Anno II Numero 68 del 09/03/2011
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

Il difficile confronto con le assenze - di Nadio Delai

22/09/2006 -- Ristabilire una comunicazione tra mondo degli adulti e mondo giovanile richiede di trovare la lunghezza d’onda giusta. E’ una cosa facile a dirsi, ma molto più difficile a farsi. Anche perché la comunicazione è il problema di ogni generazione che si trova a risolvere l’enigma dei rapporti con quella che segue, in un quadro in cui ogni volta (necessariamente) cambiano tutti o quasi tutti i riferimenti. Un quarto di secolo – corrispondente alla lunghezza convenzionale di una generazione – distrugge ormai gli scenari ereditati dal passato.

1.     Da altro ad alieno

A condizioni di quadro mutate, anche le domande (e non solo le risposte) mutano: l’enigma si rinnova, in un esercizio senza fine, ed esige che le generazioni compiano uno sforzo interpretativo originale, dando così vita ad un Patto Generazionale rinnovato (e, sempre, sofferto).

Tale enigma si è presentato secondo un copione che prevede:

–        una certa pendolarità dei riferimenti e delle passioni (padri di destra / figli di sinistra; padri di sinistra / figli di destra, e così via);

–        una ritualità contrappositiva conseguente che vede le generazioni giovani esercitare la loro forza fisica e immaginativa contro i padri (come un grande esercizio collettivo di preparazione alla vita adulta);

–        una parallela identificazione con i soggetti adulti (come strada essenziale per la costruzione di un’identità positiva da parte della componente giovanile della società)

Pendolarità delle posizioni, contrapposizione antagonistica e identificazione erano tre figure ritualizzate nel passaggio generazionale che finiva (più in là nel tempo) con un altro passaggio: quello del testimone tra la vecchiaia dei padri e la maturità dei figli, divenuti a loro volta padri.

Qualcuno ha osservato che questo ultimo passaggio si può ritenere concluso con la maturità dei figli quando questi ultimi hanno a loro volta la capacità di perdonare i padri……

Certo è che oggi l’enigma che le generazioni devono risolvere e che lega, con rapporti spesso faticosi, padri e figli si presenta con caratteristiche che provocano disagi nuovi alle generazioni più mature.

Si raccolgono infatti spesso sensazioni genitoriali che fanno pensare come i figli:

–        non siano più percepiti come “l’altro”, cioè come soggetti portatori di posizioni, di comportamenti, di valori diversi, ma in fondo intelleggibili, anche se non sempre condivisibili in tutto o in parte;

–        ma siano invece percepiti piuttosto come “l’alieno”, cioè come soggetti che non si conoscono affatto, con cui non si comunica, che risultano poco intelleggibili, spesso sfuggenti, talvolta irritanti.

Per essere ancora più precisi, le osservazioni e gli scambi di opinioni fra genitori portano spesso a descrivere fenomenologie giovanili del tipo seguente:

–        figli chiusi nella loro stanza/fortezza tecnologica per ore, in compagnia di computer (acceso), di tv (accesa), di hi-fi (acceso), di telefono (in corso di utilizzo, se non altro per gli SMS), ed infine, perché no, del libro di scuola aperto, su cui studiare per il giorno dopo[1];

–        figli che vivono al riparo del sistema di protezione familiare che concede loro tutto dal punto di vista economico e delle opportunità ed anzi li spinge a goderne ancora di più;

–        figli che sono peraltro pronti a chiedere sempre di più rispetto al molto che già ricevono e a dare poco[2];

–        figli che sono sostanzialmente etero-riferiti al gruppo dei pari, in una sorta di continuo e stressante benchmarking di quello che gli altri hanno già avuto o goduto o fanno, mentre loro non hanno, non godono, non fanno ancora….;

–        figli che sono poco/per niente preoccupati del tempo che passa, anche quando non sono più giovanissimi e si avviano verso i venticinque o i trent’anni di età;

–        figli che sono, malgrado tutte le acquisizioni precedenti, estremamente fragili di fronte alle prove piccole e grandi che servono a dare una misura del proprio personale valore (con una tendenza a sottrarsi, il più possibile, a tali prove).

Le sensazioni potrebbero continuare e diventare una lunga lista che però ruota intorno ai temi qui richiamati e naturalmente si articola e si specifica, a seconda dei diversi segmenti del mondo giovanile (un dodicenne non è un sedicenne, e un diciottenne non equivale a un ragazzo di trent’anni, e così via).

