU per azienda, a fronte dei 6,1 ettari e dei 5,1 ettari rilevabili, in media, a livello regionale e nazionale. La distribuzione delle aziende per classi di superficie agricola utilizzata conferma la relativa anomalia del Chianti, pur evidenziando come anche in quest’area il settore agricolo risulti comunque caratterizzato da una massiccia presenza di aziende agricole di piccola dimensione. Ciò appare evidente considerando che:
· le micro aziende con meno di un ettaro di superficie sono nel Chianti senese il 27,6% del totale, a fronte del 45,4% e del 44,9% rilevabile su scala regionale e nazionale;
· l’incidenza delle aziende con meno di 5 ettari di SAU raggiunge nell’area in questione il 56,9% del totale, contro valori medi in Toscana ed in Italia pari rispettivamente al 76,9% e all’80,5%;
· all’opposto il peso delle aziende di più grande dimensione (oltre i 20 ettari di SAU) risulta nel Chianti senese del 14,8% un valore pari ad oltre il doppio di quello riscontrabile a livello regionale (6,1%) e di oltre tre volte superiore al dato medio nazionale (4,6%).
Come già anticipato in precedenza anche nel Chianti senese il settore agricolo è tuttavia imperniato sulle aziende tipicamente familiari a conduzione diretta del coltivatore: nel complesso l’incidenza di questa tipologia di aziende raggiunge l’85,1% del totale, a fronte tuttavia del 96,4% e del 94,8% rilevabile su scala regionale e nazionale. Fra queste si registra una nettissima prevalenza di quelle condotte con manodopera esclusivamente (70,5%) o prevalentemente familiare (7,9%). Dal confronto con le altre ripartizioni territoriale emerge in ogni caso il relativo maggiore peso che assumono le aziende condotte “in economia”, cioè con salariati (14,7% a fronte del 3,5% e del 5,1% rilevabile a livello regionale e nazionale).
Da un punto di vista colturale la specializzazione produttiva dell’area, caratterizzata da terreni collinari poco adatti allo sfruttamento intensivo, riguarda le coltivazioni permanenti (che occupano infatti circa il 51% della SAU) e in particolare i vigneti e gli uliveti. In ogni caso la viticoltura costituisce l’attività produttiva principale tanto che il vino Chianti, oltre ad essere il prodotto a più alto valore aggiunto dell’agricoltura locale, costituisce senza dubbio anche un insostituibile veicolo di promozione dell’immagine del paesaggio, dello stile di vita e delle tradizioni del territorio locale.
Secondo i risultati provvisori resi noti dall’ISTAT la vite viene coltivata da circa il 58,1% delle aziende agricole censite nel 2000 nel territorio del Chianti senese, interessando ben il 31,7% della SAU totale. Per avere un utile termine di paragone occorre considerare come la SAU investita a vite risulti in Provincia di Siena ed in Toscana pari rispettivamente al 9,8% ed al 6,8% del totale, mentre a livello nazionale tale quota si riduce al 5,4%. Rispetto al 1990 nell’area del Chianti Senese il numero di aziende coltivatrici si è tuttavia ridotto del -11,3%, mentre estremamente contenuta è risultata la diminuzione della superficie investita a vite (-1,1%), il che si è tradotto in questo caso in un significativo aumento delle dimensioni medie aziendali. Osservando la tabella n° 2 di seguito riportata colpisce in ogni caso come il valore medio della superficie investita a vite per azienda coltivatrice sia nel Chianti senese di gran lunga superiore a quanto si rileva nelle altre ripartizioni territoriali.
