Anno II Numero 68 del 09/03/2011
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

Verso una politica industriale europea - di Andrea Bianchi

10/11/2005 -- Il dato più rilevante che emerge dalle più recenti analisi sugli effetti della globalizzazione sulle diverse aree economiche mondiali, riguarda la bassa crescita dell’economia europea rispetto sia alle aree più dinamiche del Sud Est asiatico (Cina ed India in primis) sia rispetto agli USA e negli ultimi tempi al Giappone. La spirale della bassa crescita che attanaglia il vecchio continente da ormai diversi anni pone il problema del ruolo dell’Europa nell’ambito della nuova divisione internazionale del lavoro emersa dalla riorganizzazione su base globale dei processi produttivi

Il dato più rilevante che emerge dalle più recenti analisi sugli effetti della globalizzazione sulle diverse aree economiche mondiali, riguarda la bassa crescita dell’economia europea rispetto sia alle aree più dinamiche del Sud Est asiatico (Cina ed India in primis) sia rispetto agli USA e negli ultimi tempi al Giappone.  

 

 

La spirale della bassa crescita che attanaglia il vecchio continente da ormai diversi anni pone il problema del ruolo dell’Europa nell’ambito della nuova divisione internazionale del lavoro emersa dalla riorganizzazione su base globale dei processi produttivi. Il principale imputato della crisi di identità dell’economia europea  sembra essere il comparto industriale che, schiacciato da una parte dalla concorrenza tecnologica delle imprese americane e dall’altra dai bassi costi dei paesi emergenti, appare incapace di trovare un percorso originale verso la crescita delle competitività.

 

 

In questo contesto si è sviluppata, in questi ultimi mesi, una riflessione sulle prospettive dell’Europa all’interno dell’economia globalizzata e una analisi critica delle politiche di sostegno al sistema produttivo condotte nel corso degli ultimi dieci anni dai principali paesi del Continente sotto l’occhio vigile della Commissione Europea.

 

 

In altri termini, dopo la lunga fase di attenzione ai temi finanziari che ha accompagnato la nascita dell’Euro, si è tornati a discutere sulla tenuta competitiva dell’economia reale e in particolare dell’apparato industriale dell’Unione di fronte alle nuove sfide imposte dall’accelerazione dei processi di globalizzazione e dalla conseguente crescita dell’aggressività commerciale dei paesi emergenti.

 

 

Il primo organico contributo in questa direzione è venuto dalla Commissione Europea guidata da Romano Prodi che, nel Dicembre del 2002, ha pubblicato una Comunicazione [1] che analizza lo stato dell’industria alla vigilia del completamento del processo di allargamento, e introduce alcune sostanziali novità nell’impostazione delle politiche in favore del sistema produttivo.

 

 

Il documento della Commissione, nella parte dell’analisi della situazione, evidenzia con chiarezza le difficoltà dell’industria europea concentrando l’attenzione sulla bassa dinamica della produttività  del settore manifatturiero che ha caratterizzato la seconda parte degli anni 90. In questo periodo, infatti, la produttività  dell’industria europea ha registrato una crescita inferiore a quella degli USA (3,2% contro l’5,5%) invertendo la tendenza positiva che aveva caratterizzato il precedente quinquennio. Le ragioni che la Commissione introduce per spiegare questa sfavorevole dinamica  fanno riferimento in particolare ai seguenti aspetti:

 

 

  • una bassa capacità di trasformare gli investimenti nel campo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni (TIC) in sostanziali incrementi della produttività; nonostante, infatti, il volume delle spese  nelle TIC sia notevolmente aumentato nel corso degli ultimi anni raggiungendo un valore (7% del PIL) non lontano da quello degli USA, i benefici in termini di miglioramento delle performance del settore industriale appaiono ancora molto inferiori a quelli dei paesi avanzati, come testimonia la bassa produttività globale dei fattori produttivi;
  • una ridotta capacità di trasformare le attività di ricerca in risultati utili per il rinnovamento del sistema produttivo, ridotta capacità che si manifesta in una quota inferiore di brevetti e di investimenti in R&S in particolare del settore privato. Nel 2001 l’Unione Europea ha investito in innovazione tecnologica il l’1,9% del PIL rispetto al 2,7% degli USA e al 3% del Giappone evidenziando un ritardo ancora più consistente nel settore privato che da solo rappresenta l’84% del divario esistente con i paesi più avanzati. Rispecchia efficacemente questa situazione il numero di brevetti europei di alta tecnologia – 28 per milione di abitanti –, particolarmente significativo se confrontato con quello dei paesi europei all'avanguardia dell'innovazione, come Finlandia (138), Svezia (95) e Paesi Bassi (58) o la quota di ricercatori sulla forza lavoro totale che è pari al 5,1 per mille nell'UE rispetto al 7,4 per mille negli USA e dell'8,9 per mille in Giappone. Per il solo settore privato le percentuali sono 2,5 per mille nell'UE, 7,0 per mille negli USA e 6,3 per mille in Giappone
  • una scarsa capacità di valorizzare l’enorme patrimonio di spirito imprenditoriale di cui l’Europa dispone; a fronte infatti della straordinaria vitalità del segmento delle piccole e medie imprese, che oggi rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo europeo, sono relativamente poche le imprese che raggiungono la dimensione critica necessaria per competere efficacemente sui mercati globali;
  • un forte arretramento della presenza di imprese europee in settori ad alto potenziale innovativo e decisivi per la crescita delle economie più avanzate, non solo perché caratterizzati da più elevati incrementi di produttività ma anche per le loro ricadute in termini di crescita della conoscenza e di impatto sulla innovazione tecnologica dell’intera economia.  L’industria europea è in forte ritardo in alcuni settori tecnologici strategici come quelli delle TIC, dell’elettronica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie. 
 