Ma è possibile andare oltre queste sensazioni correnti e ripetute, riportando l’interpretazione del mondo giovanile a schemi più articolati? O bisogna riproporsi in termini approfonditi il tema dell’enigma che lega le generazioni solo quando la fenomenologia giovanile esce dal silenzio della propria stanza/fortezza con eventi gravi e decisamente “rumorosi” (dall’omicidio dei genitori ai sassi dai cavalcavia, tanto per citare notizie di cronaca corrente)?

Ogni schema interpretativo è ovviamente arbitrario e sicuramente parziale. Ed è con tali caratteristiche consapevoli di lettura che qui si scelgono tre chiavi che possono essere così sinteticamente definite:

–        la cancellazione del limite

–        l’eclisse del padre

–        la sospensione del tempo.

2.     La cancellazione del limite

Guardare ai giovani di oggi e ancora più conviverci significa subire ed alimentare nello stesso tempo la spinta verso il superamento dei limiti che caratterizzavano invece la vita delle precedenti generazioni e cioè:

–        le limitazioni economiche (il portafoglio di papà è sempre aperto per ogni esigenza, sino ad allargarlo oltre ogni limite con le liste dei regali pregiati, come si è ricordato precedentemente);

–        le limitazioni valoriali (l’apertura verso i comportamenti è ormai amplissima e ammette spazi inimmaginabili per le generazioni precedenti, a partire da quelli dei rapporti sentimentali ed erotici tra giovani);

–        le limitazioni delle aspirazioni (le attese nei confronti del futuro dei figli si sono a loro volta ampliate oltre misura, confermate anche dall’enorme ascesa sociale dei padri negli ultimi trent’anni);

–        le limitazioni nei confronti di un sistema di autorità (il progressivo scivolamento verso il riferimento al gruppo dei pari si è accompagnato in maniera significativa all’attenuazione dei ruoli genitoriali).

Anche in tal caso la lista potrebbe proseguire a lungo, ma è forse sufficiente per dare l’idea di ciò che sta alla base della trasformazione del “dramma della colpa” nella “tragedia dell’insufficienza personale”.

E’ quanto sostiene in un suo recente libro un sociologo francese[3] che sottolinea come ormai la sostanziale sparizione dell’autorità (intesa come soggetto potente ed opprimente) abbia sostituito in maniera netta la nevrosi con la depressione.

La conferma viene dai disturbi psichici-guida che sono mutati profondamente. E sono passati dal binomio contestazione/senso di colpa al binomio onnipotenza/depressione. Essi stanno ad indicare che quando “tutto è possibile e nulla vietato” la responsabilità del successo risiede in toto sulle spalle del soggetto (in questo caso giovanile): è ovvio che, in mancanza dei risultati attesi (per lo più molto elevati), la “colpa” non può più essere attribuita ai padri o alla società, bensì alla diretta insufficienza degli interessati (da cui la depressione).

Naturalmente non tutti i disturbi psichici sono riducibili a questo schema, ma certamente il mood del disagio sembra proprio giocarsi lungo questa strada che peraltro alterna sensazione (inevitabile) di onnipotenza per tutto ciò che già si ha e già si è e sensazione di depressione per quello che in realtà non si riesce ancora a possedere e a diventare. Di qui l’estrema fragilità di personalità giovanili (ma non solo) in perenne oscillazione tra fantasie di onnipotenza e realtà di depressione, sino all’infittirsi di vere e proprie fenomenologie di panico.

Peraltro nella spinta verso la cancellazione del limite c’è un vero e proprio “concorso di colpa”: sono infatti più determinanti le attese e i comportamenti fuori misura dei genitori nei confronti dei figli o le domande e le aspettative dei figli nei confronti dei genitori, a cui viene portato in continuazione l’esempio dell’avere e dell’essere oltre misura, sperimentato dagli amici? O almeno riferito agli amici appartenenti al gruppo dei pari, secondo un gioco di benchmarking che si rincorre senza fine, per verificare chi ha di più e chi è di più?

O è ancora più determinante il circolo vizioso che si è venuto a creare tra la spinta degli adulti e la rincorsa dei figli, nel generare la voglia di avere e di essere sempre di più e senza limiti?

