Rilancio della Strategia di Lisbona, approvato il ‘PICO’ – di Francesca Romana Capone
25/10/2005 -- È passata pressoché sotto silenzio l’approvazione, in Consiglio dei Ministri lo scorso 14 ottobre, del Piano italiano per l’innovazione, la crescita e l’occupazione (PICO), nell’ambito delle azioni per il rilancio della Strategia Europea di Lisbona. Il documento è stato infatti presentato, come di consueto, nel comunicato stampa che segue il CdM, ma in poche righe e quasi senza enfasi. Anche il dossier, pubblicato sul sito di Palazzo Chigi, è tutt’altro che esaustivo: vi si trovano poche pagine di sintesi (peraltro non segnalata come tale, così da ingenerare il dubbio che sia quello il documento completo) e nessun link al testo ufficiale
È passata pressoché sotto silenzio l’approvazione, in Consiglio dei Ministri lo scorso 14 ottobre, del Piano italiano per l’innovazione, la crescita e l’occupazione (PICO), nell’ambito delle azioni per il rilancio della Strategia Europea di Lisbona. Il documento è stato infatti presentato, come di consueto, nel comunicato stampa che segue il CdM, ma in poche righe e quasi senza enfasi. Anche il dossier, pubblicato sul sito di Palazzo Chigi, è tutt’altro che esaustivo: vi si trovano poche pagine di sintesi (peraltro non segnalata come tale, così da ingenerare il dubbio che sia quello il documento completo) e nessun link al testo ufficiale. Bisogna risalire al sito del dipartimento per le Politiche Comunitarie per trovare il documento, peraltro privo degli allegati dettagliati. Una visibilità curiosamente molto limitata, quindi, per un testo che ha invece l’ambizione di tracciare le priorità italiane nell’ambito della ricerca, dell’innovazione e dello sviluppo. Ambizione testimoniata anche dallo stile: a titolo di esempio, il testo si apre con una citazione da una comunicazione europea, “Just think what Europe could be”, a cui gli estensori hanno aggiunto in calce, “We did”.
Ancora, all’interno si legge che il Piano, denominato PICO non solo come acronimo ma in onore di Pico della Mirandola, si pone l’obiettivo di “ricreare fiducia e di mostrare determinazione nella ricerca dello sviluppo e dell’occupazione; il tutto facendo combaciare ambizioni, risorse e buone idee come richiesto dal mandato ricevuto e rendendo esplicite le valutazioni sui progressi ottenibili”. E se la Strategia di Lisbona è considerata la chiave del rilancio europeo, il Piano italiano prevede uno stanziamento di oltre 46 miliardi di euro fino al 2008 e un incremento occupazionale stimato in 200 mila posti di lavoro, concentrati prevalentemente tra i giovani. Date queste premesse, il silenzio entro il quale è stato approvato il documento si fa ancora più ‘rumoroso’.
Le priorità per il rilancio e le peculiarità italiane
Il PICO prende le mosse dall’esigenza di ripensare, a metà percorso, la Strategia di Lisbona attraverso la quale, nel 2000, l’Europa si proponeva di diventare entro il 2010 la società più avanzata basata sulla conoscenza. Gli obiettivi fissati allora sono ancora ben lungi dall’essere raggiunti, per questo le istituzioni europee hanno deciso un rilancio della Strategia su nuove basi: gli Stati membri sono chiamati ad elaborare piani specifici, tarati sulle peculiarità socio-economiche locali, da integrare e rendere sinergici in sede europea. In base alle 24 linee guida comuni indicate dal Consiglio Europeo, quindi, ogni Paese sta elaborando un proprio piano. Il PICO si basa su cinque obiettivi prioritari che sintetizzano le linee guida:
- ampliare l’area di libera scelta per cittadini e imprese
- incentivare la ricerca e l’innovazione tecnologica
- rafforzare l’istruzione e la formazione
- adeguare le infrastrutture materiali e immateriali
- tutelare l’ambiente.
Le priorità indicate dal PICO sono tarate sulle tre peculiarità socio economiche del nostro Paese, individuate dal Piano nella vulnerabilità alla competizione globale (di prezzo per le produzioni tradizionali realizzate da imprese di piccole dimensioni, sleale nel caso del ‘made in Italy’), nei divari di produttività territoriali (Nord-Sud) e settoriali (industria vs primario e terziario), nelle elevate ‘esigenze solidaristiche’ (leggi nella domanda di tutele) espresse dalla società civile, che gravano sui bilanci pubblici e sulle aziende, già oppresse da un eccesso di regolamentazione.
