UNA GENERAZIONE NELLA RETE - di Maurizio Sorcioni
05/05/2004 -- Sempre più spesso nell’affrontare il tema dei rapporti tra le generazioni si prova un sottile senso di disorientamento. La consapevolezza che i giovani siano portatori di innovazione sociale non impedisce infatti di provare una sensazione di forte incertezza sul futuro di fronte alle molteplici antinomie che contraddistinguono l’essere giovani oggi. In realtà le cose non stanno così e l'apparenza inganna.....
Nella nostra cultura collettiva i giovani, come categoria sociale, continuano ad essere percepiti, contemporaneamente, come una risorsa e un area di disagio.
Da un lato, infatti, sono fin troppo chiare le potenzialità di una generazione tecnologica, una net generation massimamente propensa ad un uso sistematico delle tecnologie interattive (dal cellulare ad internet ).
Dall’altro, tuttavia, serpeggia la latente convinzione che tale caratteristica si accompagni a processi di alienazione che depotenziano la funzione di innovazione sociale tipica delle culture giovanili.
In altre parole una consistente parte dell’opinione pubblica coltiva, seppure in privato, il dubbio che i giovani siano culturalmente più poveri di ideali, meno colti e più qualunquisti delle generazioni che li hanno preceduti. I continui richiami dei media e delle istituzioni al disagio adolescenziale testimoniano, quantomeno, un atteggiamento di evidente preoccupazione di fronte ai fenomeni di mimesi sociale (si pensi all’ immagine di normalità che di solito accompagna i casi di cronaca nera che interessano giovani ed adolescenti), di radicalismo estetico e di individualismo diffuso. Ovviamente nessuno rifiuta l’idea che i giovani siano una risorsa primaria ma la preoccupazione collettiva sottolinea le difficoltà nei rapporti tra le generazioni.
Sebbene molte delle preoccupazioni siano infondate, effettivamente esiste un processo di alterazione della catena generazionale che riguarda due diversi ma complementari ambiti culturali: il rapporto con il lavoro e quello con le tecnologie, terreni sui quali, anche in assenza di un conflitto intergenerazionale visibile le distanze tra le generazioni aumentano fino a far emergere fenomeni di alterità sociale e di vera e propria estraniazione.
Lavoro e propensione all’uso delle tecnologie, accomunati dalla affermazione di modelli di comunicazione ed organizzazione reticolari, rappresentano due aspetti complementari verso i quali giovani ed adulti si rapportano, per interessi e cultura, in modo profondamente diverso, per certi versi opposto. E’ sufficiente pensare alla questione previdenziale per comprendere quanto diversa sia la visuale nel rapporto con il lavoro. Parallelamente l’innovazione tecnologica, che rappresenta oggi una delle variabili chiave nel rapporto individuale con il lavoro, distingue nettamente giovani ed adulti non tanto nell’accesso alle tecnologie quanto al loro uso integrato, ovvero alla possibilità di farne strumento di lavoro, intrattenimento, socializzazione e formazione allo stesso tempo.
La capacità di mixare linguaggi e tecnologie, di operare in ampie comunità orizzontali è oggi una prerogativa quasi esclusiva dei giovani che costituiscono, come è noto, la principale platea di Internet. Inoltre quanto più le tecnologie spingono verso forme di professionalizzazione del lavoro tanto più in azienda, si affermano logiche organizzative di rete, (non fosse altro per la loro diffusione nella comunicazione aziendale) con un impatto forte sui processi di socializzazione professionale e culturale. I giovani rappresentano i principali attori di questo processo ma è proprio questa naturale propensione all’innovazione ad allontanarli dalla società adulta: il combinato disposto dei due fattori- rapporto con il lavoro e propensione alle tecnologie della rete- produce, infatti, un processo di allontanamento esponenziale dalla generazione adulta che fatica ad accettare le nuove flessibilità, i nuovi modelli di gestione delle risorse umane, l’uso delle tecnologie della rete, spesso percepiti come causa della precarietà e della alienazione. Tale processo ha, dunque, una componente fisiologica, legata al portato di innovazione nella catena generazionale e una patologica, connessa invece all’ emergere di fenomeni di estraniazione, Sta a noi, insomma, coglierne potenzialità e rischi.
Le variabili strutturali.
Per individuare patologie e fisiologie nella catena generazionale è necessario, sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni, in primis l’idea che sia in atto una sorta di regressione culturale delle giovani generazioni.
