Anno II Numero 68 del 09/03/2011
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

Scenari per una nuova industria nazionale del software e dei contenuti digitali - di Mauro Di Giacomo

14/12/2005 -- Nell’economia dell’informazione digitalizzata le grandi imprese mondiali in posizione dominante sui mercati, dopo quasi tre decenni di espansione continua e dopo aver raggiunto posizioni di monopolio “naturale”, si trovano oggi a competere in nuovo ecosistema produttivo formato da network di lavoratori individuali, Pmi e soggetti non imprenditoriali come i centri di ricerca, le università. Si tratta di reti estese ed innovative, capaci di sviluppare nuove ed efficaci strategie di condivisione della conoscenza e di realizzare grazie alle tecnologie Ict, efficienti strategie di cooperazione per lo sviluppo di prodotti digitali assai competitivi. Ma L'italia è ancora indietro..

Dietro la colpevole indifferenza del nostro paese rispetto al tema dei brevetti software, evidenziatasi con chiarezza in quest’ultimo anno, oltre agli evidenti condizionamenti dei grandi attori dell’economia digitale c’è in primo luogo l’assenza di una qualunque strategia industriale rispetto al comparto It, una strategia capace di creare le condizioni per un nuovo sviluppo di una nuova industria del software e dei contenuti digitali.

Eppure il settore delle tecnologie dell’informazione appare in Italia chiaramente sofferente. Tutto il settore Ict contava nel 2004 in Italia circa 85 mila imprese e circa 600 mila addetti pari al 4,4% degli occupati. Restringendo l’analisi alle sole impres IT i dati al 2003 indicano circa 77 mila imprese. In questo ambito le imprese non artigiane risultavano essere circa 57 mila nel 2003.

Facendo riferimento alle imprese organizzate in forma societaria emergono circa 40 mila aziende. Di esse solo 25 mila risultavano con al più un addetto e 15 mila risultavano con almeno 2 addetti.

A partire da quest’ultimo gruppo Anasin ha rilevato come solo il 3% di quest’ultimo gruppo (circa 450 aziende risultavano occupare più di 50 addetti) mentre ben il 70% presentava valori compresi tra 2 e 5.

Sempre nel gruppo delle 15 mila realtà societarie più strutturate (quelle con almeno 2 addetti) il 60% delle aziende non supera 0,5 milioni di Euro di fatturato.

Nell’ampia categoria di imprese di Informatica (Classificazione Ateco 91 codice 72) sempre guardando alla area maggiormente strutturata, quella cioè con almeno 2 addetti solo 8 mila aziende sviluppano software e servizi di informatica.

Nel complesso delle imprese di informatica il numero medio di addetti per azienda è pari a 4,2 un numero medio di addetti per nuova impresa pari a 1,2.

Emerge dunque un settore dell’It assai polverizzato, con poche grandi aziende che concentrano una larga quota di occupazione e un larghissimo insieme di imprese troppo piccole per dimostrare una propensione a innovare a fare ricerca a sviluppare nuovi prodotti. Nel 2004 solo il 6% delle imprese It aveva effettuato attività in collaborazione con università o enti di ricerca motore primo dell’innovazione a fronte di un 37% che svolgeva una qualche attività di ricerca e sviluppo.

La dimensione minima delle imprese It evidenzia immediatamente i limiti del sistema produttivo nazionale del software, ma oggi tale assetto pur rappresentando un vincolo può essere trasformato e considerato anche come opportunità per avviare un processo di crescita e rafforzamento fondato sulla articolazione a network delle imprese.

 

Il Ruolo dell’Open Source

Ancora una volta l’Os può tornare utile per tratteggiare nuovi modi di produzione in grado di valorizzare il lavoro distribuito di network di soggetti cooperanti. Anche in Italia la diffusione delle tecnologie OS, soprattutto in questi ultimi anni, ha superato i confini dei circuiti alternativi formati da comunità “esoteriche” di sviluppatori di software o da hacker   (qui intesi nella loro accezione originale di “appassionati programmatori”), e anche gli stessi ambiti accademici, per dar vita ad uno stato nascente di energie imprenditoriali che oggi sembrano, almeno potenzialmente, in grado di offrire una nuova leva per governare e promuovere lo sviluppo dell’economia informatizzata nel paese.