Tabella 2 - Aziende con vite e relativa superficie - Anno 2000
| | Aziende con vite | Incidenza sul totale | Superficie a vite (ha) | Incidenza vite sul totale SAU | Superficie media aziendale investita a vite (ha) |
| Chianti Senese | 639 | 58,1% | 5.178,8 | 31,7% | 8,1 |
| Provincia di Siena | 6.567 | 43,7% | 18.058,2 | 9,8% | 2,7 |
| Regione Toscana | 56.749 | 40,6% | 58.446,1 | 6,8% | 1,0 |
| Italia | 790.623 | 30,5% | 717365,0 | 5,4% | 0,9 |
La lieve flessione della superficie vitata registrata nel Chianti senese non ha peraltro riguardato le produzioni vitivinicole di qualità che risultano viceversa in sensibile espansione: la vite per la produzione di vini DOC e DOCG è passata, infatti, dai 4.272,96 ettari del 1990, ai 4.633,26 ettari del 2000, segnando un incremento pari al +8,4%. Oggi nell’area del Chianti senese circa l’89,5% dei terreni investiti a vite producono uve impiegate per la produzione di vini a denominazione di origine controllata (vini DOC) e controllata e garantita (vini DOCG), mentre a livello regionale e nazionale tale quota si attesta su valori molto più ridotti (rispettivamente il 59,5% ed il 32,6% del totale).
Per quanto riguarda viceversa la coltivazione dell’olivo, questa è praticata dal 78,4% delle aziende agricole ed interessa poco più del 18% della SAU totale, un valore anche in questo caso ben al di sopra della media sia regionale (11,3%) che nazionale (8,2%). Rispetto al 1990 si registra una lieve crescita del numero di aziende dedite a quest’attività (+5,3%), a fronte tuttavia di una sensibile riduzione delle superfici investite ad olivo (-13,7%), in chiara controtendenza rispetto all’andamento regionale (+9,1%) e nazionale (+4,6%).
3.5. La crescente vocazione turistica.
Il turismo rappresenta oggi, con l’agricoltura, la risorsa principale per lo sviluppo sociale ed economico del Chianti Senese. La straordinaria bellezza del paesaggio, unita alle peculiarità tradizionalmente legate al soggiorno in Toscana (in termini di qualità della vita, di varietà di servizi, di attenzione per l’enogastronomia, ecc.), rendono il territorio del Chianti una meta particolarmente ambita per il turista di ogni provenienza e di ogni tipologia: tale capacità di attrazione dell’area è testimoniata – tra l’altro – dall’elevato numero di persone italiane e straniere che decidono di trasferirvi la propria residenza.Negli anni più recenti la crescita del settore turistico nell’area è stata costante e sostenuta. Dal lato dell’offerta, rispetto al 1992 il numero complessivo delle strutture ricettive è aumentato del +134%, quello dei posti letto disponibili è cresciuto del +130%. La crescita ha riguardato tutte le tipologie di offerta: gli alberghi sono passati da 19 a 30, gli esercizi extralberghieri (campeggi, affittacamere, case per ferie, residence, ecc.) da 70 a 201, le strutture per agriturismo – che nel contesto locale trovano la loro collocazione ideale – da 57 a 110. In termini qualitativi, circa l’86% dei posti letto alberghieri del Chianti Senese è oggi concentrato in strutture di categoria medio-alta (3 e 4 stelle); tra i posti letto extralberghieri, oltre il 52% sono relativi ad agriturismi, mentre i restanti si distribuiscono tra affittacamere, residences e campeggi.
Dinamiche di sviluppo sostanzialmente analoghe si riscontrano dal lato della domanda. Nell’anno 2000 nei quattro comuni del Chianti si sono registrate complessivamente 476.613 presenze turistiche ufficiali (10% del totale provinciale), di cui il 34,6% in esercizi alberghieri, il 21,2% in agriturismi e il restante 44,3% in altre strutture extralberghiere; quasi 85 presenze su 100 sono imputabili a turisti stranieri: si tratta di una quota davvero rilevante che non trova riscontro in quasi nessuna località turistica del nostro Paese. Solo nel corso dell’ultimo triennio(19) l’incremento della domanda turistica ha raggiunto il +40% (quasi il doppio rispetto alla crescita media registrata a livello provinciale). Rispetto invece al 1992, le presenze alberghiere registrate nel 2000 sono quasi triplicate (+193%), quelle extralberghiere, senza considerare le strutture per agriturismo, addirittura quadruplicate (+277%). La crescita della domanda è stata dunque fortissima e ha interessato tutte le tipologie di strutture ricettive e tutti i segmenti di domanda, registrando peraltro anche un allungamento della permanenza media.
