Anno II Numero 68 del 09/03/2011
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

UNA GENERAZIONE NELLA RETE - di Maurizio Sorcioni

05/05/2004 -- Sempre più spesso nell’affrontare il tema dei rapporti tra le generazioni si prova un sottile senso di disorientamento. La consapevolezza che i giovani siano portatori di innovazione sociale non impedisce infatti di provare una sensazione di forte incertezza sul futuro di fronte alle molteplici antinomie che contraddistinguono l’essere giovani oggi. In realtà le cose non stanno così e l'apparenza inganna.....

Sempre più spesso nell’affrontare  il tema dei rapporti tra le generazioni si prova un sottile senso di disorientamento. La consapevolezza che i giovani siano portatori di innovazione sociale non  impedisce infatti di provare una sensazione di forte incertezza sul futuro di fronte alle molteplici antinomie che contraddistinguono l’essere giovani oggi. 
 
Nella nostra cultura collettiva i giovani, come categoria sociale, continuano ad essere percepiti, contemporaneamente, come  una risorsa e un area di disagio.
Da un lato, infatti, sono fin troppo chiare le potenzialità di una generazione tecnologica, una net generation  massimamente propensa ad un uso sistematico delle tecnologie interattive (dal cellulare ad internet ).
Dall’altro, tuttavia, serpeggia la latente convinzione che tale caratteristica si accompagni  a processi di  alienazione  che depotenziano la funzione di innovazione  sociale tipica delle culture giovanili. 
 
In altre parole una consistente  parte dell’opinione pubblica coltiva, seppure in privato, il dubbio che  i giovani siano culturalmente più poveri di ideali, meno colti  e più qualunquisti  delle generazioni che li hanno preceduti. I continui richiami dei media e delle istituzioni al disagio adolescenziale  testimoniano, quantomeno, un atteggiamento di evidente preoccupazione di fronte ai fenomeni di mimesi sociale (si pensi all’ immagine di normalità che di solito accompagna  i casi di cronaca nera che interessano giovani ed adolescenti), di radicalismo estetico e di individualismo diffuso. Ovviamente nessuno rifiuta l’idea che i giovani siano una risorsa primaria ma la preoccupazione collettiva sottolinea le difficoltà  nei rapporti tra le generazioni.
 
Sebbene molte delle preoccupazioni siano infondate, effettivamente esiste un processo di alterazione della catena generazionale  che riguarda due diversi  ma complementari  ambiti culturali: il rapporto con il lavoro e quello con le tecnologie, terreni sui quali, anche in assenza di un conflitto intergenerazionale visibile le distanze tra le generazioni aumentano fino a far emergere fenomeni di alterità sociale e di  vera e propria estraniazione.
 
Lavoro e propensione all’uso delle tecnologie, accomunati dalla affermazione di modelli  di comunicazione  ed organizzazione  reticolari, rappresentano due aspetti  complementari verso i quali giovani ed adulti si rapportano, per interessi e cultura, in modo profondamente diverso, per certi versi opposto. E’ sufficiente pensare alla questione previdenziale per comprendere quanto diversa sia la visuale nel rapporto con il lavoro. Parallelamente l’innovazione tecnologica, che  rappresenta oggi  una delle variabili chiave nel rapporto individuale  con il lavoro, distingue nettamente giovani ed adulti non tanto nell’accesso alle tecnologie quanto al loro uso integrato, ovvero alla possibilità di farne strumento di lavoro, intrattenimento, socializzazione e formazione allo stesso tempo.
 
La capacità di mixare linguaggi  e tecnologie, di operare in ampie comunità orizzontali è oggi una prerogativa quasi esclusiva dei giovani che costituiscono, come è noto, la principale platea di Internet. Inoltre  quanto più le tecnologie spingono verso forme di professionalizzazione del lavoro tanto più in azienda,  si affermano logiche organizzative di rete, (non fosse altro per la loro diffusione nella comunicazione aziendale) con un impatto forte sui processi di  socializzazione professionale e culturale. I giovani rappresentano i principali attori di questo processo ma è proprio questa naturale propensione all’innovazione  ad allontanarli dalla società adulta: il combinato disposto dei due fattori- rapporto con il lavoro e propensione alle tecnologie della rete-  produce, infatti, un processo di allontanamento esponenziale dalla generazione adulta   che fatica ad accettare le nuove flessibilità, i nuovi modelli di gestione delle risorse umane, l’uso delle  tecnologie della rete,  spesso percepiti come  causa della precarietà e della alienazione. Tale processo ha, dunque,  una componente fisiologica, legata al portato di innovazione nella catena generazionale   e una patologica, connessa invece all’ emergere di fenomeni di estraniazione, Sta  a noi, insomma, coglierne potenzialità e rischi.
 