Grazie alle nuove tecnologie Open Source si sta cioè  evidenziando bene la presenza di un ormai ampio sostrato di nuovi soggetti economici: lavoratori individuali ad alta specializzazione, professionisti, micro e piccole imprese nate come  spin off di enti universitari o di ricerca o cresciute all’interno di incubatori tecnologici o grazie al coagulo spontaneo di nuove competenze formatesi attraverso esperienze di creazione e sviluppo appassionato di software riconducibili al mondo hacker ma anche a quello della ricerca tecnologica. Si tratta di una  base professionale e imprenditoriale che non rappresenta ancora una nuova industria nazionale di  produzione di software, ma che appare sostanzialmente già capace di avviare un processo di sviluppo tecnologico originale e offrire quindi una nuova prospettiva di attività all’It italiano che dischiuda finalmente la possibilità di far superare al paese la condizione di protoinformatizzazione che lo caratterizza da decenni e che vede come corollario, non solo una pressoché totale subalternità tecnologica rispetto ai poli esteri di accumulazione di competenze nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma anche una pericolosa sovraesposizione ai condizionamenti delle grandi corporation internazionali del software.

La spinta all’emersione di una nuova base imprenditoriale proviene oltre che da un moto spontaneo di accumulazione di competenze sull’onda di un processo a diffusione internazionale di crescita dei saperi collettivi in ambito Information technology, ormai anche da un nascente mercato di servizi It basati su tecnologie Open Source, alimentato a sua volta da una domanda privata in grado di avviare un sia pur debole circuito di offerta e soprattutto dalla presenza di una domanda pubblica non più marginale scaturente in particolare dalle amministrazioni locali.

Nuclei emergenti di nuove imprese Open Source di piccole o piccolissime dimensioni sia in termini di fatturato che occupazionali sembrano, dunque, anche in Italia, riuscire a trarre opportunità dalla possibilità di partecipare all’elaborazione collettiva del software aperto, partecipando alla progettazione di base attraverso la cooperazione attiva con le community internazionali che in rete alimentano l’offerta di prodotti It, ma anche semplicemente acquisendo e sviluppando in versioni personalizzate i programmi Open Source già esistenti per rivendenderli.

Le piccole e piccolissime imprese traendo vantaggio dall’assenza di qualsiasi vincolo all’entrata nel mercato dei software OS che non sia la disponibilità di conoscenza, possono liberamente accedere ai sorgenti dei software OS e mettere in moto filiere autonome di personalizzazione e adattamento di prodotti software aperti o meglio ancora possono partecipare direttamente allo sviluppo di nuovi prodotti software OS alimentando la domanda di nuove release, sponsorizzando circuiti di sviluppatori indipendenti creando network sopranazionali con reti di Pmi attive internazionalmente, associandosi alle nascenti medie imprese del software OS come imprese referenti per il nostro paese.

Anche in Italia a livello imprenditoriale si cominciano ormai ad evidenziare alcune aree del paese in cui si rilevano gli addensamenti di imprese specializzate nella produzione, nello sviluppo e nella personalizzazione di prodotti Os.

Si tratta soprattutto di Pmi perché le poche grandi imprese It che operano in Italia sino ad oggi, fatta salva qualche assai significativa eccezione, hanno di fatto considerato marginale questo prodotto non cogliendone le potenzialità. Se si eccettuano cioè alcune grandi aziende appartenenti per lo più a importanti gruppi internazionali che hanno avviato da tempo processi di internalizzazione di competenze specifiche in ambito It legate a particolari sviluppi di software sorgente aperto, in Italia fino ad oggi quasi nessuna impresa ha puntato  a far crescere nuovi centri di competenza interna, ma si è assistito al massimo al ricorso all’outsourcing affidando le poche iniziative realizzate a nuclei di sviluppatori esterni o facendo leva su lavoratori individuali a progetto o appunto traendo le competenze specialistiche dall’apporto di reti di Pmi innovative.