La rilevanza del fenomeno turistico risulterebbe ancora maggiore se si tenesse conto della componente “sommersa” o comunque non rilevata, legata all’utilizzo diretto o all’affitto delle numerose abitazioni non utilizzate a fini residenziali (le cosiddette “seconde case”). Secondo stime attendibili le presenze turistiche ufficiali nel Chianti Senese rappresenterebbero solo il 38% circa di quelle effettivamente esistenti. Con riferimento ad esempio all’anno 2000, questo significherebbe un flusso turistico superiore al milione di presenze. Senza contare che al turismo “ufficiale” e a quello “sommerso” si aggiunge il cosiddetto “escursionismo”, costituito da coloro che in una sola giornata, senza pernottamento, si recano nel Chianti, consumando e utilizzando l’offerta locale non meno dei turisti stanziali.
4. Il Chianti Senese: distretto rurale o distretto agro-alimentare?
La breve ricostruzione delle caratteristiche socio-economiche del Chianti Senese consente di formulare alcune prime considerazioni circa la natura distrettuale dell’area. 1. Il Chianti Senese rappresenta innanzi tutto un sistema locale di sviluppo, cioè un ambito territoriale relativamente autocontenuto dove una comunità di persone svolge prevalentemente la propria attività quotidiana di lavoro, tempo libero e relazione sociale, e dove l’agricoltura - pur integrandosi proficuamente con altre attività - rappresenta senza dubbio il motore dello sviluppo locale e, più in generale, l’attività storicamente dominante che qualifica tutt’oggi il carattere economico, sociale ed ambientale del territorio.
2. Il secondo elemento da sottolineare riguarda il carattere marcatamente rurale del Chianti Senese, come dimostrano:
1) le caratteristiche insediative della popolazione, con una forte dispersione della popolazione sul territorio e una bassa densità demografica (29 abitanti/Kmq);
2) la presenza, accanto ad un’agricoltura fiorente, di attività e funzioni diversificate che assumono tuttavia carattere di forte integrazione e/o complementarietà con l’agricoltura (turismo, artigianato tipico, piccola industria prevalentemente connessa alle produzioni agricole locali, servizi ambientali, ecc.) e che beneficiano, più in generale, dell’immagine positiva svolta dal paesaggio rurale del Chianti in cui la presenza di vigneti e di oliveti assume un ruolo fortemente connotante;
3) l’esistenza, infine, di una conoscenza contestuale fondata sull’agricoltura, ma anche sull’insieme delle attività di sfruttamento e di valorizzazione delle risorse naturali che si è sedimentata nel corso del tempo e che risulta facilmente accessibile soltanto a chi vive e lavora nell’area.
3. In terzo luogo se si analizzano le dinamiche di crescita economica sperimentate negli ultimi 10/15 anni, risulta piuttosto evidente come il sistema locale del Chianti Senese sia stato capace di autosostenere il proprio sviluppo, dando vita a dei processi di crescita di tipo virtuoso basati sulla valorizzazione delle risorse endogene locali (le produzioni tipiche locali, ma anche il “bel paesaggio”, le tradizioni enogastronomiche, la storia e la cultura locale, ecc.).
Se pertanto appare difficile dubitare del fatto che il Chianti Senese rappresenti un sistema locale di sviluppo con una forte caratterizzazione rurale, ci si può concentrare sul tema più specifico a cui è rivolta l’attenzione del presente caso di studio e cioè: in che misura il Chianti Senese può essere assimilato anche ad un sistema di tipo distrettuale in senso marshalliano e, se del caso, con quali limitazioni e/o specificità?