Stando ai dati più recenti i livelli scolarizzazione del paese sono cresciuti negli ultimi 20 anni a ritmi vorticosi. Il tasso di diploma ovvero la percentuale di giovani diplomati sul totale dei 19 enni è pari al 70,3%. Nella metà degli anni ‘70 tale quota non raggiungeva il 40% e gli iscritti all’università erano poco più di 500 mila contro l’ 1,5 milioni di iscritti del 2000.
Del resto le forti accelerazioni in materia di sviluppo del capitale umano in Italia sono ampiamente visibili nella tab. 1. Tra i 20 ed i 29 anni i livelli di istruzione secondari e superiori sono sensibilmente maggiori, in particolare per la componente femminile protagonista di un processo di emancipazione sociale straordinario.
Ne’ sembrano valere le tradizionali distinzioni tra Nord e SUD. Nelle regioni meridionali i tassi di partecipazione e successo scolastico sono addirittura maggiori rispetto a quelli del nord dove, proprio per la pressione del mercato del lavoro, la scolarizzazione è inferiore.
Anche le distanze con gli altri paesi UE vanno via via ridimensionandosi come mostra la tabella 2 che riporta i tassi di partecipazione ad attività formative in Europa. Ovviamente alcuni gap strutturali permangono ma nel corso degli ultimi 10 anni le distanze verso Germania, Francia e soprattutto il Regno Unito sono andate ridimensionandosi.
Sostenere che le giovani generazioni siano meno colte di quelle che le hanno precedute è, dunque, una tesi scarsamente difendibile, a meno di non considerare le istituzioni formative del tutto inefficaci. La conferma che qualità e quantità siano correlate, viene da diverse indagini qualitative internazionali non ultima una rilevazione OCSE[1] sui livelli alfabetici della popolazione adulta da cui si evince come tra i giovani in età tra i 16 ed i 24 anni i livelli di analfabetismo funzionale (il livello 1 quello che indica un insufficiente possesso delle competenze alfabetiche di base) sia pari al 16% contro il 32% della media della popolazione. Ovviamente la presenza di una così ampia fascia di giovani non alfabetizzati costituisce un problema enorme. Ma sostenere, anche alla luce dei processi di partecipazione ad attività educative, che i giovani siano meno culturalmente emancipati che in passato non ha senso.
Tanto più che anche sul versante dei consumi culturali le giovani generazioni dimostrano, mediamente, un propensione decisamente maggiore di quella riscontrata tra la popolazione adulta. La tabella 3 illustra i livelli di usabilità dei media e lo stereotipo della scarsa propensione alla lettura, ad esempio, non regge dal momento che anche il consumo di libri è sensibilmente maggiore tra i giovani rispetto agli adulti. Per non parlare appunto dell’uso delle tecnologie interattive e multimediali sulle quali la comparazione non sembra nemmeno possibile.
In altre parole se si considerano i principali indicatori culturali e formativi emerge una immagine generazionale tutt’altro che difensiva sul piano culturale e, sebbene i giudizi qualitativi siano più difficili da sostenere, la percezione di una generazione culturalmente più fragile è assolutamente destituita di ogni fondamento.
Interpretare il consenso
Il disagio degli adulti è, invece, reale. Del resto le giovani generazioni manifestano un incredibile polimorfismo sociale che si sostanzia in una altrettanto ampia varietà di comportamenti a fronte di, tuttavia, di una convergenza formale verso alcuni valori socialmente condivisi.
Una recente indagine Censis[2] descrive assai bene tale scenario arrivando a parlare di generazione del consenso, visti i comportamenti in media che emergono da solide indagini di campo (tab.4). Una generazione che è “specchio fedele delle contraddizioni sociali; i cui si combinano un forte senso di estraneità dalle altre generazioni ed un contestuale consenso verso alcuni valori dominanti, sui comportamenti e persino le scelte più banali (dalle vacanze, ai film preferiti) delle generazioni adulte”.
Consenso e alterità, quindi, convivono. Le opinioni riportate nella tabella 4 evidenziano la quasi sistematica convergenza di orientamenti sociali e valoriali rispetto ai valori medi della popolazione. Parallelamente la stessa indagine rileva che oltre il 60% degli intervistati si sente maggiormente distante da un persona di un’altra generazione piuttosto che da un soggetto appartenente ad altre classi sociali o ad un’altra razza. Una tendenza emersa negli ultimi anni in modo prepotente, che indica verosimilmente un reciproca estraneità dei linguaggi espressivi e nei luoghi della socializzazione.