Le variabili strutturali.
Per individuare patologie e fisiologie nella catena generazionale  è necessario, sgombrare il campo da alcuni  luoghi comuni, in primis l’idea che sia in atto una sorta di regressione culturale delle giovani generazioni.
Stando ai dati più recenti i livelli scolarizzazione del paese sono cresciuti negli ultimi 20 anni  a ritmi vorticosi. Il tasso di diploma ovvero la percentuale di giovani diplomati sul totale dei 19 enni è pari al 70,3%. Nella metà degli anni ‘70 tale quota non raggiungeva il 40% e gli iscritti all’università erano poco più di  500 mila  contro l’ 1,5 milioni di iscritti del 2000.
 
Del resto le forti accelerazioni in materia di sviluppo del capitale umano in Italia sono ampiamente visibili nella tab. 1. Tra i 20 ed i 29  anni i livelli di istruzione secondari e superiori sono sensibilmente maggiori, in particolare per la componente femminile protagonista di un processo di emancipazione sociale straordinario. 
 
Ne’ sembrano valere le tradizionali distinzioni tra Nord e SUD. Nelle regioni meridionali i tassi di partecipazione e successo scolastico sono addirittura maggiori rispetto a quelli del nord dove, proprio per la pressione del mercato del lavoro, la scolarizzazione è inferiore.
 
Anche le distanze con gli altri paesi UE vanno via via ridimensionandosi come mostra la tabella 2 che riporta i tassi di partecipazione ad attività formative in Europa. Ovviamente alcuni gap strutturali permangono ma nel corso degli ultimi 10 anni le distanze verso Germania, Francia e soprattutto il Regno Unito sono andate  ridimensionandosi.
 
Sostenere che le giovani generazioni siano meno colte di quelle che le hanno precedute è, dunque, una tesi scarsamente difendibile, a meno di non considerare le istituzioni formative del tutto inefficaci.  La conferma  che qualità e quantità siano correlate, viene da diverse  indagini qualitative internazionali  non ultima una rilevazione OCSE[1] sui livelli alfabetici della popolazione  adulta da cui si evince come tra i giovani in età tra i 16 ed i 24 anni i livelli di analfabetismo funzionale (il livello 1 quello che indica un insufficiente possesso delle competenze alfabetiche di base) sia pari al 16% contro il 32% della media della popolazione. Ovviamente la presenza di una così ampia fascia di giovani non alfabetizzati costituisce un problema enorme. Ma sostenere, anche alla luce dei processi di partecipazione ad attività educative, che i giovani siano meno culturalmente emancipati  che in passato non ha senso.
 
Tanto più che anche sul versante dei consumi culturali le giovani generazioni dimostrano, mediamente, un propensione decisamente maggiore di quella riscontrata tra la popolazione adulta. La tabella 3 illustra i livelli di usabilità dei media e lo stereotipo della scarsa propensione alla lettura, ad esempio,  non regge  dal momento che anche il consumo di libri è sensibilmente maggiore tra i giovani  rispetto agli adulti.  Per non parlare appunto dell’uso delle tecnologie interattive e multimediali sulle quali la comparazione  non sembra nemmeno possibile.
 
In altre parole se si considerano i principali indicatori culturali e formativi emerge una immagine generazionale tutt’altro che difensiva sul piano culturale e, sebbene  i giudizi qualitativi  siano più difficili da sostenere,  la percezione di una generazione  culturalmente più fragile  è assolutamente destituita di ogni fondamento.
 
 
Interpretare il consenso
 
Il disagio degli adulti è, invece, reale. Del resto  le  giovani generazioni manifestano  un incredibile polimorfismo sociale  che si sostanzia  in una altrettanto ampia  varietà di comportamenti a fronte di, tuttavia, di  una  convergenza formale verso alcuni valori socialmente condivisi.
Una recente  indagine Censis[2] descrive assai bene tale scenario arrivando a parlare di  generazione del consenso, visti i comportamenti in media che emergono da solide indagini di campo (tab.4). Una generazione che è “specchio fedele delle contraddizioni sociali; i cui si combinano  un forte senso di estraneità dalle altre generazioni ed  un contestuale consenso verso alcuni  valori dominanti, sui comportamenti e persino le scelte più banali (dalle vacanze, ai film preferiti) delle generazioni adulte”.
 