 

La commissione conclude che “questi dati denotano un pericoloso deterioramento del potenziale di crescita dell'UE”.

 

Sul piano della politica industriale il documento della Commissione, pur ribadendo gli obiettivi generali di crescita dell’economia della conoscenze definiti a nel consiglio europeo di Lisbona e di sostenibilità dello sviluppo definiti nel Consiglio di Goteborg del 2001,  introduce alcune sostanziali novità rispetto agli orientamenti che hanno caratterizzato l’azione dei principali Governi dell’Unione a partire dagli inizi degli anni 90.

 

 

In primo luogo la Commissione ribadisce in modo chiaro la centralità dell’industria manifatturiera nei processi di sviluppo economico anche dei paesi più avanzati.

 

 

Nonostante, infatti, la tendenza strutturale di tutti i paesi avanzati vada nella direzione di una forte crescita del peso dei servizi sul totale delle attività economiche, il settore industriale rimane il motore dello sviluppo rappresentando la principale componente della domanda avanzata di servizi. In altri termini, per effetto dei fenomeni di esternalizzazione di alcune funzioni aziendali le attività industriali, pur avendo perso peso in termini statistici, mantengono una funzione determinante di stimolo per l’intera economia.

 

 

“L'Europa ha quindi bisogno di un'industria dinamica e concorrenziale per sostenere ed accrescere la propria prosperità, e realizzare al tempo stesso le sue più generali aspirazioni sociali, ambientali e internazionali”.

 

 

Il secondo elemento determinante di novità riguarda la necessità di integrare l’approccio orizzontale alla politica industriale con una più marcata attenzione alle problematiche settoriali. Sulla base dell’esperienza concreta maturata nel corso degli ultimi dieci anni, la Commissione ha infatti riconosciuto l’opportunità di associare agli obiettivi di carattere trasversale (sviluppo dell’imprenditorialità, innovazione e ricerca, concorrenza) una valutazione delle esigenze di modernizzazione dell’apparto industriale dei singoli settori produttivi. Non si tratta quindi di un  ritorno ai vecchi piani di settore in voga negli anni 70, piani di settore che spesso di sono tradotti in politiche di carattere protezionistico incompatibili con la creazione del mercato unico europeo, ma di un esplicito invito agli stati membri a realizzare analisi approfondite e controlli regolari della situazione concorrenziale dei singoli settori al fine di adeguare gli strumenti di politica industriale sulla base di esigenze i specifici comparti produttivi.

 

In seguito alla pubblicazione della comunicazione, la Commissione Europea ha dato concretezza ai nuovi indirizzi di politica industriale avviando una serie di tavoli settoriali finalizzati a definire una nuova strategia europea di supporto alla competitività delle imprese. I settori oggetto di attenzione in questa prima fase sono stati quelli più direttamente collegati alla crescita dell’economia della conoscenza (biotecnologie e nanotecnologie) ma anche comparti più tradizionali che stanno attraversando una delicata fase di ristrutturazione industriale come quelli del tessile-abbigliamento.

 

 

Il secondo fatto nuovo nel panorama europeo è rappresentato dal rinnovato interventismo pubblico nella politica industriale. Sulla scia di quanto sta avvenendo nei paesi che stanno trascinando l’economia mondiale come la Cina e l’India, e in risposta agli interventi di difesa dell’industria americana realizzati dall’amministrazione Bush, anche i principali paesi europei sono tornati ad esprimere senza timidezze progetti di politica industriale volti da una parte al salvataggio e al rilancio di industrie ritenute strategiche per l’intero sistema produttivo, e dall’altra ad accompagnare e guidare i processi di riorganizzazione delle grandi imprese con l’obiettivo di garantire una presenza significativa di aziende europee nel contesto globale.