Lo stato nascente del fenomeno Open source italiano sulla base della ricerca condotta sul campo da ware.it nel 2004[1] mostrava un universo di quasi 200 Pmi dell’Information technology che hanno fondato il loro paradigma produttivo sul modello di sviluppo Os o che hanno cominciato a spostarsi verso  di esso, potendosi avvalere di tecnologie senza costi di accesso,  dai server web, ai sistemi operativi Open Source e potendo fruire e partecipare all’elaborazione del sapere collettivo condiviso all’interno dai grandi network di sviluppo software anche avvalendosi della grande serbatoio di lavoro individuale estremamente flessibile specializzato in tecnologie OS oggi disponibile.  Queste nuove imprese hanno così avviato filiere di attività nella produzione, nello  sviluppo nella manutenzione e nella integrazione di software e sistemi fondati su tecnologie OS.

Il fenomeno della crescita di nuclei di Pmi Open Source sembra avere una prima e più evidente manifestazione nei grandi centri urbani del Nord in Toscana ma anche a Roma. Nelle grandi città sembra nascere soprattutto a partire da stratificazioni successive, della cosiddetta cultura hacker, che ha alimentato dapprima quel circuito esoterico di comunità e di soggetti vocazionalmente orientati allo sviluppo Os e quindi ha innestato una spinta professionale da cui hanno preso le mosse nuovi modelli imprenditoriali e nuove forme di aggregazione imprenditoriale con Pmi e reti diffuse di lavoratori flessibili, un processo che ha trovato sin dall’inizio la saldatura  con istituzioni scientifiche-accademiche e laddove erano presenti anche con alcuni evoluti e innovativi centri di ricerca pubblico o privati.

La Lombardia con 45 imprese, di cui 29 concentrate a Milano, seguita dal Piemonte con 26 imprese 20 delle quali insediate a Torino ed il  Lazio con 25 imprese in pratica tutte nell’area romana (23) rappresentano le aree nazionali di maggior concentrazione di Pmi OS. 

Ma non sono solo i grandi centri urbani  ad evidenziare la presenza di nuclei di imprese orientate all’ OS perché l’analisi condotta mostra la presenza anche di addensamenti in aree locali lontane dai grandi centri, veri e propri “protodistretti” Os localizzati soprattutto nel Centro e nel Nord Est caratterizzati dalla presenza di nuclei di Pmi gravitanti attorno a poli eccellenza tecnologica e ad università tradizionalmente rivolte alla ricerca ed all’innovazione nell’IT.

Si tratta di nuove aree locali che hanno saputo condensare specifiche esperienze e che sono state in  grado di alimentare una crescita di tipo distrettuale. In particolari nuovi addensamenti di Pmi ad elevata specializzazione e molto attive in ambito Os si evidenziano nell’area Pisana con le locali università che sembrano essere il motore primo della crescita delle competenze e con un ruolo di rilevo giocato anche dagli enti locali nel generare domanda di servizi. Anche Padova emerge caratterizzandosi con forza anche in un area come il Nord-Est che manifesta ovunque una forte attenzione verso queste nuove tecnologie.

In questo nuovo scenario produttivo collegato alla creazione di nuovi beni comuni della società dell’informazione ed in modo particolare ai free Software OS disponibili nei grandi repository e CVS mondiali accessibili via web, sembra dunque prendere forma in Italia un primo nucleo di quel nuovo capitalismo “informazionale” (Castells) nel quale il nuovo sostrato imprenditoriale trae occasioni di sviluppo e alimenta la sua competività dal legame stretto fra cultura e forza produttiva e dove il modello organizzativo si fonda in primo luogo sulla disponibilità di infrastrutture tecnologiche di rete e su relazioni bipolari fra individui e rete.