La generazione del consenso sembra dunque lontana anni luce da quella del dissenso che aveva caratterizzato gran parte delle identità giovanili di massa tipiche degli anni ’70. Ma la domanda alla quale dobbiamo una risposta non è quanto siano diverse ma in cosa si differenzino le generazioni e non c’è dubbio sul fatto che la riduzione del conflitto sui macro sistemi valoriali costituisca uno dei tratti caratteristici rispetto a quelle che l‘hanno recentemente precedute.
E’ possibile allora che consenso ed alterità siano funzionali al processo di emancipazione nella attuale contesto sociale. La scelta di derubricare il dissenso su valori acquisiti, rappresenta, ad esempio, una soluzione “ragionevole” che soddisfa tanto i genitori quanto i figli.
Se per i primi l’adesione giovanile a valori ed orientamenti convenzionali ha una funzione tranquillizzante per i secondi è invece un comportamento che sposta il confronto su un altro piano, più personale. Consolida e prolunga la funzione di sostegno e di servizio svolta della famiglia e, all’interno di una sistema di valori generali condivisi, offre ampi spazi di autonomia individuale. Il consenso è dunque conveniente.
E’ invece attraverso l’alterità che il dissenso intergenerazionale ha modo di manifestarsi. Lontano dalle attenzioni delle generazioni adulte si elaborano linguaggi, nascono nuovi codici (si pensi alla grammatica degli SMS) si elaborano e rielaborano informazioni. La socializzazione, i processi di transizione, gli interessi culturali nascono e si manifestano lontano dai luoghi di interazione con le agenzie educative tradizionali (la famiglia, la scuola ecc.) ed è proprio la distanza la nuova dimensione del conflitto, una lontananza culturale che può facilmente tradursi in estraneità, una patologia grave che è all’origine dei fenomeni di rifiuto delle responsabilità nel passaggio dalla condizione giovanile a quella adulta.
Interpretare il conflitto
Lo schema fenomenologico descritto non esaurisce, tuttavia, la ricerca degli elementi di discontinuità. Se assumiamo il conflitto generazionale come una componente naturale del processo di emancipazione sociale e accettiamo l’ idea che ciascuna generazione è portatrice di nuovi valori e di innovazione sociale, diventa necessario individuare le fratture nella catena generazionale distinguendo tra cause ed effetti e tra aspetti fisiologici e patologici del processo. Del resto il protagonismo delle giovani generazioni è divenuto evidente quantomeno dagli anni cinquanta, da quando, cioè, grandi masse di giovani entrarono nel processo di industrializzazione e si avviarono verso la piena cittadinanza, come consumatori prima e come soggetti di diritto successivamente (il suffragio a 18 la patente e così via )
E’ doveroso assumere questa sorta di principio ordinante, proprio per evitare l’errore giovanologico commesso in passato, ossia di considerare “assoluta” l’esperienza delle generazioni del ’68, misurando su quel metro quello che è successo dopo.
Escludendo quindi dalla valutazione i tratti costanti tipicamente generazionali le dimensioni che fenomenologicamente più distinguono giovani ed adulti riguardano, appunto, due ambiti sociali:
· il rapporto con il lavoro che viene vissuto e percepito dalle giovani generazioni in modo assai diverso che dagli adulti;
· il rapporto con le tecnologie che verosimilmente rappresenta il terreno di maggiore alterità generazionale e che quindi costituisce la principale chiave interpretativa dell’innovazione.
Quando alla fine degli anni ‘70 i primi studi sui giovani segnalavano un progressivo allontanamento dalla politica, il fenomeno fu da molti indicato come un comportamento ciclico (il riflusso) .Ma oggi molte delle anticonformistiche tendenze del mondo giovanile costituiscono comportamenti sociali condivisi. Dalla mobilità degli orientamenti di voto alle tendenze di consumo, buona parte dei comportamenti anticipati dalle culture giovanili sono oggi ampiamente condivisi dal corpo sociale. Al contrario il rapporto con il lavoro e la propensione verso le tecnologie interattive costituiscono sempre più elementi di distinzione generazionale. Non si tratta certo di una novità.