Consenso e alterità, quindi,  convivono. Le opinioni riportate nella tabella 4 evidenziano  la quasi sistematica convergenza di orientamenti sociali e valoriali rispetto ai valori medi della popolazione. Parallelamente la stessa indagine rileva che oltre il 60% degli intervistati  si sente maggiormente distante da un persona di un’altra generazione piuttosto che da un soggetto appartenente ad altre classi sociali o ad un’altra razza. Una tendenza emersa negli ultimi  anni in modo prepotente, che indica verosimilmente un reciproca estraneità dei linguaggi espressivi e nei luoghi della socializzazione.
 
La generazione del consenso sembra dunque  lontana anni luce da quella del dissenso che aveva caratterizzato gran parte delle identità giovanili di massa tipiche degli anni ’70. Ma la domanda alla quale dobbiamo una risposta non è quanto siano  diverse ma in cosa si differenzino le generazioni  e non c’è dubbio sul fatto che la riduzione del conflitto sui macro sistemi valoriali costituisca uno dei tratti caratteristici rispetto a quelle che l‘hanno recentemente precedute.
 
E’ possibile allora che  consenso ed alterità  siano funzionali al processo di emancipazione nella attuale contesto sociale.  La scelta di derubricare il dissenso su valori acquisiti,  rappresenta, ad esempio, una  soluzione “ragionevole” che soddisfa tanto i genitori quanto i figli.
 
Se per i primi l’adesione giovanile a valori ed orientamenti convenzionali ha una funzione tranquillizzante per i secondi  è invece un comportamento che  sposta il confronto su un altro piano, più personale. Consolida e prolunga  la funzione di sostegno e di servizio svolta  della famiglia e,   all’interno di una sistema di valori generali condivisi, offre ampi spazi di autonomia individuale. Il consenso è dunque conveniente.
 
E’ invece  attraverso  l’alterità  che il dissenso intergenerazionale ha modo di manifestarsi.  Lontano dalle attenzioni delle generazioni adulte si elaborano linguaggi, nascono nuovi codici (si pensi alla grammatica degli SMS) si elaborano e rielaborano informazioni. La socializzazione, i processi di transizione, gli interessi culturali  nascono e si manifestano lontano dai luoghi di interazione con le agenzie educative tradizionali  (la famiglia, la scuola ecc.)  ed è proprio la  distanza  la nuova dimensione del conflitto, una lontananza culturale  che può facilmente tradursi in estraneità, una patologia grave che è all’origine dei fenomeni di rifiuto delle responsabilità nel passaggio dalla condizione giovanile a quella adulta.
 
 
Interpretare il conflitto  
 
Lo schema fenomenologico descritto non esaurisce, tuttavia, la ricerca degli elementi di discontinuità. Se assumiamo il conflitto generazionale come una componente naturale del processo di emancipazione sociale e accettiamo l’ idea  che ciascuna generazione  è portatrice  di nuovi valori e di innovazione sociale, diventa necessario individuare le fratture nella catena generazionale distinguendo  tra cause ed effetti e tra aspetti fisiologici e patologici del processo. Del resto il protagonismo  delle giovani generazioni  è divenuto evidente   quantomeno dagli anni cinquanta, da quando, cioè, grandi masse di giovani entrarono nel processo di industrializzazione  e si avviarono verso la piena cittadinanza, come consumatori prima e come  soggetti di diritto successivamente (il suffragio a 18 la patente e così via )
 
E’ doveroso assumere questa sorta di principio ordinante, proprio  per evitare l’errore giovanologico  commesso in passato, ossia di considerare  “assoluta” l’esperienza delle generazioni del ’68,  misurando su quel metro  quello che è successo dopo.
Escludendo quindi dalla valutazione i tratti costanti  tipicamente generazionali le dimensioni che  fenomenologicamente  più distinguono giovani ed adulti riguardano, appunto,  due ambiti sociali:
 
·         il rapporto con il lavoro che viene vissuto e percepito dalle giovani generazioni in modo assai diverso che dagli adulti;
 
·         il rapporto con le tecnologie che verosimilmente rappresenta il terreno di maggiore alterità generazionale e che quindi costituisce  la principale chiave interpretativa dell’innovazione.
 