3.         L’eclissi del padre

L’attenuazione del sistema di autorità appena ricordato e la pericolosa deriva verso l’onnipotenza (a destino frustrato) non fa parte semplicemente della cancellazione del limite, ma di qualcosa di più grande, riportabile a un processo di lunga durata: quello dell’attenuazione se non addirittura della sparizione della figura paterna.

Molti psicologi e pedagogisti sottolineano come ormai il riferimento fondamentale del mondo giovanile sia il gruppo dei pari, a cui viene attribuita il 70% - 80% della socializzazione giovanile, con tutti i rischi connessi dei “comportamenti da branco” che ne derivano.

La pronunciata dimensione “orizzontale” (proprio perché tra pari) della socializzazione giovanile risulta erratica, sovente estremizzata, inevitabilmente conchiusa e autoprotetta, specie quando scattano comportamenti devianti di gruppo che inconsapevolmente tentano di dare una scintilla di senso a rapporti scarsamente riferiti a figure paterne, con le quali magari scontrarsi, ma anche identificarsi (ricevendone conseguentemente conferme autorevoli).

In tal caso vale la pena di ricordare quanto scrive in proposito un intelligente psicoanalista come Luigi Zoja, secondo il quale “…i figli sanno che il padre li ha voluti comodi. Non sanno se li ha voluti uomini. Ne dubitano. Non ha dato loro un modello di uomo adulto: volendoli diversi da sé, ha negato di esserlo. Eppure continua a sostenere che diventare veri adulti è possibile. O il padre mente, o nasconde loro un segreto essenziale. In entrambi i casi non merita il loro rispetto[4]”.

Il padre insomma si sottrae al suo diritto/dovere di conferire la “benedizione” al figlio, rito di passaggio fondamentale per diventare adulti (se si è figli) e per essere autorevolmente adulti (se si è padri) [5].

Ora, è un dato di fatto che le unioni matrimoniali si rompono con grande frequenza anche nel nostro Paese, con la conseguenza che molti figli perdono la figura del padre e che quindi crescono senza una figura con cui combattere e perciò senza un adeguato allenamento al conflitto e all’essere misurati.

Ma “il padre è assente come immagine, ancor più che come individuo: non perché, come Ulisse, è andato a combattere una guerra, ma perché si rifiuta di combattere nei rapporti. Il padre quindi non c’è più, anche quando non ha divorziato e abita ancora nella stessa casa. Il padre non fa anche quando agisce. Al padre, più ancora di quello che ha fatto, viene addebitato quello che non ha fatto, quello che non ha detto, più di quello che ha detto... Il silenzio dei padri assorda lo studio dell’analista.”[6]

Una figura di padre inesistente non può che rafforzare dunque il ricorso ai riferimenti “orizzontali”, cioè al gruppo dei pari; la cui inadeguatezza è del tutto evidente, poiché distribuisce esperienze (qualunque esse siano) ma non fa crescere, e soprattutto spinge verso la coazione a ripetere delle stesse esperienze, nell’inconsapevole attesa di riuscire a fare il salto nella vita adulta, senza quei riti di passaggio paterni che invece sarebbero necessari.

Forse è anche per questo che crescono nella nostra società le figure allo-parentali (zio materno, amico di famiglia o altro) che in modo alternativo finiscono con lo svolgere, in maniera del tutto parziale, ma crescente, la funzione che oggi manca.

Anche nell’eclissi del padre è rinvenibile un evidente “concorso di colpa” della componente adulta, per quanto attiene la difficile soluzione dell’enigma che lega le diverse generazioni tra loro: la scomparsa della figura autorevole accentua il richiamo orizzontale del gruppo dei pari, che a sua volta è spinto a vivere una vita separata rispetto al mondo adulto, in una sorta di circolo vizioso che si aggiunge a quello della cancellazione del limite.

4.     La sospensione del tempo

L’ansia di crescere, di diventare autonomi, di entrare nella vita adulta, sembra non fare più parte della nostra epoca. L’adolescenza tende a prolungarsi ben al di là degli anni che tradizionalmente le competevano.

Anzi, si ha sovente l’impressione di avere davanti ragazzi di venticinque anni con un’età psichica di quindici e trentenni con un’età psichica di venti.

E’ fuori discussione che la trasformazione delle condizioni di vita, con sistemi di protezione familiare estremamente pronunciati, non favorisce certo l’autonomia dei giovani. E soprattutto, non li motiva né a superare il limite né a superare il padre, contando sulle proprie autonome forze, in un confronto che ferisce, ma rende adulti.