Alla fine degli anni settanta, proprio attraverso lo studio dei movimenti giovanili anglosassoni, fu possibile portare alla luce la cosiddetta “rivoluzione silenziosa[3]” ovvero la progressiva maturazione di bisogni postmaterialistici legati all’aumento simultaneo e progressivo dei livelli di reddito e scolarità nelle democrazie industriali (mobilitazione cognitiva). Lo spostamento dai bisogni materiali verso esigenze di autoespressione, qualità della vita e maggiore partecipazione sociale si è accompagnato – secondo il paradigma interpretativo- ad un progressivo rifiuto della dimensione di massa ed a un affermazione di una prospettiva individualistica delle relazioni sociali.
Nel corso della rivoluzione silenziosa lo stesso processo di partecipazione politica veniva ribaltato passando dai modelli organizzativi dei partiti di massa diretti dalle elite a forme di partecipazione nuova in strutture più agili e piccole capaci di dirigere le elites, di incidere cioè, attraverso la comunicazione e la reazione di gruppi di pressione sulle scelte politiche dei gruppi dirigenti. La realtà sociopolitica degli ultimi anni sembrerebbe confermare tale visione e anche la nascita ed il ruolo di Internet corroborerebbero le ipotesi sulla trasformazione post materialistica delle gerarchie valoriali.
Dentro questo scenario evolutivo, oggi, si collocano pienamente le dimensioni del lavoro e del rapporto con le tecnologie poiché rappresentano i contesti dove maggiore è il bisogno di spazi di autoespressione ed autoaffermazione (nell’ esperienza del lavoro) e dove più visibili sono i nuovi modelli comunicazione (nel rapporto con le tecnologie interattive), funzionali allo sviluppo di nuove forme di organizzazione e partecipazione sociale. In entrambi i casi le giovani generazioni giocano il ruolo di protagoniste, in entrambi i casi i giovani percepiscono tali rapporti in maniera profondamente diversa rispetto agli adulti.
Il lavoro “mio”
Si è detto che i tratti che maggiormente distinguono le generazioni non hanno una natura genericamente valoriale. Distinzioni ideologiche e politiche sono oggi assi poco correlate all’età e comunque assai meno rilevanti che in passato. Lo sviluppo della cittadinanza, in seguito alla crescita dei livelli di emancipazione di tutto il corpo sociale, ha permesso una crescente osmosi valoriale e temi di fondo come l’eutanasia, le biotecnologie, i diritti di cittadinanza, il valore della democrazia, vedono convergere giovani ed adulti senza sostanziali distinzioni generazionali con tendenze più radicali tra le giovani generazioni e più moderate tra gli adulti, ma in misura fisiologica.
Le differenze più marcate riguardano proprio la percezione ed il rapporto con il lavoro. Nel 2001 settanta 19 enni su 100 hanno conseguito il diploma (contro i 35 del 1970) ma la probabilità di un giovane diplomato residente nel mezzogiorno di trovare un lavoro tipico nel proprio bacino di residenza è rimasta negli anni praticamente invariata. E’ invece aumentata enormemente la probabilità che il giovane diplomato meridionale affronti la transizione verso il lavoro attraverso esperienze atipiche, assai spesso al limite della legalità (si pensi al lavoro nero o irregolare). Per la maggior parte dei giovani la flessibilità è una fattore di sopravvivenza all’interno del mercato del lavoro.
Al contrario la maggior parte della forza lavoro adulta che dispone di un maggior numero di garanzie sociali (dalla previdenza agli ammortizzatori sociali), ed una maggiore stabilità occupazionale si difende dalla flessibilità. Si quindi tratta di punti di osservazione della realtà sociale molto distanti, laddove le paure di rinunciare alla garanzia del posto di lavoro rappresentano sono intangibili per un giovane. Ed altrettanto incomprensibili gli appaiono i modelli organizzativi del lavoro, rigidi, spersonalizzati, capaci solo raramente di valorizzare le competenze ed i talenti, perché condizionati da una cultura del lavoro essenzialmente difensiva, quasi incomprensibile per chi, come i giovani, vive transitoriamente ogni esperienza professionale.
Due recenti indagini - condotte dalla CGIL e dal Censis nel 2000- forniscono, nel merito, uno spaccato di grande interessante, giungendo sostanzialmente agli stessi risultati.