 

 

Per quel che riguarda le politiche difensive, gli esempi più illuminanti riguardano le grandi operazioni di salvataggio industriale realizzate in questi anni con il sostanziale accordo della Commissione, che hanno riguardato alcuni colossi dell’industria europea come la Alstom francese, il principale produttore mondiale di materiale ferroviario, o la Siemens tedesca.  

 

 

Per quel che riguarda invece le politiche di rilancio della competitività delle industrie europee il fatto più rilevante riguarda l’accordo del giugno scorso in cui il governo francese e quello tedesco hanno definito una strategia comune per il rilancio delle rispettive industrie in alcuni settori strategici. L’accordo prevede infatti di favorire la collaborazione  tra i due paesi per creare gruppi industriali in grado di competere con le multinazionali americane e di prevenire acquisizioni straniere su imprese considerate strategiche. L’obiettivo è quindi quello di colmare il divario competitivo che separa l’industria europea da quella americana in termini di presenza sui mercati globali attraverso la creazione di nuovi campioni europei nei settori a maggiore contenuto tecnologico.

 

 

Nel 2001 le imprese americane occupavano le prime posizioni in tutte le graduatorie internazionali assorbendo oltre il 55% del totale dei ricavi realizzati dalle prime 500 multinazionali mondiali e il 45% degli addetti. L’Europa, pur mantenendo saldamente la seconda posizione con il 26% dei ricavi e il 24% degli addetti, appare in ritardo in particolare nei settori più innovativi dove allo strapotere americano si stanno affiancando nuovi colossi di Taiwan e del Giappone. La presenza europea è inoltre fortemente legata alla dimensione internazionale dell’industria britannica, mentre il totale delle imprese dei paesi aderenti all’Euro raggiunge appena il 16% dei ricavi e il 12% degli addetti

L’iniziativa congiunta del governo francese e di quello tedesco si inserisce inoltre in un quadro caratterizzato da alcune esperienze positive maturate in questi anni nell’ambito dell’industria europea. La stella polare della nuova strategia di politica industriale continua infatti ad essere la creazione del gruppo aerospaziale Eads, una joint venture franco tedesca con una partecipazione spagnola, che possiede l’80% di Airbus, società europea che quest’anno ha superato per la prima volta il gigante americano dell’aviazione civile Boeing.

 

 

Il quadro delle collaborazioni europee di successo è inoltre arricchito da altre esperienze molto significative che consentito la nascita di aggregazioni industriali di rilievo mondiale. E’ stato cosi per la fusione delle società nel settore dell’acciaio di Francia, Spagna e Lussemburgo che ha dato vita all’Acelor che oggi rappresenta uno dei principali player mondiali del settore.

 

 

Ugualmente positiva è stata l’operazione di collaborazione italo francese che ha consentito la nascita della STMicroelectronics che oggi rappresenta una delle imprese più innovative del panorama europeo e sicuramente uno dei pochi esempi di industria high tech globale presenti in Italia.

 

 

Anche nel settore farmaceutico il governo francese ha favorito l’acquisizione della tedesca Aventis da parte del gruppo transalpino Sanofi-Synthelabo, scoraggiando  l’interesse della svizzera Novartis e consentendo la nascita di un gruppo in condizione di competere ad armi pari con giganti del settore come l’americana Pfizer e la britannica Glaxo-SmithKline.

 

 

Per quel che riguarda infine l’Italia, oltre alla STMicroelectronics l’altra operazione di un certo rilievo ha riguardato l’acquisizione da parte di Finmeccanica di AugustaWestland che ha consentito di creare il secondo gruppo mondiale nella produzione di elicotteri, dopo Eurocopter controllata al 100% dalla Eads, la società madre di Airbus.

 

 

In questo contesto, l’accordo franco tedesco si propone quindi di accelerare il processo di consolidamento dell’industria europea, a partire dalla possibilità di creare un grande polo nel settore dei cantieri navali unificando i cantieri tedeschi della Tyssen con quelli francesi della Thales.

 

 

E’ chiaro che la nuova ondata di interventismo nel settore della politica industriale non può lasciare indifferente l’Italia che nel corso degli ultimi quindici anni ha visto declinare il proprio ruolo in quasi tutti i settori dove la concorrenza internazionale è più accentuata, e il raggiungimento di grandi dimensioni aziendali rappresenta il fattore cruciale per garantire investimenti in ricerca e una solida presenza sui mercati internazionali.