Quando alla fine degli anni ‘70 i primi studi sui giovani segnalavano un progressivo allontanamento dalla politica, il fenomeno  fu da molti indicato come un comportamento ciclico (il riflusso) .Ma oggi molte delle  anticonformistiche tendenze  del mondo giovanile costituiscono  comportamenti sociali condivisi. Dalla mobilità degli orientamenti di voto alle tendenze di consumo, buona parte dei  comportamenti anticipati dalle culture giovanili sono oggi ampiamente condivisi dal corpo sociale.  Al contrario il   rapporto con il lavoro e la propensione verso le tecnologie interattive costituiscono sempre più elementi di distinzione generazionale. Non si tratta certo di una novità.
 
Alla fine degli anni settanta,  proprio attraverso lo studio dei  movimenti giovanili anglosassoni,  fu possibile portare alla luce la cosiddetta  “rivoluzione silenziosa[3]” ovvero la progressiva  maturazione di bisogni postmaterialistici legati all’aumento simultaneo e progressivo dei livelli di reddito e scolarità nelle democrazie industriali (mobilitazione cognitiva). Lo spostamento dai bisogni materiali  verso esigenze di autoespressione, qualità della vita  e maggiore partecipazione sociale si è  accompagnato – secondo il paradigma interpretativo-  ad un progressivo rifiuto della dimensione di massa ed a un affermazione di una prospettiva individualistica delle relazioni sociali.
 
Nel corso della rivoluzione silenziosa lo stesso  processo di partecipazione politica veniva ribaltato passando dai modelli organizzativi dei partiti di massa diretti dalle elite a forme di partecipazione nuova in strutture  più agili e piccole capaci di dirigere le elites, di incidere cioè, attraverso la comunicazione e la reazione di gruppi di pressione sulle scelte politiche dei gruppi dirigenti. La realtà sociopolitica degli ultimi anni sembrerebbe confermare tale visione e anche la nascita ed il ruolo di Internet corroborerebbero le ipotesi sulla trasformazione post materialistica delle gerarchie valoriali.
 
Dentro questo scenario evolutivo, oggi,  si collocano pienamente le dimensioni del lavoro e del rapporto con le tecnologie poiché rappresentano i contesti dove maggiore è il bisogno di spazi di autoespressione ed autoaffermazione (nell’ esperienza del  lavoro) e dove più visibili sono i  nuovi modelli comunicazione (nel rapporto con le tecnologie interattive), funzionali allo sviluppo di nuove forme di  organizzazione e partecipazione sociale. In entrambi i casi le giovani generazioni giocano il ruolo di protagoniste, in entrambi i casi i giovani percepiscono tali rapporti in maniera profondamente diversa rispetto agli adulti.
 
 
Il lavoro “mio”
 
Si è detto che i  tratti che maggiormente distinguono le generazioni non hanno una natura genericamente valoriale. Distinzioni ideologiche e politiche sono  oggi assi poco correlate all’età e comunque assai meno rilevanti che in passato. Lo sviluppo della cittadinanza, in seguito alla crescita dei livelli di emancipazione di tutto il corpo sociale, ha permesso  una crescente  osmosi valoriale e temi di fondo come l’eutanasia, le biotecnologie, i diritti di cittadinanza, il valore della democrazia, vedono convergere giovani ed adulti senza sostanziali distinzioni generazionali con tendenze più radicali tra le giovani generazioni e più moderate tra gli adulti, ma in misura fisiologica.
 
Le differenze più marcate riguardano proprio la percezione ed il  rapporto con il lavoro.   Nel 2001 settanta  19 enni su 100 hanno conseguito  il diploma (contro i 35 del 1970) ma la probabilità di un giovane diplomato  residente nel mezzogiorno di trovare un  lavoro tipico  nel proprio bacino di residenza è rimasta negli anni praticamente invariata. E’ invece aumentata enormemente la probabilità che il giovane diplomato meridionale affronti la transizione verso il lavoro attraverso esperienze atipiche, assai spesso al limite della legalità (si pensi al lavoro nero o irregolare).  Per la maggior parte dei giovani  la flessibilità è una fattore di  sopravvivenza all’interno del mercato del lavoro.
Al contrario la maggior parte della forza lavoro adulta che dispone di un maggior numero di  garanzie sociali (dalla previdenza agli ammortizzatori sociali), ed una maggiore stabilità occupazionale si difende dalla flessibilità. Si quindi tratta di punti di osservazione della realtà sociale molto distanti, laddove le paure di rinunciare alla garanzia del posto di lavoro rappresentano  sono intangibili per un giovane. Ed altrettanto incomprensibili gli appaiono i modelli organizzativi del lavoro, rigidi, spersonalizzati, capaci solo raramente di  valorizzare le competenze ed i talenti, perché condizionati da una cultura del lavoro essenzialmente difensiva, quasi incomprensibile per  chi, come i giovani,  vive transitoriamente ogni esperienza professionale.
  