In entrambi gli studi, nonostante i livelli patologici di disoccupazione, si osserva che i giovani dimostrano una conoscenza estremamente realistica del lavoro. Dai risultati delle indagini emerge, infatti, una generazione che ha metabolizzato pienamente i codici ed i canoni delle nuove forme di lavoro sostituendo l’icona del posto fisso con l’idea del percorso professionale in cui formazione e lavoro si integrano senza soluzione di continuità.
In particolare l’indagine del Censis [4] sottolinea come quote ormai maggioritarie dell’ universo giovanile manifestino:
- una forte propensione al lavoro autonomo;
- una sostanziale disponibilità verso le diverse forme di lavoro atipico,
- una disponibilità razionale alla mobilità territoriale.
Che tali atteggiamenti non siano il frutto di scelta ma l’effetto di una difficilissima transizione dalla scuola al mercato del lavoro è fin troppo chiaro. Ma anche ammesso che valga la logica di fare di necessità virtù, la percezione del lavoro da parte dei giovani, come mostra la tabella 5 è indubbiamente originale e razionale. Del resto sulla componente giovanile della forza lavoro si scarica buona parte della flessibilità del mercato e la probabilità di successo - per un giovane e soprattutto per una giovane donna - è data proprio dalla capacità di adattamento e di sfruttare al meglio le poche opportunità disponibili, sperando di essere sostenuti dalla famiglia nel lungo percorso di transizione, in assenza quasi totale di servizi e politiche attive.
Per questa ragione la formazione rappresenta un valore primario per le giovani generazioni poiché costituisce il principale strumento di adattamento al mercato. La crescita degli investimenti formativi consente di accettare i rischi della mobilità tanto che 46% del campione intervistato dal Censis preferirebbe cambiare spesso lavoro piuttosto che averne uno per tutta la vita, una percentuale elevatissima se confrontata con il passato. Inoltre più del 60 % degli intervistati sarebbe disponibile a sperimentare forme di lavoro autonomo ed il 50% accetterebbe di buon grado una occupazione interinale. Anche la disponibilità alla mobilità geografica è significativa ed interessa 6 giovani su 10 pronti ad accetare un lavoro fuori della propria regione di residenza. Netta, infine, la propensione alla formazione permanente, ritenuta essenziale dal 70% degli intervistati che la considerano una esperienza da fare parallelamente a quella di lavoro.
Nei contesti aziendali la maggior parte dei giovani attribuisce alle capacità ed alle competenza un ruolo chiave nel successo professionale. Il raggiungimento degli obiettivi assegnati e i risultati conseguiti sono considerati parametri base per lo sviluppo di carriera. E’ indicativo in questo senso che solo il 5% del campione indichi come criterio premiante l’anzianità di servizio o il tempo dedicato all’ azienda, ed è altrettanto comprensibile che tale orientamento risulti in piena controtendenza rispetto ai tradizionali modelli di organizzazione del lavoro dove si premia essenzialmente l’anzianità e la quantità del tempo dedicato al lavoro. Competenze, assunzione di responsabilità e merito sembrano invece rappresentare, nella percezione delle giovani generazioni, i principali fattori di successo nel lavoro che viene vissuto, per questo, come esperienza professionalmente individuale. E’ dunque fin troppo evidente in che misura il rapporto con il lavoro distingua le generazioni e quanto proprio su tale percezione si manifestino le principali alterità generazionali.
Net generation
Chi oggi ha 20 anni è, di fatto, cresciuto con Internet e la cultura della rete e delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione costituisce un elemento fondante della propria esperienza sociale. La tabella 6 illustra, per età i livelli di accesso e di uso delle tecnologie della rete. Complessivamente 65 giovani su cento al di sotto dei 29 anni, utilizzano sistematicamente un PC e oltre il 40% ne sfrutta le potenzialità di comunicazione via Internet e posta elettronica. Si tratta di una quota inferiore a quella di altri paesi europei ma enormemente maggiore di quella degli adulti. Su totale della popolazione le percentuali di accesso ed uso, infatti, si dimezzano con una fruizione che decresce drasticamente con l’età. Che non si tratti di un semplice gap alfabetico e funzionale emerge da un seconda indagine Censis[5] da cui si evince come nell’uso dei media (classificati da 1 ad 8 passando dalla televisione ai giornali ed a Internet) più del il 67% dei giovani al di sotto dei 29 anni è in grado di gestire più di quattro media contemporaneamente, una percentuale che nelle classi di età adulte si riduce sensibilmente.