 

 

Dopo aver assistito alla scomparsa di settori  nei quali il nostro paese aveva detenuto nel passato posizioni di leadership tecnologica e di mercato come quelli della chimica dei polimeri con la Montecatini di Alessandro Natta, delle macchine per ufficio con il 30% del mercato mondiale detenuto fino alla metà degli anni 80 da Olivetti o della difesa,    ci troviamo oggi in presenza della crisi degli ultimi “campioni nazionali” che avevano resistito al declino come la Fiat e l’Alitalia. In molti casi, lo è sicuramente per FIAT e Alitalia, all’origine del declino delle imprese nazionali è stata proprio l’incapacità di effettuare in tempo il salto dimensionale necessario per passare da un mercato domestico sostanzialmente se non formalmente protetto, ad un mercato globale fortemente competitivo.

 

 

Le uniche presenze significative di imprese italiane sui mercati globali appaiono oggi essere confinate in alcune medie imprese molto dinamiche nei settori del Made in Italy e in alcune nicchie tecnologiche, anche se piuttosto significative, come quelle degli elicotteri (Finmeccanica) e dei microchips, grazie alla joint venture italo francese di STMicroelectronics.

 

Un'indagine di Ricerche e Studi (R&S) sulle grandi multinazionali conferma i ritardi e le basse quote di mercato delle imprese italiane. Considerando 237 imprese presenti in tutto il mondo nel 1998, le 16 aziende italiane si confrontano con 34 multinazionali inglesi, 25 tedesche, 25 francesi, 14 svedesi, 12 olandesi (i dati per Stati Uniti e Giappone sono rispettivamente 69 e 34). Maggiore è la differenza sulle quote di mercato. Fatto pari a 100 il totale delle vendite delle 237 multinazionali, la quota di mercato del 3,0 per cento delle imprese italiane si confronta con il 15,5 per cento delle aziende tedesche, l'8,1 di Francia e Regno Unito, il 3,6 della Svizzera (le quote di Stati Uniti e Giappone sono rispettivamente 34,1 e 18,8 per cento). Le multinazionali italiane detengono le quote di mercato più rilevanti nei prodotti tessili e dell'abbigliamento (29,9 per cento del totale, secondo posto dopo le aziende statunitensi), nei prodotti in gomma e plastica (9,9 per cento, quinto posto dopo le imprese giapponesi, francesi, statunitensi e tedesche), nell'edilizia e nelle opere pubbliche (7,3 per cento, dietro le aziende giapponesi, tedesche, inglesi e americane). L’unico settore innovativo in cui la posizione italiana è più soddisfacente è quello delle telecomunicazioni, con una quota nazionale  del totale mondiale del 5,4 per cento, appena sotto i valori, in Europa, di Germania (7,6 per cento), Regno Unito (6,8), Francia (5,7).

In questo contesto appare chiaro come la prospettiva della creazione di una politica industriale europea rappresenti per il nostro paese l’opportunità di ancorare i “pezzi migliori” del sistema ad una strategia che veda nella creazioni di nuove aggregazioni industriali la chiave per restituire competitività al comparto manifatturiero e dei servizi avanzati.

 

 

I passi compiuti fino ad oggi in questa direzione sono stati deboli e in qualche modo contradditori. Se da una parte appare opportuno sottolineare come gli unici casi di successo riguardino imprese a partecipazione pubblica (STMicroelectronics e Alenia) emerge con chiarezza la totale assenza dell’imprenditoria privata italiana nei processi di riorganizzazione industriale che si stanno realizzando in Europa. La FIAT rimane legata all’accordo con gli americani della GM, mentre gli altri industriali italiani sembrano aver ripiegato verso i mercati più protetti della gestione delle utilities rivelando una sorta di asimmetria tra l’interesse delle imprese straniere sul sistema produttivo italiano e la capacità del nostro sistema di acquisire partecipazioni all’estero.

 

 

Anche sul fronte del Governo i segnali non appaiono incoraggianti. Nonostante infatti la inequivocabile deriva declinante della nostra industria, all’interno dei documenti del Governo non si rivengono né elementi di consapevolezza della situazione né tantomeno segnali di reazione al declino che sta investendo la realtà industriale del paese.

 

 

La contraddittoria vicenda che ha portato alla definitiva emarginazione del nostro paese dalla principale iniziativa industriale messa in campo negli ultimi anni dai governi europei, l’Airbus, e l’esclusione dell’Italia dal dialogo avviato dai principali partner europei (Francia e Germania) sembrano confermare l’assenza di una strategia di politica industriale italiana.

 

 

In questo contesto appare invece necessario ed urgente riportare il tema della nuova politica industriale al centro del dibattito di politica economica italiana, nella consapevolezza che la costruzione della nuova Europa passa in primo luogo nella capacità delle istituzioni europee di farsi carico del recupero di competitività del sistema produttivo.

 

 

Andrea Bianchi

 

 



[1] “Politica industriale in una Europa allargata Comm (2002) 714


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