Soprattutto gli individui grazie ai nuovi scenari dell’economia dell’informazione aperta, sembrano poter disporre di nuovi strumenti per riuscire a ricomporre la frammentazione sociale che deriva dall'individualizzazione del lavoro diventando nuova classe produttiva e dando vita ad una società dell’informazione creativa, fondata sull’interazione, ma anche le piccole imprese appaiono poter superare i limiti imposti dal nanismo industriale e che impediscono di innovare, fare rete, fare ricerca. Si tratta di un primo nucleo di ecosistema digitale produttivo dove la tecnologia fa da infrastruttura a un nuovo modo di fare le cose e dove la presenza di forme a network delle organizzazioni costituisce il vero elemento trainante dello sviluppo basato sull’innovazione (Castells-Himanen).

In Italia, in realtà, la dinamica di emersione della nuova classe informazionale, che in altri contesti come nel Nord Europa e negli Usa si manifesta oggi in modo più chiaro, sembra esprimersi ancora in modo troppo debole: i nuclei assai ristretti di nuove Pmi ancora di piccolissime dimensioni, e le poche mediograndi imprese competitive ed attente all’innovazione, operano in un ambiente dove la media e grande impresa It è al contrario abituata ad operare secondo approcci poco efficienti, potendo ottenere spesso e volentieri commesse pubbliche (il volano principale dell’attività It in Italia) grazie a meccanismi di selezione davvero poco trasparenti in cui prevale quasi sempre la logica dello scambio, della copertura reciproca di inefficienza, della relazionalità politico-clientelare, piuttosto che la ricerca di efficienza e innovazione.

Grandi commesse acquisite in modo clientelare garantiscono la stabilità professionale e livelli di protezione sociale elevati ma solo per un nucleo ristretto di lavoratori, per i lavoratori più giovani, anche per quelli con competenze avanzate e innovative il mercato It produce insicurezza flessibilità e bassa protezione. E’ un contesto che tende ad alimentare, anche fenomeni di sommerso e di lavoro grigio, di sottooccupazione, perché nell’attuale assetto del mercato It, dove la selezione si effettua spesso sulla capacità relazionale in senso lato dell’impresa più che sulla sua competitività e qualità, le attività professionali come pure le competenze più complesse, non sono mai considerate strategiche e finiscono tutt’al più per alimentare la domanda di figure flessibili. Anche nell’It si evidenzia, dunque, il doppio mercato del lavoro: da un lato i più garantiti a bassa produttività, dall’altro i flessibili e cioè i precari ad alta produttività .

 

Il Capitale individuale

Non meraviglia dunque come il sistema dell’It stenti ad offrire occasioni anche ai profili più evoluti di tipo tecnico e scientifico ed in ambito It, a partire proprio dagli ingegneri che pure non abbondano nel nostro paese.

Analizzando questo gruppo scelto di lavoratori si registrano segnali di difficoltà nuovi e allarmanti. La disoccupazione dopo una fase di discesa passando dal 4,2% del 1997 al 2,9% del 2002 nel 2003 ha registrato un’improvvisa inversione di tendenza con un aumento della percentuale (3,4%), mentre per la prima volta nel 2004 l’offerta di neolaureati in ingegneria anche per effetto della riforma del ciclo di studi universitari, ha iniziato a crescere in misura maggiore della domanda di laureati.

Gli stessi ingegneri informatici che durante il boom del 2001 rappresentavano ben il 44,2% dell’intera domanda di laureati in ingegneria, hanno visto scadere negli ultimi anni lentamente, ma progressivamente, la propria leadership, con un numero di assunzioni che nel 2004 si è addirittura quasi dimezzato rispetto al 2003 (1.813 contro 3.450). Oggi gli ingegneri dell’informazione sono sopravanzati oltre che dagli ingegneri elettronici, anche dagli ingegneri meccanici, la cui domanda è aumentata nel 2004 del 28,5%.

La crescita della domanda di profili tecnici di alto livello dell’industria meccanica è un dato positivo, ma non può non allarmare il fatto che contemporaneamente il sistema produttivo nazionale veda un rallentamento continuo dei profili tecnici più avanzati legati alle specializzazioni della società dell’informazione.

Nonostante il ritardo industriale del paese, cresce comunque lo stock di capitale individuale disponibile in grado potenzialmente di sostenere la crescita dell’economia informazionale. Aumentano i giovani ad elevato potenziale, con livelli di istruzione superiori: nel periodo 2003/2004 nell'area della società dell'informazione le immatricolazioni hanno raggiunto su base nazionale una quota pari a circa 25 mila studenti, un numero che da solo illustra la potenzialità positiva di un nuovo sistema IT evoluto.