Evidentemente l’uso delle tecnologie interattive integra la fruizione dei diversi media (internet si può leggere, ascoltare, vedere) permettendo una gestione differenziata e personale di una molteplicità di mezzi. La differenza, in questo caso, è sancita non dalla maggiore o minore alfabetizzazione informatica e telematica ma, soprattutto, dalle diverse capacità di gestione e fruizione di tutti i media disponibili.
Ma è possibile, come si è fatto per il lavoro spingersi ancora oltre, prospettando anche per il rapporto con le tecnologie della rete l’ emergere un diversa gerarchia valoriale?. La risposta sembrerebbe, quantomeno in termini teorici, affermativa
Pekka Himanen[6], giovane filosofo finlandese, in un bel saggio sull’etica del lavoro nella società dell’ informazione, ipotizza l’emergere progressivo di nuove gerarchie valoriali rispetto a quelle tipiche dei modelli produttivi tayloristici proprio in funzione dell’avvento delle nuove tecnologie della rete. Come esempio paradigmatico delle viene proposta l’etica hacker, termine che non va tradotto con “pirata informatico – cioè cracker- ma che individua un nuovo atteggiamento culturale verso il lavoro e le tecnologie.
All’etica del lavoro propria del pensiero protestante, che per Weber ha rappresentato un contributo decisivo alla nascita ed all’affermarsi del capitalismo, si andrebbero sostituendo altri valori in piena discontinuità con il passato ma non ancora pienamente metabolizzati sul piano sociale e culturale.
Nella network society, orizzontale ed interconessa non c’è infatti soluzione di continuità tra il tempo di lavoro ed il tempo libero nel senso che le tecnologie della rete consentono di essere sfruttate simultaneamente come strumenti di emancipazione professionale e come luoghi di intrattenimento. Il valore centrale, risulta allora essere quello della creatività e della autoespressione cioè la capacità di autorganizzare la propria vita sulla base di personali esigenze, sfuggendo ad una organizzazione ripetitiva e cadenzata. La libertà viene quindi a presentarsi come l’altro pilastro dell’etica hacker del lavoro. La scelta di un lavoro, di un progetto, il dedicarsi al suo sviluppo non sono immediatamente legati ai vantaggi economici ma alla qualità dell’esperienza professionale, alla condivisione dei risultati, al suo valore sociale uno spirito assai simile a quello che caratterizza il lavoro di ricerca nella comunità scientifica. Certo l’etica hacker interessa una elites, il vertice della piramide professionale, dove il livello di competenza raggiunto (fortemente competitivo) consente di negoziare processi di autogestione. Ma l’espansione dei livelli di istruzione e l’accesso alle tecnologie potrebbero rapidamente estendere tale condizione e le forme di professionalizzazione del lavoro sembrano andare in questa direzione. Del resto l’intera comunità hacker è costituita quasi esclusivamente da giovani al di sotto dei 25 anni.
Indipendentemente dalla bontà dei suggestivi scenari prefigurati che il rapporto con le tecnologie della rete generi un modificazione dei processi di comunicazione e socializzazione è un fatto testimoniato proprio dalla difficoltà, da parte degli adulti di entrare in relazione con le tante identità giovanili. Del resto osservando le molteplici espressioni della cultura giovanile, e l’evolversi dei diversi linguaggi espressivi, dalla musica al cinema, dalla moda alla politica, l’ individuo è percepito non più come elemento indistinto di una massa ma come agente, come snodo di una rete di relazioni che trova nelle tecnologie una strumento di professionalizzazione, intrattenimento e comunicazione sociale.
Conclusioni ?
Gli elementi di innovazione e di discontinuità nella catena generazionale non necessariamente delineano scenari attraenti. La crescita dei livelli di individualismo e precarietà nei rapporti di lavoro nonché il potenziale di alienazione insito nella diffusione delle tecnologie di rete giustifica un sana incertezza sugli effetti delle trasformazioni. Ma direzione e verso paiono ormai tracciati. E’ possibile tuttavia intervenire sugli effetti patologici tornando ad investire socialmente sul ruolo che le giovani generazioni possono giocare nell’ innovazione e nello sviluppo.
Tale obiettivo è perseguibile se la collettività saprà ridisegnare in modo più equo e razionale le diverse forme di regolamentazione del lavoro ricomponendo interessi sociali attualmente divergenti.