Insomma l’adolescenza si prolunga e il misurarsi col mondo viene rimandato grazie anche a percorsi formativi universitari e post-universitari che tendono a prolungarsi nel tempo, generando specializzazioni su specializzazioni, ma post-ponendo nei fatti l’ingresso nella vita attiva dei giovani (sette anni in media per finire l’università, a cui si aggiungono, proprio per i più protetti e non sempre per i più vocati, due anni di dottorato e magari altri due – tre anni di studio fuori Italia…..).

La conclusione è che il tempo rimane come sospeso, favorendo condizioni di esplorazione e di attesa che possono durare anche parecchi anni e che portano più di metà dei giovani sino a trent’anni di età a vivere ancora con la famiglia di origine.

Forse la novità che si sta configurando, ma è solo una sensazione, è che giunti attorno all’età dei trent’anni qualcosa si risveglia e l’orologio del tempo torna a battere i suoi rintocchi: sembra infatti che le generazioni tendano a rimettersi in moto, ricercando inserimento professionale e mettendo in piedi famiglia, una volta superata la pienezza dei primi trent’anni di vita (che è quanto tendenzialmente avveniva con dieci anni di anticipo una generazione prima).

Va peraltro ricordato che la sospensione del tempo non è un fenomeno di oggi, perché veniva già rilevato nella generazione precedente rispetto a quella che a sua volta l’ha preceduta. Si deve perciò ipotizzare un processo di lunga durata che, grazie a mutate condizioni economiche e anche demografiche (come il prolungamento della vita media), tende inevitabilmente a procrastinare, di generazione in generazione, l’entrata nella vita adulta?

E anche qui non è difficile cogliere il “concorso di colpa” che genera un altro circolo vizioso. L’opportunità per i giovani di vivere “a pieno consumo” e “a pieni comportamenti adulti”, vivendo però di fatto una condizione adolescenziale grazie alla copertura familiare, rappresentano il risultato convergente di due volontà o meglio non-volontà: quella di non voler crescere del tutto da parte dei giovani e quella di non voler esercitare un ruolo parentale di tipo paterno, in favore di un ruolo sin troppo materno (infinitamente paziente, accogliente, accondiscendente).

5.     Dal desiderio alla responsabilità

Le chiavi interpretative dell’enigma che lega i rapporti tra mondo adulto e mondo giovanile sono dunque:

–        la cancellazione del limite che finisce però per alimentare il circuito perverso onnipotenza/depressione;

–        l’eclisse del padre che alimenta a sua volta la fuga nell’orizzontalità povera del gruppo dei pari;

–        la sospensione del tempo che tende a procrastinare di generazione in generazione l’entrata nella vita adulta, maturando ritardi di almeno due lustri, ma forse di più se la tendenza continuerà nel tempo.

E tuttavia, le tre chiavi sono riportabili ad un’unica modalità espressiva: tutte si manifestano all’insegna di un’assenza, frutto di una graduale scomparsa: del limite, del padre, del tempo e quando gli oggetti, reali e contemporaneamente simbolici, scompaiono, diventa molto difficile sia contrapporsi sia identificarsi (e la soluzione dell’enigma si fa più complicata).

Diventare adulti da parte dei giovani sembra dunque richiedere un esercizio senza oggetto, che assomiglia stranamente ad un koan zen: superare il limite che non c’è; combattere con un padre assente; darsi un tempo che non esiste.

Al contrario, il mondo adulto esercita la propria vita quotidiana nella pesantezza delle condizioni apparentemente opposte: nella presenza dei limiti economici e non; nella presenza (onerosa) dei padri e delle madri da assistere, grazie al prolungamento della vita media; nell’accelerazione del tempo che porta alla quadratura impossibile di agende sempre più piene.

Siamo dunque davanti a due esperienze “polari” che rendono difficile stabilire una lunghezza d’onda comune, anche perché la pesantezza della condizione del vivere adulto viene agita in funzione della produzione del massimo di leggerezza possibile nei confronti del mondo giovanile.

L’esistenza di due vite parallele ci mostra una rincorsa in direzione opposta che risulta difficile far convergere, se l’enigma del rapporto tra le generazioni resta prigioniero di questa divaricazione. Non si può pensare di avere un mondo equilibrato (quello giovanile) basato sui “desideri” e un altro mondo equilibrato (quello degli adulti) basato sulle “responsabilità”.