Due recenti indagini -  condotte dalla CGIL e dal Censis nel 2000-  forniscono, nel merito, uno spaccato di grande interessante,  giungendo  sostanzialmente agli stessi risultati.
 
In entrambi gli studi, nonostante i livelli patologici di disoccupazione, si osserva che  i giovani dimostrano una conoscenza estremamente realistica del lavoro. Dai risultati delle indagini emerge, infatti, una generazione che ha metabolizzato pienamente i codici ed i canoni delle nuove forme di lavoro sostituendo l’icona  del  posto fisso con l’idea del percorso professionale  in cui formazione e lavoro si integrano senza soluzione di continuità.
 
In particolare l’indagine del Censis [4]  sottolinea come  quote ormai maggioritarie dell’ universo giovanile manifestino:
 
  • una forte propensione al lavoro autonomo;
  • una sostanziale disponibilità verso le diverse forme di lavoro atipico,
  • una disponibilità razionale alla mobilità territoriale.
 
Che tali atteggiamenti non siano il frutto di scelta ma l’effetto di una difficilissima transizione dalla scuola al mercato del lavoro è fin troppo chiaro. Ma anche ammesso che valga la logica di  fare di necessità virtù, la percezione del lavoro da parte dei giovani, come mostra la tabella 5 è indubbiamente originale e razionale. Del resto sulla componente giovanile della forza lavoro si scarica buona parte della flessibilità del mercato e la probabilità di successo - per un giovane e soprattutto per una giovane donna - è data proprio dalla capacità di adattamento e  di sfruttare al meglio le poche opportunità disponibili, sperando di  essere sostenuti dalla famiglia nel lungo percorso di transizione, in assenza quasi totale  di servizi e politiche attive.
 
Per questa ragione la formazione rappresenta un valore primario per le giovani generazioni poiché costituisce il principale strumento di adattamento al mercato. La crescita degli  investimenti formativi consente di accettare i rischi della mobilità  tanto che 46%  del campione intervistato dal Censis  preferirebbe cambiare spesso lavoro piuttosto che averne uno per tutta la vita, una percentuale elevatissima se confrontata con il passato. Inoltre più del 60 % degli intervistati sarebbe disponibile a sperimentare forme di lavoro autonomo ed il 50% accetterebbe di buon grado una occupazione  interinale.  Anche la disponibilità alla mobilità geografica è significativa ed interessa  6 giovani su 10 pronti ad accetare un lavoro fuori della propria regione di residenza. Netta, infine,  la propensione alla formazione permanente, ritenuta essenziale  dal 70% degli intervistati che la considerano una esperienza da fare  parallelamente a quella di lavoro.  
 
Nei contesti  aziendali  la maggior parte dei giovani attribuisce alle capacità ed alle  competenza un ruolo chiave nel successo professionale. Il raggiungimento degli obiettivi assegnati e i risultati conseguiti sono considerati  parametri base per lo sviluppo di carriera. E’ indicativo in questo senso  che solo il 5% del campione indichi come criterio  premiante l’anzianità di servizio o il tempo dedicato all’ azienda, ed è altrettanto comprensibile che tale orientamento risulti  in  piena controtendenza rispetto ai  tradizionali modelli di organizzazione del lavoro dove si premia essenzialmente l’anzianità e  la quantità del tempo dedicato al lavoro. Competenze, assunzione di responsabilità e merito sembrano invece  rappresentare,  nella percezione delle giovani generazioni,  i principali fattori di successo nel lavoro che viene vissuto, per questo,  come esperienza professionalmente individuale. E’ dunque fin troppo evidente in che misura il rapporto con il lavoro distingua le generazioni e  quanto proprio su tale percezione si manifestino le principali alterità generazionali.
 