La ridefinizione dei modelli previdenziali, la realizzazione di un sistema di ammortizzatori sociali generali ed una solida rete di servizi e strumenti di politica attiva del lavoro, fruibili da chi è occupato e da chi non lo è potrebbe rappresentare il primo decisivo passo per ridurre le distanze tra le generazioni che oggi appare incolmabile.
Fin ora, in Italia le risorse disponibili per interventi di politica del lavoro sono state prevalentemente passive, riservate alla componente adulta del mercato, mentre quasi nulla si è fatto per una effettiva valorizzazione della risorsa giovani. La bassa qualità dell’offerta formativa, i suoi livelli di autoreferenza rispetto al sistema produttivo, l’inadeguatezza dei servizi di supporto alla transizione dalla scuola alla vita professionale testimoniano la debolezza intrinseca delle politiche attive destinate alle giovani generazioni, fattori questi che hanno finito inevitabilmente per ampliare la distanza sociale e culturale tra le generazioni. Se a questo si aggiunge la scarsa propensione del nostro sistema produttivo all’innovazione tecnologica e la difficoltà ad assorbile capitale umano qualificato, non deve meravigliare il processo di estraneità generazionale. La costruzione di nuovi sistemi di regolazione del mercato del lavoro ed il sostegno all’ innovazione tecnologica del sistema sociale e produttivo costituiscono quindi obiettivi irrinunciabili per tentare pazientemente di riallacciare la catena generazionale.
| Tab. 1 - Popolazione per sesso, classe d'età e titolo di studio (val%), 2000 | | ||||
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| | Senza titolo e licenza elementare | Licenza Media | Diploma | Laurea | Totale |
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| Maschi | | | | | |
| 15-19 | 4,3 | 83,1 | 12,6 | 0,0 | 100,0 |
| 20-24 | 3,3 | 33,6 | 62,1 | 1,0 | 100,0 |
| 25-29 | 4,8 | 37,8 | 49,4 | 8,0 | 100,0 |
| 30-59 | 17,9 | 38,9 | 32,7 | 10,5 | 100,0 |
| 60 e oltre | 65,7 | 17,9 | 11,1 | 5,4 | 100,0 |
| Totale | 26,3 | 36,2 | 30,0 | 7,5 | 100,0 |
| | | | | | |
| Femmine | | | | | |
| 15-19 | 4,5 | 80,3 | 15,1 | 0,0 | 100,0 |
| 20-24 | 3,8 | 24,6 | 69,8 | 1,8 | 100,0 |
| 25-29 | 5,2 | 31,8 | 51,8 | 11,1 | 100,0 |
| 30-59 | 25,1 | 33,9 | 31,5 | 9,6 | 100,0 |
| 60 e oltre | 78,0 | 12,2 | 7,5 | 2,3 | 100,0 |
| Totale | 36,7 | 29,2 | 27,7 | 6,4 | 100,0 |
| | | | | | |
| Totale | | | | | |
| 15-19 | 4,4 | 81,8 | 13,8 | 0,0 | 100,0 |
| 20-24 | 3,5 | 29,1 | 65,9 | 1,4 | 100,0 |
| 25-29 | 5,0 | 34,8 | 50,6 | 9,6 | 100,0 |
| 30-59 | 21,5 | 36,4 | 32,1 | 10,0 | 100,0 |
| 60 e oltre | 72,7 | 14,7 | 9,0 | 3,6 | 100,0 |
| Totale | 31,7 | 32,6 | 28,8 | 6,9 | 100,0 |
| | | | | | |
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| Fonte: elaborazione Censis su dati Istat | | | | ||
Tab. 2 - Tasso di partecipazione alle attività educative per anno di età, in alcuni paesi dell'Unione Europea - 2000
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| Paesi | 15 anni | 18 anni | 21 anni | 22 anni | 23 anni | 24 anni | Totale 15-24 anni |
| | | | | | | | |
| | | | | | | | |
| Italia | 86,9 | 75,3 | 41,1 | 38,1 | 33,6 | 31,1 | 55,9 |
| Francia | 99,3 | 87,6 | 55,0 | 45,7 | 33,5 | 23,9 | 69,0 |
| Germania | 100,0 | 87,7 | 48,8 | 41,7 | 36,5 | 31,9 | 69,6 |
| Regno Unito | 100,0 | 70,2 | 47,4 | 41,3 | 35,3 | 30,9 | 61,6 |