Per compiere questa verifica è necessario focalizzare l’attenzione sul settore agricolo ed in particolare sulle caratteristiche produttive del principale prodotto di specializzazione dell’area: il vino. Se guardiamo a questo specifico prodotto è facile constatare come la gran parte dei requisiti tipici del distretto richiamati nei paragrafi iniziali siano riscontrabili anche nell’area del Chianti Senese. Ci si riferisce in particolare:
4) all’elevata densità imprenditoriale che caratterizza l’area, con un numero di imprese agricole in rapporto alla popolazione residente(20) pari a circa 8 aziende ogni 100 abitanti, a fronte di valori medi regionali e nazionali pari rispettivamente a 4 e 4,6; tali imprese, pur evidenziando dimensioni superiori a quelle mediamente riscontrabili in altre realtà agricole del nostro Paese, risultano tuttavia generalmente condotte direttamente dal coltivatore, quasi sempre con l’aiuto esclusivo o comunque prevalente dei propri familiari; elementi che ne confermano l’effettivo radicamento sul territorio;
5) all’esistenza di un’agricoltura fortemente specializzata (vite ed olivo occupano infatti circa il 50% della SAU) e soprattutto di un prodotto tipico di elevato pregio (il vino Chianti) che, anche grazie alle forti tutele di cui beneficia, garantisce agli agricoltori locali delle rendite di localizzazione, stimolando al contempo la ricerca di sempre più elevati standard qualitativi di prodotto e/o di processo;
6) alla presenza di un tessuto sociale fortemente coeso, che ha storicamente garantito l’esistenza di una particolare atmosfera informativa capace di favorire, fra l’altro, la riproduzione e l’innalzamento delle conoscenze e delle competenze connesse alle tecniche di produzione vitivinicola. Come ad esempio sottolineato da Polidori e Romano(21), mentre nel passato i processi di apprendimento collettivo avvenivano prevalentemente attraverso la fitta rete di relazioni che legava fra di loro gli operatori locali, negli anni più recenti questi sono stati promossi anche dal Consorzio del Chianti Classico, sia attraverso la ricerca di nuove tecniche agronomiche in grado di ottenere una produzione di uve idonee a fornire vini di maggiore pregio(22), sia mediante la periodica pubblicazione di informazioni sui mercati, le tecnologie, i costi di produzione, ecc..
Quest’ultimo aspetto rimanda inevitabilmente al ruolo cruciale svolto dal sistema delle istituzioni locale, sia nel salvaguardare e valorizzare il vino locale sia, più in generale, nel rafforzare la coesione fra i produttori vitivinicoli della zona; è già dall’inizio del secolo scorso, infatti, che questi ultimi hanno promosso iniziative per proteggere il nome della zona geografica dove era nato e si era affermato il Chianti, in modo da collegarla istituzionalmente al vino prodotto esclusivamente in quell’area(23).
Più complessa resta la verifica di uno dei requisiti essenziali di un distretto industriale di tipo marshalliano, ovvero la scomponibilità in fasi del processo produttivo e la specializzazione tecnica delle imprese. A ben vedere, almeno nel caso della produzione vinicola, il processo produttivo può essere schematicamente distinto in tre fasi principali a cui possono corrispondere tre diverse tipologie di impresa: la produzione della materia prima, che caratterizza generalmente le aziende agricole; la vinificazione e invecchiamento, che tipicamente rappresentano l’attività delle cantine sociali; infine l’imbottigliamento e commercializzazione, che costituiscono la principale attività delle case vinicole.
Se analizziamo la situazione riscontrabile nel Chianti non c’è dubbio che tutte e tre le fasi del processo produttivo precedentemente richiamate siano svolte in ambito locale, considerato oltretutto come lo stesso disciplinare di produzione attualmente in vigore vincoli alla zona storica del Chianti (il “Chianti Classico”) sia la fase agricola vera e propria, sia quelle della trasformazione, dell’imbottigliamento, dell’affinamento e dell’invecchiamento del vino. In parte diverso è il discorso sulla “divisione dei compiti” tra imprese, visto che le diverse tipologie di aziende presenti nel territorio del Chianti Senese svolgono spesso almeno due delle fasi del processo produttivo, sia pure in misura differenziata(24):
7) esistono infatti aziende agricole che gestiscono direttamente l’intero processo o che comunque provvedono – in tutto o in parte – alla trasformazione dell’uva;
8) le cantine sociali, il cui ruolo consiste nella vinificazione dell’uva prodotta dai soci, in alcuni casi provvedono anche alla fase di imbottigliamento e commercializzazione:
9) le case vinicole, infine, pur assumendo un peso determinante nella fase finale del processo acquistando a tale scopo il vino prodotto dalle cantine sociali o direttamente dalle aziende agricole, dispongono generalmente anche di proprie aziende vitivinicole che ne rappresentano storicamente l’origine o comunque ne garantiscono l’immagine.