Net generation
Chi oggi ha 20 anni è, di fatto, cresciuto con Internet e la cultura della rete e delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione costituisce un elemento fondante della propria esperienza sociale. La tabella 6 illustra, per età i livelli di accesso e di  uso delle tecnologie della rete. Complessivamente 65 giovani su cento al di sotto dei 29 anni, utilizzano sistematicamente un PC e oltre il  40% ne sfrutta le potenzialità di comunicazione via  Internet e posta elettronica. Si tratta di una quota  inferiore a quella di altri paesi europei ma enormemente maggiore di quella degli adulti. Su totale della popolazione le  percentuali di accesso ed uso, infatti, si dimezzano con una fruizione che decresce drasticamente  con l’età. Che non si tratti di un semplice gap alfabetico e funzionale emerge da un seconda indagine Censis[5]  da cui si evince come nell’uso dei media (classificati da 1 ad 8 passando dalla televisione ai giornali ed a Internet)  più del il 67% dei giovani al di sotto dei 29 anni  è in grado di gestire più di quattro media contemporaneamente, una percentuale che nelle classi di età adulte si  riduce sensibilmente.
Evidentemente l’uso delle tecnologie interattive integra la fruizione dei diversi media (internet si può leggere, ascoltare, vedere) permettendo una gestione differenziata e personale  di una molteplicità di mezzi.  La differenza,  in questo caso, è sancita non dalla  maggiore o minore alfabetizzazione  informatica e telematica ma, soprattutto, dalle diverse capacità di gestione e fruizione di tutti i  media disponibili.
Ma è possibile, come si è fatto per il lavoro spingersi  ancora oltre, prospettando anche per il  rapporto con le tecnologie della rete l’ emergere  un diversa gerarchia valoriale?. La risposta sembrerebbe, quantomeno in termini teorici, affermativa
Pekka Himanen[6], giovane filosofo finlandese, in un  bel saggio sull’etica del lavoro  nella società dell’ informazione, ipotizza l’emergere progressivo di nuove gerarchie valoriali rispetto a quelle tipiche dei modelli produttivi tayloristici proprio  in funzione dell’avvento delle nuove tecnologie della rete. Come esempio paradigmatico  delle viene proposta l’etica hacker, termine che non va tradotto con  “pirata informatico – cioè cracker- ma che individua  un  nuovo atteggiamento culturale verso il lavoro e le tecnologie.
All’etica del lavoro propria del pensiero protestante, che per Weber ha rappresentato un contributo decisivo alla nascita ed all’affermarsi del capitalismo, si andrebbero sostituendo altri valori in piena discontinuità con il passato ma non ancora pienamente metabolizzati sul piano sociale e culturale. 
Nella network society, orizzontale ed  interconessa non c’è infatti soluzione di continuità tra il tempo di lavoro ed il tempo libero nel senso che le tecnologie della rete consentono di essere sfruttate simultaneamente come strumenti di emancipazione professionale e come luoghi di intrattenimento. Il valore  centrale, risulta allora essere quello della creatività e della autoespressione  cioè la capacità di autorganizzare la propria vita sulla base di personali esigenze, sfuggendo ad una organizzazione ripetitiva e cadenzata. La libertà viene quindi a presentarsi come l’altro pilastro dell’etica hacker del lavoro. La scelta di un lavoro, di un progetto, il dedicarsi al suo sviluppo non sono immediatamente legati ai vantaggi economici  ma alla qualità dell’esperienza professionale, alla condivisione dei risultati, al suo valore sociale uno spirito assai simile a quello  che  caratterizza il lavoro di ricerca nella comunità scientifica. Certo l’etica hacker  interessa  una elites, il vertice della piramide professionale, dove il livello di competenza raggiunto (fortemente competitivo) consente di negoziare processi di autogestione. Ma  l’espansione dei livelli di istruzione e l’accesso alle tecnologie potrebbero rapidamente estendere tale condizione e le forme di professionalizzazione del lavoro sembrano andare  in questa direzione. Del resto  l’intera comunità hacker è  costituita  quasi esclusivamente da giovani  al di sotto dei 25 anni.
Indipendentemente dalla bontà dei  suggestivi scenari prefigurati che il rapporto con le tecnologie della rete generi un  modificazione dei processi di comunicazione e socializzazione è un fatto testimoniato proprio dalla difficoltà, da parte degli adulti di entrare in relazione con le tante identità giovanili.    Del resto osservando le molteplici espressioni della cultura giovanile, e l’evolversi dei diversi linguaggi espressivi, dalla musica al cinema, dalla moda alla politica,  l’ individuo è percepito non più come elemento indistinto di una massa ma come agente, come snodo di una rete di relazioni che trova nelle tecnologie una  strumento di professionalizzazione, intrattenimento e comunicazione sociale.
 