| Spagna | 100,0 | 97,1 | 54,9 | 50,5 | 43,7 | 41,2 | 67,8 |
| | | | | | | | |
| | Giovani fino a 29 anni | Totale popolazione |
| Televisione | 96,6 | 95,8 |
| Cellulare | 87 | 72,8 |
| Radio | 83,9 | 68,9 |
| Quotidiani | 54 | 60,6 |
| Libri | 68,1 | 54 |
| Settimanali /mensili | 49,1 | 49,3 |
| Televideo /Mediavidio | 44,6 | 37,9 |
| Videoregistratore/DVD | 46,7 | 32,2 |
| Computer | 52,3 | 31,3 |
| Internet | 35,6 | 20,1 |
| Decoder | 14,4 | 11,9 |
| Videogames | 27,5 | 11,2 |
Tab.4 – Orientamenti sociali convergenti tra giovani e popolazione. Anno 2000
| | Giovani 18-29 val. % | Popolazione (totale) val. % |
| 1) Il problema più importante in Italia | | |
| * immigrazione extracomunitaria | 35,6 | 31,2 |
| * droga | 30,1 | 27,6 |
| * lavoro | 56,7 | 49,6 |
| 2) Le misure che andrebbero adottate per contrastare la criminalità | | |
| * aumentare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio | 81,7 | 86,7 |
| * attivare progetti di prevenzione sul territorio | 92,6 | 92,0 |
| * inasprire le pene | 61,4 | 68,7 |
| * limitare l’ingresso di extracomunitari in Italia | 77,8 | 77,5 |
| * liberalizzare l’uso delle droghe leggere | 32,7 | 23,5 |
| * ridurre la possibilità ai detenuti di usufruire di benefici | 31,2 | 27,0 |
| 3) Giudizio sulle politiche di immigrazione italiane | | |
| * troppo permissive | 73,9 | 74,5 |
| * adeguate | 12,2 | 11,5 |
| 4) Giudizio sulle seguenti affermazioni | | |
| * gli immigrati aumentano il pericolo di malattie contagiose | 43,7 | 48,4 |
| * lo stato deve garantire l’integrazione degli immigrati | 69,2 | 68,8 |
| 5) Soggetti dai quali si sente maggiormente rappresentato | | |
| * Parlamento | 10,6 | 11,5 |
| * Giornali e informazione Tv | 11,1 | 10,1 |
| * Chiesa | 9,7 | 16,3 |
| * Partiti politici | 4,2 | 4,4 |
| * Volontariato | 18,1 | 19,1 |
| * Sindacato Ass. Categorie | 9,4 | 9,2 |
| * Nessuno di questi | 45,5 | 42,3 |
Tab. 5 - Atteggiamenti dei giovani tra i 18 ed i 24 anni (val. % sul totale degli intervistati
| Domanda | V% |
Indipendentemente dalla Sua attuale posizione professionale, accetterebbe un lavoro manuale? | |
| Si, senz’altro | 36,0 |
| Si, ma solo se non avessi altra scelta | 48,4 |
| No | 15,6 |
| Totale | 100,0 |
| | |
Sarebbe disposto a trasferirsi in un comune diverso da quello di residenza per motivi di lavoro? | |
| Si | 76,1 |
| No | 23,9 |
| Totale | 100,0 |
| | |
| Lei sarebbe disponibile ad accettare un lavoro che garantisca: | |
| Un guadagno alto, ma nessuna pensione per il futuro | 21,3 |
| Un guadagno medio-alto e una piccola pensione per il futuro | 32,1 |
| Un guadagno medio, con una copertura previdenziale completa | 46,6 |
| Totale | 100,0 |
| | |
Fonte: indagine Censis 1999
Tab. 6 - Percentuale di intervistati che dichiarano di utilizzare Computer e collegamento ad Internet
| | Giovani 18-29 anni | Popolazione in Totale |
| | | |
| | | |
| Utilizzo del computer | 60,9 | 35% |
| Utilizzo di Internet | 42,6 | 21,9 |
| | | |
[1] Ials / Sials Cede 2000
[2] Censis La generazione del Consenso 2001
[3] R. Iglehatr La rivoluzione silenziosa Feltrinelli 1980
[4] Censis Generazioni al lavoro. Note e commenti 2000
[5] Censis Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione in Italia 2002
[6] Pekka Himanen L’ etica hacker e lo spirito dell’età dell’ informazione. Feltrinelli 2001
La cosa mostrata