In questo quadro, se si tiene conto delle considerazioni svolte nei primi paragrafi, è possibile concludere individuando una duplice natura - nient’affatto contraddittoria – del Chianti Senese: il Chianti Classico, da un lato, assume le caratteristiche di un distretto agro-alimentare, che tuttavia deve parte del successo raggiunto all’essere una componente costitutiva di un sistema più ampio e complesso di tipo rurale; il Chianti Senese, a sua volta, pur rappresentando una realtà distrettuale integrata che non si esaurisce nella produzione vinicola, appare nondimeno strettamente legata a quest’ultima anche e soprattutto nei confronti del mercato finale. Se infatti guardiamo al rapporto con i consumatori, non v’è alcun dubbio come le strategie di posizionamento del Chianti Classico siano storicamente orientate ad un approccio di tipo sistemico che tende a far leva sulla chiara percezione del legame esistente tra il prodotto e il suo territorio, non limitandosi pertanto a garantire determinati standard qualitativi (come nel caso dei vini di qualità non territoriale) o semplicemente su politiche di offerta aggressive in cui il prezzo assume un ruolo discriminante (come nel caso dei vini di massa) (25). Nel nostro caso è proprio il rapporto qualità/territorio a giocare un ruolo decisivo, favorito dall’affermarsi di un modello di sviluppo turistico integrato il quale, coinvolgendo una varietà di fattori (paesaggistici, naturalistici, storico-culturali, gastronomici e così via), assume un ruolo di medium per l’intero sistema locale.
Note
1) Già nei Principles of Economics (Marshall, 1919) il noto economista identifica i criteri generali in base ai quali un’area ad elevata concentrazione di piccole imprese tenda tende ad assumere una configurazione di tipo distrettuale.
2) Non può mancare anche in questa sede un riferimento al contributo di Giacomo Beccattini (G. Becattini “Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale”. Rivista di Economia e Politica Industriale, n° 1, 1979; G. Becattini “Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico” in Pike F, Becattini G. e Sengenberg W. (a cura di), Firenze, Banca Toscana, 1991).
3) L’approccio classico dell’agrobusiness è quello di Davis e Goldberg (Davis, J. & Goldberg, R. “A concept of agribusiness”, Boston, Harvard University, 1957.
4) Ci si riferisce in particolare ai contributi decisivi offerti in questo senso soprattutto da Iacoponi (L. Iacoponi, “Distretto industriale marshalliano e forme di organizzazione delle imprese in agricoltura”, Rivista di Economia Agraria, 4, 1990) e Cecchi (C. Cecchi, “Per una definizione di distretto agricolo e distretto industriale, La Questione Agraria, 46, 1992).
5) E. Montresor, “I sistemi locali di sviluppo rurale”, in CNEL, “L’agricoltura tra locale e globale”, Roma, 1999.
6) Romagnoli (a cura di) “Teoria dei processi produttivi”, Giappichelli, Torino, 1996, citato in E. Montresor, op. cit., pg.12.
7) Con ciò non si intende trascurare il fatto che anche l’agricoltura sia interessata da una tendenza alla frammentazione del processo, soprattutto attraverso la crescente esternalizzazione di servizi e la diffusione del contoterzismo. Si ritiene tuttavia che permanga un salto di scala rispetto all’intensità del fenomeno rispetto al caso delle attività manifatturiere.
8) D.L. 18.05.2001 n. 228, orientamento e modernizzazione del settore agricolo a norma della L. 5.03.2001 n. 57.
9) Cfr. Iacoponi, “Impressa agraria ed ipotesi distrettuale: dai sistemi produttivi agro-alimentari ai sistemi territoriali”, Università di Pisa, 2001.