 Conclusioni ?
 
Gli elementi di innovazione e di discontinuità nella catena generazionale non necessariamente delineano scenari attraenti. La crescita dei livelli di individualismo e precarietà nei rapporti di lavoro nonché  il potenziale di alienazione insito nella diffusione delle tecnologie di rete giustifica un sana incertezza sugli effetti delle trasformazioni. Ma direzione e verso paiono ormai tracciati. E’ possibile tuttavia intervenire sugli effetti patologici  tornando ad investire socialmente sul ruolo che le  giovani generazioni possono giocare nell’ innovazione e nello sviluppo.
 
Tale obiettivo è perseguibile se la collettività saprà ridisegnare in modo più equo e razionale le diverse forme di regolamentazione del lavoro ricomponendo interessi sociali attualmente divergenti. 
 
La ridefinizione dei modelli previdenziali, la realizzazione di un sistema di ammortizzatori sociali generali  ed  una solida  rete  di servizi e strumenti  di politica attiva del lavoro, fruibili  da  chi è occupato e da chi non lo è potrebbe rappresentare  il primo decisivo passo per ridurre le distanze tra le generazioni  che oggi appare  incolmabile.
Fin ora, in Italia le risorse disponibili per interventi di politica del lavoro sono state prevalentemente passive, riservate alla componente adulta del mercato, mentre quasi nulla si è fatto  per una  effettiva valorizzazione della risorsa giovani. La bassa qualità dell’offerta formativa, i suoi livelli di autoreferenza rispetto al sistema produttivo, l’inadeguatezza dei servizi  di supporto alla transizione dalla scuola alla vita professionale testimoniano la debolezza intrinseca delle politiche attive destinate alle giovani generazioni, fattori questi che hanno finito inevitabilmente per ampliare  la distanza sociale e culturale tra le generazioni. Se a questo si aggiunge  la scarsa propensione del nostro sistema produttivo all’innovazione tecnologica e la difficoltà ad assorbile capitale umano qualificato, non deve meravigliare il processo di estraneità generazionale. La costruzione di  nuovi sistemi di regolazione del mercato del lavoro  ed il sostegno all’ innovazione tecnologica del sistema sociale e produttivo  costituiscono  quindi obiettivi irrinunciabili per tentare pazientemente di riallacciare la catena generazionale.
 
Tab. 1 - Popolazione per sesso, classe d'età e titolo di studio (val%), 2000
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Senza titolo e licenza elementare
Licenza      Media
Diploma
Laurea
Totale
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Maschi
 
 
 
 
 
     15-19
4,3
83,1
12,6
0,0
100,0
     20-24
3,3
33,6
62,1
1,0
100,0
     25-29
4,8
37,8
49,4
8,0
100,0
     30-59
17,9
38,9
32,7
10,5
100,0
     60 e oltre
65,7
17,9
11,1
5,4
100,0
     Totale
26,3
36,2
30,0
7,5
100,0
 
 
 
 
 
 
Femmine
 
 
 
 
 
     15-19
4,5
80,3
15,1
0,0
100,0
     20-24
3,8
24,6
69,8
1,8
100,0
     25-29
5,2
31,8
51,8
11,1
100,0
     30-59
25,1
33,9
31,5
9,6
100,0
     60 e oltre
78,0
12,2
7,5
2,3
100,0
     Totale
36,7
29,2
27,7
6,4
100,0
 
 
 
 
 
 
Totale
 
 
 
 
 
     15-19
4,4
81,8
13,8
0,0
100,0
     20-24
3,5
29,1
65,9
1,4
100,0
     25-29
5,0
34,8
50,6
9,6
100,0
     30-59
21,5
36,4
32,1
10,0
100,0
     60 e oltre
72,7
14,7
9,0
3,6
100,0
     Totale
31,7
32,6
28,8
6,9
100,0
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Fonte: elaborazione Censis su dati Istat
 
 
 


 


Tab. 2 - Tasso di partecipazione alle attività educative per anno di età, in alcuni paesi dell'Unione Europea - 2000                          
 
 
 
 
 
 
 