Rispetto a queste specificità italiane, il Piano prende posizione in maniera esplicita contro il parametro fissato dalla Strategia europea per la spesa in ricerca e sviluppo (R&S), al 3% del Pil. Si legge infatti: “la sua significatività dipende dalla frontiera della tecnologia nella quale un Paese si trova o intende collocarsi senza cadere in una delle più classiche ‘eresie dell’economia’, ossia la fallacia della composizione: ciò che è buono per un Paese, non necessariamente deve esserlo per tutti”. L’Italia, prosegue il documento, “non ha necessariamente bisogno di spese in R&S della stessa dimensione dei Paesi impegnati nei settori a tecnologia avanzata, ma ha bisogno soprattutto di un assetto organizzativo (normativa e servizi alle imprese) capace di rendere usufruibili queste tecnologie nei processi produttivi”. Qui il documento esplicita un punto di vista spesse volte enunciato dal governo rispetto alla ricerca, che tende ad essere vista sotto un’ottica dualistica: ricerca teorica e ricerca applicata, dove la seconda rivestirebbe un’importanza maggiore e un’immediata trasformazione in crescita della produttività del Paese. Punto di vista, questo, più volte messo in discussione dagli stessi ricercatori, laddove non esiste applicazione senza ricerca di base. Separare l’una dall’altra è un’operazione che non ha fondamento concreto, ma che implica una differenziazione nelle risorse da mettere in campo: la ricerca teorica pura è in genere appannaggio degli enti statali, laddove la ricerca applicata gode, per ovvie ragioni, di finanziamenti privati.
Analoga critica viene mossa dal Piano ai provvedimenti europei volti a ridurre le disparità regionali. Primo fra tutti, l’introduzione della moneta unica che, seppure attuata per “motivi di grande rilevanza politica”, tende “ad accentuare i dualismi”. Così le iniziative di armonizzazione dei trattamenti regolamentari del mercato comune non si sono dimostrati sempre adattabili a livello territoriale e settoriale. Un giudizio positivo è invece espresso sulle politiche di coesione e sulla loro capacità di rimuovere le cause dei dualismi. Secondo gli estensori del documento, le origini delle disparità italiane sono da ricercare nel “livello culturale e professionale del lavoro, nell’arretratezza tecnologica del capitale, nell’inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, nelle regolamentazioni e nelle prassi amministrative, nelle patologie economiche”. Se queste sono le cause, il rimedio – si sottolinea – non può essere solo quello di compensare gli svantaggi, perché “induce l’imprenditoria a dedicarsi ai rapporti politici e amministrativi nazionali e comunitari per continuare ad avere sussidi”, piuttosto che orientarla verso nuove specializzazioni produttive.
Per quanto riguarda infine le difficoltà a introdurre riforme nel sociale (si fa esplicito riferimento alla sanità e alla previdenza) e ad estendere la competizione nel mercato, il PICO sottolinea la necessità di compiere un salto ‘culturale’ e di comunicazione verso i cittadini. Pur non essendo specificate le azioni previste, si lascia intendere che è necessario abbassare le tutele attese da parte dei cittadini, per far fronte alla globalizzazione ormai in atto.
Interventi e progetti
Gli strumenti individuati per raggiungere gli obiettivi indicati nel Piano sono di due tipi: interventi con validità generale e progetti specifici con positive ricadute per il sistema economico nel suo complesso (per una descrizione dettagliata degli interventi, rimandiamo al Piano, mentre di seguito riportiamo un quadro sintetico). Ai primi fanno riferimento una serie di azioni che mirano a più ampie liberalizzazioni (nell’offerta di servizi ma anche in altri settori e nel più ampio ambito dei prezzi e dell’economia), a una legislazione più efficace (prevenzione delle frodi, miglioramento delle prestazioni della pubblica amministrazione, sostegno agli investimenti, semplificazione), al sostegno alle piccole imprese (innovazione di processo e di prodotto, equilibrio tra flessibilità e sicurezza del lavoro, protezione dei brevetti, sostegno agli investimenti esteri), alla valorizzazione del capitale umano (organizzazione del sistema di istruzione e formazione nell’ottica della formazione lungo tutto l’arco della vita, supporto alla ricerca in particolare orientata verso l’innovazione tecnologica nei processi produttivi), alla realizzazione di reti infrastrutturali (soprattutto delle cosiddette ‘autostrade del mare’), all’attuazione delle politiche di coesione europea (riduzione delle disparità economiche, con particolare attenzione al Mezzogiorno), all’orientamento verso la protezione ambientale (specie nei processi produttivi).