10) Secondo i criteri individuati ad esempio dal Regolamento (CE) 1260/99, sono da considerasi rurali quelle aree che presentano una densità di popolazione inferiore ai 100 abitanti per Km/q o, in alternativa, un’incidenza percentuale dell’occupazione agricola sull’occupazione totale, uguale o superiore al doppio della media comunitaria. Al di là del giudizio circa la validità dei parametri prescelti, quello che interessa sottolineare è che la natura rurale di un sistema locale non individua necessariamente una situazione di ritardo socio-economico, quanto un modello di sviluppo il cui principale elemento distintivo è rappresentato dall’integrazione fra l’attività agricola e le altre attività economiche (artigianato, turismo, piccola impresa manifatturiera, ecc.).
11) R. Polidori e D. Romano, “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico”, Rivista di Economia Agraria, 4, 1997.
12) In Italia questo approccio, introdotto originariamente da Sforzi e dall’IRPET, è stato utilizzato dall’Istat per classificare i sistemi locali del lavoro a partire dai dati sul pendolarismo di fonte censuaria. Cfr. ISTAT-IRPET, “I mercati locali del lavoro in Italia”, Milano, F. Angeli, 1989.
13) Ci si riferisce alla zonizzazione in SEL riconosciuta ed approvata dal Consiglio Regionale della Toscana con Deliberazione Consigliare n° 219 del 26 luglio 1999.
14) Cfr. IRPET Il mosaico territoriale dello sviluppo socio-economico della Toscana, Schede di sintesi dei sistemi Economici Locali della Toscana, Quaderni della Programmazione n° 7, 2001.
15) Le Unità di Lavoro (ULA) costituiscono la misura più esaustiva del lavoro attivato dalla struttura produttiva locale e ciascuna di esse rappresenta la quantità standard di lavoro (dove lo standard è definito a seconda del settore) effettuata da un lavoratore occupato a tempo pieno.
16) Polidori R. e Romano D. “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico” in Rivista di Economia Agraria anno LII, n° 4, dicembre 1997. Come sottolineato dagli autori quest’aspetto riveste un’importanza non secondaria nello sviluppo di un sistema rurale endogeno, visto che un reddito pr-capite (ed un livello culturale) elevato costituisce molto spesso una precondizione necessaria affinché la popolazione locale possa essa stessa apprezzare i prodotti di qualità tipici del proprio territorio.
17) La ricchezza pro-capite è stata ottenuta sommando i dati sui depositi bancari e sui depositi postali a quelli sui titoli di proprietà dei residenti.
18) Si fa riferimento ai dati provvisori di fonte censuaria anziché a quelli anagrafici poiché in genere questi ultimi tendono a sovrastimare il numero effettivo di cittadini residenti.
19) I dati disponibili sull’agriturismo consentono di analizzare le serie storiche solo a partire dal 1998.
20) E’ evidente che in agricoltura il requisito dell’elevata densità imprenditoriale tipico dei distretti industriali richiede, per essere applicato, una diversa interpretazione. E’ infatti la stessa natura della produzione agricola che non consente di riscontrare i medesimi livelli di concentrazione territoriale delle imprese, sia perché condizionata dall’estensione della terra come fattore di produzione, sia perché inevitabilmente inserite in un equilibrio territoriale più ampio il cui rapporto con le imprese agricole è più di integrazione che di competizione diversamente da quanto accade nel caso delle attività industriali.
21) Polidori R. Romano D. (opera citata ). “Dinamica economica strutturale e sviluppo rurale endogeno: il caso del Chianti Classico” in Rivista di Economia Agraria anno LII, n° 4, dicembre 1997.
22) Si fa riferimento in particolare alla ricerca “Chianti Classico 2000” avviata nell’annata agraria 1988/89 realizzata con il diretto coinvolgimento di molti agricoltori locali ed in collaborazione con alcuni ricercatori della Facoltà di Agraria di Firenze e di Pisa.
23) Per una ricostruzione storica delle iniziative messe in atto si rimanda anche in questo caso a Polidori-Romano (op. cit.).
24) Cfr. A. Carbone, “Differenziazione di un prodotto protetto di denominazione di origine: il caso del Chianti Classico”, Rivista di Politica Agraria, n.2, 1995.
25) Per una sintetica analisi del modello decisionale del consumatore e della conseguente segmentazione del mercato vinicolo cfr. F. Donati, “Viticoltura ed enologia: vite, vino e sistema territoriale”, Notiziario ERSA, n. 3, 2000.
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