 
Paesi
15 anni
18 anni
21 anni
22 anni
23 anni
24 anni
Totale 15-24 anni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Italia
86,9
75,3
41,1
38,1
33,6
31,1
55,9
Francia
99,3
87,6
55,0
45,7
33,5
23,9
69,0
Germania
100,0
87,7
48,8
41,7
36,5
31,9
69,6
Regno Unito
100,0
70,2
47,4
41,3
35,3
30,9
61,6
Spagna
100,0
97,1
54,9
50,5
43,7
41,2
67,8
 
 
 
 
 
 
 
 
Fonte: Eurostat - Forze di lavoro, 2000


 

Tab.3 Individui che hanno un rapporto di utenza con i media Valori %
 
Giovani fino a 29 anni
Totale popolazione
Televisione
96,6
95,8
Cellulare
87
72,8
Radio
83,9
68,9
Quotidiani
54
60,6
Libri
68,1
54
Settimanali /mensili
49,1
49,3
Televideo /Mediavidio
44,6
37,9
Videoregistratore/DVD
46,7
32,2
Computer
52,3
31,3
Internet
35,6
20,1
Decoder
14,4
11,9
Videogames
27,5
11,2
Fonte: Censis 2002
 


 


 

Tab.4 – Orientamenti sociali convergenti tra giovani e popolazione. Anno 2000

 
Giovani 18-29
val. %
Popolazione (totale)
val. %
1) Il problema più importante in Italia
 
 
* immigrazione extracomunitaria
35,6
31,2
* droga
30,1
27,6
* lavoro
56,7
49,6
2) Le misure che andrebbero adottate per contrastare la criminalità
 
 
* aumentare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio
81,7
86,7
* attivare progetti di prevenzione sul territorio
92,6
92,0
* inasprire le pene
61,4
68,7
* limitare l’ingresso di extracomunitari in Italia
77,8
77,5
* liberalizzare l’uso delle droghe leggere
32,7
23,5
* ridurre la possibilità ai detenuti di usufruire di benefici
31,2
27,0
3) Giudizio sulle politiche di immigrazione italiane
 
 
* troppo permissive
73,9
74,5
* adeguate
12,2
11,5
4) Giudizio sulle seguenti affermazioni
 
 
* gli immigrati aumentano il pericolo di malattie contagiose
43,7
48,4
* lo stato deve garantire l’integrazione degli immigrati
69,2
68,8
5) Soggetti dai quali si sente maggiormente rappresentato
 
 
* Parlamento
10,6
11,5
* Giornali e informazione Tv
11,1
10,1
* Chiesa
9,7
16,3
* Partiti politici
4,2
4,4
* Volontariato
18,1
19,1
* Sindacato Ass. Categorie
9,4
9,2
* Nessuno di questi
45,5
42,3
Fonte: XXXVI Rapporto sulla situazione sociale del Pese Fondazione Censis 2002

 
Tab. 5 - Atteggiamenti dei giovani tra i 18 ed i 24 anni (val. % sul totale degli intervistati
Domanda
V%

Indipendentemente dalla Sua attuale posizione professionale, accetterebbe un lavoro manuale?

 
Si, senz’altro
36,0
Si, ma solo se non avessi altra scelta
48,4
No
15,6
Totale
100,0
 
 

Sarebbe disposto a trasferirsi in un comune diverso da quello di residenza per motivi di lavoro?

 
Si
76,1
No
23,9
Totale
100,0
 
 
Lei sarebbe disponibile ad accettare un lavoro che garantisca:
 
Un guadagno alto, ma nessuna pensione per il futuro
21,3
Un guadagno medio-alto e una piccola pensione per il futuro
32,1
Un guadagno medio, con una copertura previdenziale completa
46,6
Totale
100,0
 
 
 
Fonte: indagine Censis 1999
 

Tab. 6 - Percentuale di intervistati che dichiarano di utilizzare Computer e collegamento ad Internet
 
 
Giovani 18-29 anni
 
Popolazione in Totale
 
 
 
 
 
 
Utilizzo del computer
60,9
35%
Utilizzo di Internet
42,6
21,9
 
 
 
Fonte: indagine Censis 2000
 
 
 
 
 
 
 


[1] Ials / Sials Cede 2000

[2] Censis La generazione del Consenso 2001

[3] R. Iglehatr La rivoluzione silenziosa Feltrinelli 1980

[4] Censis Generazioni al lavoro. Note e commenti 2000

[5] Censis  Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione in Italia 2002

[6] Pekka Himanen L’ etica hacker e lo spirito dell’età dell’ informazione.  Feltrinelli 2001



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