Se questi sono gli interventi di carattere generale, i progetti specifici inclusi nel piano riguardano: il completamento del progetto Galileo (rete satellitare europea), la partecipazione a Egnos e Sesame (progetti europei di gestione del traffico aereo), la realizzazione di piattaforme informatiche in diversi settori (salute, turismo, infomobilità, banche dati pubbliche e territoriali), l’attuazione di 12 programmi strategici di ricerca (nei settori salute, farmaceutico e biomedicale e nei sistemi manifatturiero, della motoristica, della cantieristica navale e aeronautica, della ceramica, delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, dei trasporti e della logistica avanzata, dell’Ict e componentistica elettronica avanzata, della microgenerazione energetica), la creazione di 12 laboratori di collaborazione pubblico-privata per la ricerca nel Mezzogiorno (diagnostica medica, energia solare, sistemi di produzione, e-business, biotecnologie, genomica, materiali per usi elettronici, bioinformatica applicata alla genomica, nuovi materiali per la mobilità, efficacia dei farmaci, open source dei software, analisi della crosta terrestre), lo sviluppo di 24 distretti tecnologici (sul modello dei distretti industriali), l’ampliamento dell’uso razionale delle infrastrutture energetiche e idriche, lo sviluppo di fonti energetiche alternative.
Questi progetti – si specifica nel documento – potranno essere affiancati da altri: il PICO non è infatti un piano chiuso.
Le risorse: a quanto ammontano e come sono ripartite
Vale la pena di soffermarsi sulle risorse messe in campo per l’attuazione del PICO, in parte già stanziate, in parte da ricavare attraverso la cessione di attività reali dello Stato in un’ottica di gestione patrimoniale. Quella che segue è la tabella dettagliata degli investimenti, divisi per anno e in base ai cinque obiettivi prioritari.
| Obiettivo | Stanziati fino al 2005 * | Stanziamenti per il triennio 2006-2008 * | A carico Fondo PICO * | Totale costo * |
| Area libera scelta | 599,6 | 217,4 | 1.322,8 | 2.139,8 |
| Ricerca & sviluppo | 4.333,6 | 903,0 | 4.088,3 | 9.324,9 |
| Capitale umano | 956,4 | 193,4 | 407,2 | 1.557,0 |
| Infrastrutture | 23.645,4 | 2.503,0 | 5.236,1 | 31.384,5 |
| Ambiente | 352,9 | 16,5 | 1.717,0 | 2.086,4 |
| Totale | 29.887,9 | 3.833,3 | 12.771,4 | 46.492,6 |
* Gli stanziamenti sono in milioni di euro
A fronte di un totale pari a oltre 46 miliardi di euro (di cui 30 già stanziati fino al 2005), le risorse previste sembrano andare prevalentemente a favore del sistema imprenditoriale, più che dell’insieme dei cittadini e della società. Il Piano non contiene purtroppo un dettaglio relativo ai singoli interventi (inserito in una delle appendici non pubblicate assieme al testo), tuttavia qualcosa si può desumere dai capitoli che affrontano le azioni in base ai singoli obiettivi.
Rispetto all’ampliamento dell’area di libera scelta per cittadini e imprese (alla quale sono destinati circa 2,1 miliardi di euro fino al 2008, di cui circa 817 milioni già stanziati), le azioni riguardano l’allargamento dell’area del mercato competitivo e una migliore legislazione a favore delle imprese, nonché una semplificazione nell’ambito della pubblica amministrazione. Sempre a favore delle imprese è previsto un rafforzamento della normativa antifrode e un’implementazione degli sportelli unici all’estero. Il rafforzamento della base produttiva sarà invece perseguito attraverso un sostegno più forte all’imprenditoria in ordine alla tutela brevettale e alle forme di incentivazione all’innovazione. A ciò si aggiungono le azioni già intraprese – la riforma della legge fallimentare, quella del mercato del lavoro con l’introduzione di nuove flessibilità, la semplificazione normativa – . Dunque, in questa voce di spesa, sembra di evincere che le risorse siano pressoché esclusivamente mirate alle imprese. Non è chiaro come questi interventi dovrebbero incidere sulla ‘libera scelta’ del cittadino.
Non va molto meglio per quanto concerne le spese in ricerca e sviluppo (9,3 miliardi di euro di cui 5,2 circa già stanziati). Qui si dice esplicitamente che “La ricerca – pur essendo un elemento fondamentale dell’innovazione – non è sufficiente se non si innova la rete dei rapporti e della cooperazione tra università, laboratori e imprese”. Secondo questa linea, un primo passo è quello del riordino del sistema di ricerca nazionale, ridefinendo obiettivi e organizzazione degli enti pubblici. Per quanto riguarda l’incentivazione alla spesa in ricerca, si propongono interventi mirati al rientro dei cervelli, all’anticipo dell’incremento retributivo ai ricercatori universitari e al sostegno alle imprese nelle spese relative al personale dedicato alla ricerca. Per l’innovazione e il trasferimento tecnologico le azioni mirano tutte ad un più stretto collegamento tra università e centri di ricerca da un lato e mondo produttivo dall’altro. Si punta anche a incrementare la partecipazione italiana ai progetti di ricerca internazionali.