Passando ad esaminare la presenza di programmatori esperti nelle nuove tecnologie Free software ed Open source emergono punte di eccellenza e schiere di potenziali utenti assai dinamici in grado di avvantaggiarsi e fare sviluppo grazie alle nuove tecnologie: se in Italia si può stimare il numero di Pc con sistema operativo linux e quindi l’utenza del nuovo software in almeno 150 mila unità[2], vi è però innanzitutto un nucleo assai significativo di esperti formato in primo luogo da almeno 20 mila giovani creativi del software OS[3], un giacimento di capitale sociale da valorizzare il prima possibile. Non si tratta solo di rimettere in gioco saperi avanzati, in altri contesti nazionali peraltro assai ricercati, ma occorre anche interrompere quella logica di frammentazione produttiva che domina il mercato. E’ necessario quindi costruire una strategia industriale complessiva per il comparto It in grado di valorizzare le nascenti nuove imprese e le schiere crescenti di giovani programmatori a partire dagli appassionati programmatori delle nuove tecnologie di rete Open Source, in modo da creare quelle condizioni ambientali più favorevoli per costruire una nuova industria nazionale del software fondata sulle nuove tecnologie condivise e offrire una nuova chance di competitività al paese innovando un settore strategico per l’economia nazionale.

Strategie

 

Per il governo centrale e per le amministrazione locali la scelta di individuare modelli di intervento capaci di alimentare una nuova strategia di sviluppo fondata sulla valorizzazione dei saperi digitali sulla base di un approccio di tipo Open source, può apparire quanto mai opportuna, presentando come osservato innanzi molte aree del paese e quindi  non solo i grandi centri ma anche tante aree locali,  un numero crescente di piccole e piccolissime imprese It, ma anche centri di ricerca, università, consorzi scientifici ed essendo ormai presente in misura elevata capitale umano ad elevato potenziale proveniente dal mondo accademico e da quello produttivo, come pure da autonome esperienze di autoformazione su competenze Os alimentate dal web.

Il primo importante volano per la crescita delle imprese del settore, è la spesa pubblica destinata a servizi software OS direttamente sostenuta dalle amministrazioni con bandi di gara competitivi. Le amministrazioni avrebbero più risorse visto il ridotto onere per le licenze destinate alle grandi imprese monopolistiche internazionali, da rimettere in circolo risorse per un contesto produttivo Os nazionale e locale.

Sul piano Industriale andrebbero corrispondentemente attivate tutte le politiche di promozione di clustering di imprese, quindi, favorendo le concentrazioni produttive capaci di attivare processi di sviluppo endogeno dell’It

Occorrerebbe poi sperimentare forme in grado di capitalizzare le imprese anche favorendo partenariati pubblico-privato

A livello più generale si potrebbe ripensare, poi, una nuova fiscalità sulla proprietà intellettuale sia sui flussi di scambio e cioè sui redditi derivanti da licenze, attualmente favoriti da un sistema di tassazione europeo che premia il dumping fiscale attuato da paesi come l’Irlanda o altro paesi paesi off-shore nei quali risiedono i provider di contenuti ed i detentori di diritti di proprietà sui beni digitali, sia sullo stock di diritti di proprietà soprattutto quando l’ammontare supera livelli elevati .

Si possono considerare, inoltre, ipotesi di introduzione di forme di reddito minimo di cittadinanza finalizzate a garantire la produzione di beni comuni per la società dell’informazione, software libero, media cooperativi, sistemi di informazione aperti, banche dati condivise, risorse educative, conoscenze per la salute pubblica, conoscenze scientifiche, sistemi di mappatura del genoma, nuove forme di diffusione di produzione artistiche e culturali rilasciate sotto licenze copyleft o altre forme di distribuzione che limitano il copyright, come pure può essere ipotizzabile avviare LSU in grado di favorire lo sviluppo di un ecosistema informativo evoluto.


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