In realtà va detto che anche il mondo adulto vive, dietro il sovraccarico delle responsabilità, aspirazioni e comportamenti non dissimili da quelli giovanili:

–        c’è infatti voglia continua di cancellazione del limite: basti pensare alle forzature sui concepimenti assistiti o sulla non accettazione sostanziale della malattia e della morte; ma anche alla non accettazione dei legami permanenti, a partire da quelli di coppia che diventano fragili, con rotture sempre più frequenti (ma cancellazione del limite significa, anche per gli adulti, fare l’esperienza distruttiva della depressione);

–        c’è voglia di orizzontalità, in un mondo che ha perso leader riconosciute e potenti e che anzi tende a castrare chi si erge appena un po’ sopra la media (salvo avere nostalgie compensative diffuse per capi carismatici e un po’ populisti….);

–        c’è voglia di sospendere il tempo, attraverso un ritorno a comportamenti adolescenziali e/o infantili da parte degli adulti, che assumono forme del tutto evidenti specie nei comportamenti che si manifestano nelle vacanze, nel tempo libero, nell’ascolto e nell’uso della tv.

E allora, bisogna guardare, in primo luogo, a noi stessi, adulti di malavoglia, nostalgici di condizioni infantili o adolescenziali, all’insegna del desiderio e dell’irresponsabilità, prima di rinfacciare tutto questo ai giovani: solo se reimpareremo a vivere con piena forza ed equilibrio tutte le stagioni della vita, comprese quella della maturità e quella della vecchiaia, potremo permetterci di giocare a sospendere (consapevolmente) di tanto in tanto il fluire troppo cadenzato del tempo adulto.

E solo in secondo luogo andrà affrontato il tema della possibile inversione della divaricazione oggi esplosiva tra mondo giovanile e mondo adulto, facendo riavvicinare e convivere desideri e responsabilità per entrambe le generazioni.

Anche se è lecito chiedersi attraverso quali processi che riguardano sia i giovani sia gli adulti e in quanto tempo potremo far risalire la nostra psiche collettiva dalle profondità irrigidite e distinte in cui l’abbiamo imprigionata, verso la superficie del mare della nostra vita.

E ritrovare così nuovamente il senso e la gioia del dare e dell’avere, delle responsabilità e dei desideri, in un confronto senza fine tra una generazione che matura e una generazione che bussa alla sua porta.



[1]     Qualche mese  fa era uscito in prima pagina de “La Repubblica” un articolo dal titolo “Mio figlio è un cretino”, dedicato per l’appunto all’incapacità genitoriale dichiarata di penetrare nella camera/fortezza, oltre che nel sistema di valori e di comportamenti del figlio quattordicenne.

[2]     E’ di questi giorni (cfr. il settimanale “Sette” del Corriere della Sera del 28.6.2001) la notizia di come si stia diffondendo l’uso delle “liste” dei regali tra i giovanissimi, depositate presso i negozi volta a volta di elettronica piuttosto che di arredamento o di gioielleria: per il compimento dei 18 anni di età, per la cresima, per i compleanni e per le festicciole.

[3]     Alain Ehrenberg, “La fatica di essere se stessi”, Einaudi, 2000.

[4]     Luigi Zoja, “Il gesto di Ettore – Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre”, Bollati Boringhieri, 2001.

[5]     L’autore ricorda come “la benedizione corrisponda a un bisogno archetipico non solo del figlio, ma dello stesso padre…. Nella Bibbia la benedizione ha effetto in ogni caso, indipendentemente dalle intenzioni buone o cattive di chi vi partecipa e addirittura dalla persona a cui è impartita” [vedi il caso di Esaù e Giacobbe].

“    La benedizione non è solo un accessorio, ma è essenziale alla vita. Essa non è solo un bene (la parola bene-dire è riduttiva), ma è terribile come la vita stessa. Terribile per il figlio che non la ottiene, tremenda anche per chi la riceve. Nell’Antico Testamento Giacobbe viene assalito da una figura notturna, viene ferito e lotterà fino all’alba. Solo allora saprà che essa è un angelo del Signore e ne riceverà la benedizione. L’angelo, annunciatore del Padre, ferisce e benedice insieme. Benedizione e ferita non sono separabili. Fonte di affetto e di timore, la benedizione ha attraversato la storia dell’Occidente sotto forma di preghiera di famiglia presieduta dal padre.”

[6]     Luigi Zoja, cit..


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