Il rafforzamento del sistema dell’istruzione e formazione (1,5 miliardi di cui 1,1 già stanziati) è affidato in buona parte a misure già attuate, quali le riforme del sistema scolastico e universitario, delle quali si magnificano i risultati in termini di partecipazione dei giovani e di sbocchi professionali. Manca tuttavia una valutazione sulla effettiva adeguatezza della preparazione rispetto a più alti profili professionali. Tra gli interventi da effettuare, soprattutto azioni di formazione del personale docente e di prevenzione dell’abbandono nel Mezzogiorno, rafforzamento delle lauree scientifiche in collegamento col mercato del lavoro, mobilità europea di docenti e studenti. In assenza di un’articolazione più dettagliata, gli interventi in questa area sembrano piuttosto una generica professione di intenti.
La cifra più consistente del Piano è riferita all’adeguamento delle infrastrutture materiali e immateriali (31,4 miliardi di euro di cui 26,1 già stanziati). Qui ci si concentra sulle reti infrastrutturali del Mezzogiorno, a partire da quelle materiali (autostrada Salerno – Reggio Calabria, sistemi portuali ecc.), per toccare il tema della diffusione delle reti ‘immateriali’ (utilizzo di Internet e recupero del digital divide rispetto al resto del Paese). Anche in questo caso è evidente che il grosso delle risorse è destinato alle imprese, pur essendo indubbio il beneficio che ne deriva per i cittadini.
Infine, la voce di spesa relativa alla tutela dell’ambiente (circa 2 miliardi di euro, di cui solo 370 milioni già stanziati), prevede il riordino della normativa e l’incentivazione di comportamenti eco-compatibili da parte delle imprese. Già prevista l’introduzione di un Fondo per la promozione e lo sviluppo sostenibile per migliorare i comportamenti di PMI e pubbliche amministrazioni in campo ambientale. Si pensa anche di attuare progetti di eccellenza nel campo delle tecnologie ambientali (dalla micro co-generazione, allo sfruttamento dell’idrogeno, alla valorizzazione dell’energia solare ecc.).
I risultati attesi: meno assistenza e più mercato
Dall’insieme delle azioni tracciate nel PICO il governo si attende un impatto macroeconomico relativo al potenziale innalzamento del reddito dell’1%, con effetti disinflazionistici strutturali (30 centesimi di punto) e un parallelo rafforzamento del potere d’acquisto salariale. L’incremento occupazionale stimato è nell’ordine dei 200mila posti di lavoro, concentrati prevalentemente fra i giovani. Anche qui, in assenza di un maggior dettaglio degli interventi, la previsione appare generica, anche perché nel piano manca del tutto un riferimento alle politiche del lavoro, probabilmente demandato al Nap di prossima pubblicazione. Gli effetti prevedibili dell’attuazione del PICO – si sottolinea infine – potranno essere rafforzati dal simultaneo rilancio della Strategia di Lisbona negli altri Paesi europei.
Nelle conclusioni, gli estensori del Piano danno anche una risposta alla necessità di far fronte alle ‘esigenze solidaristiche’ espresse dai cittadini. “La riduzione delle pressioni sul bilancio dello Stato e su quelli delle imprese – si legge nel documento – dovute a un’errata scelta di forme assistenziali per soddisfare le istanze solidaristiche presenti nel nostro Paese è stata individuata in una migliore istruzione e formazione che orienti i giovani sulla strada dell’ascesa professionale per merito e non per appartenenza e, più in generale, i cittadini ad acquisire consapevolezza della necessità della stabilità fiscale e monetaria come fondamento della giustizia distributiva e del benessere sociale, della modernizzazione delle strutture burocratiche e dell’efficienza di mercato delle strutture produttive”. Peccato che nel Piano la parte dedicata a istruzione e formazione sia la meno dettagliata, che l’attenzione al cittadino sia proclamata teoricamente ma non supportata da interventi concreti, mentre la gran parte del documento si concentra sul sostegno al sistema imprenditoriale e al libero mercato.
Data la vicenda della pubblicazione del documento, sembra infine quanto meno ironica la chiusa: “Per anticipare gli effetti sulle aspettative dei produttori, dei risparmiatori e dei consumatori – si spiega – molto può fare la strategia di comunicazione europea e nazionale che verrà sviluppata in Italia in occasione della presentazione di questo Piano e questa sarà tanto più efficace, quanto più si accompagnerà a una realizzazione coerente dei provvedimenti e progetti nazionali ed europei”.
La cosa mostrata